IL RUMORE DEL VUOTO
L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole.
Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai.
Il cielo oltre la finestra era grigio, come il fondo di una tazza di caffè lasciata a raffreddare.Le giornate avrebbero continuato a scorrere, le persone a camminare, le macchine coi loro rumori a riempire le strade. E luiavrebbe fatto lo stesso, un passo dopo l'altro, cercando di dimenticare, sapendo che non avrebbe dimenticato davvero. Perchè ogni amore lascia una cicatrice e alcune bruciano per sempre. Passo' la giornata in una specie di torpore, il telefono rimase spento, il cibo dimenticato sul tavolo, la luce accesa anche quando il sole calò dietro i palazzi. La città continuava a vivere intorno a lui, ma il suo appartamento era un guscio vuoto, un relitto alla deriva nel mare della notte. Verso mezzanotte decise di uscire. Non sapeva bene dove andare, ma stare fermo lo soffocava. Camminò senza meta sentendo il vento che portava con sè odori di asfalto bagnato e cucine ancora aperte. Incrociò coppie he ridevano sottovoce, ragazzi ubriachi che si spingevano scherzando, solitudini simili alla sua.
Si fermò davanti a un bar aperto, uno di quelli che restano accesi fino all'alba, rifugio di insonni, amanti sbandati e cuori spezzati. Entrò e si sedette al bancone.Ordino un whisky e lo bevve in un sorso. Non scaldava, non bastava. Ne ordinò un altro. "Serata difficile?" chiese il barista, un uomo con la barba incolta e gli occhi gentili. Lui annui'. Non servirono aprole. "Le storie finiscono"disse il barista, asciugando un bicchiere. "Ma il mondo continua". Era vero. Eppure a lui sembrava che il mondo si fosse fermato quella mattina, con il rumore della porta che si chiudeva piano.
Restò lì ancora un pò, ascoltando il brusio del bar, lasciando che le voci di sconosciuti riempissero il silenzio dentro di lui. Poi pagò, si alzo' e usciì. Camminò fino a casa senza affrettarsi, lasciando che il freddo gli entrasse nelle ossa. Saliì le scale, aprì la porta. il suo appartamento era sempre lo stesso, ma qualcosa dentro di lui era cambiato. Si tolse le scarpe, si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi. Domani sarebbe stato un altro giorno e forse dopodomani, avrebbe fatto un pò meno male.
Il mattino dopo si vegliò tardi, con il sapore amaro del whisky ancora sulla lingua e la testa piena di nebbia. La luce filtrava dalle tapparelle socchiuse, disegnando strisce sottili sul pavimento. Rimase sdraiato a fissarle, come se non contenessero una risposta che non trovava. Alla fine si alzo', si fece il caffè e lo bevve in piedi senza zucchero. Poi si accese una sigaretta e andò alla finestra. Sotto la strada era già in movimento: bambini trascinati a scuola, corrieri in ritardo, cani che trascinavano i padroni ancora assonnati. La vita andava avanti come aveva detto il barista. Ma lui?
Apriì il telefono scrollo' le notifiche senza leggerle. Nessun messaggio da lei. Era ovvio, eppure lo aveva sperato. Penso' di scriverle per vedere solo se le avrebbe risposto. Ma poi lo schermo si spense e rimase lì vuoto come lui. Doveva fare qualcosa, usciì di nuovo, senza una meta precisa. Camminare gli sembrava l'unico modo per non pensare. Passo' davanti al bar della sera prima, ma non entrò. Si spinse oltre, fino alla periferia della città, dove i palazzi si diradavano e lasciavano spazio a vecchie fabbriche e parcheggi deserti.
Si fermò davanti a un muro coperto di graffiti, accese un altra sigaretta. Sentiva la testa leggera quasi galleggiante nel vuoto. Forse il dolore stava già svanendo. O forse si stava solo abituando alla sua presenza. Rpenso' a tutto quello che avevano vissuto. I sabati mattina passati a letto, le cene improvvisate, le litigate stupide, i silenzi che a volte dicevano più delle parole. Tutto finito. Spense la sigaretta con il piede e si allontanò, lasciandosi il passato alle spalle. Non sapeva dove stava andando, ma almeno si stava muovendo.
Commenti
Posta un commento