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Frisco versione II


FRISCO Siamo a San Francisco anni '70. Io sono uno scrittore alle prime esperienze, scrivo su un quotidiano locale e poi pubblico poesie per conto mio, Tutte poesie su donnacce e prostitute, sbronze e discorsi da bar. L'incipit era questo: "Quanto poco stile aveva Monica, lei sembrava perfetta per una vita da scantinato, tutta sesso, droghe e qualche film d'essai. Lenzuola sempre sporche dei suoi & dei miei umori,un sole tiepido alla finestra. Il rossetto sui capezzoli e poi qualche balletto in camera da letto. Ma mancava qualcosa, mancava sempre qualcosa. L'amore probabilmente: fintio l'amore, l'amore finiva. Una decadenza senza fondo e senza nome pervadeva quei giorni, dove io invece puntavo alto. Puntavo a divertirmi, ma con una certa nozione del giorno e della notte, cosa che a Monica mancava. Per me la notte era bar, birre, calze di nylon e una cena da qualche parte, ridendo e andando veloci come schegge. Non era semafori lampeggianti, sigarette comprate alle 4 del mattino e bere vino. Completamente disinteressato al mondo, tu e lei chiusi tra le pareti della casa, me le ricordo quelle mattine.E così vai avanti in una casa che sembra cascarti a pezzi addosso e sembra restare solo il pavimento." Un pò di musica certo, un pò di Pink Floyd di pomeriggio, e una vita fatta a posta per te Monica e per me. Ma perchè parlo tanto di te? Non lo so. Forse perchè tu sei la donna più letteraria che ho avuto, quella che incarna la mia idea di letteratura: sbronze, sesso, poche parole e luoghi marci di vita stantia, dove i colori delle tende batik si mischiano all'odore di incenso e alle preghiere tibetane in cassetta (c'erano ancora le cassette). Tutto molto vivo in contesti che trasudano miseria da ogni parete e anfratto. Non parlo di soldi, non parlo di loro, anche di loro, ma parlo di un aspetto esteriore delle cose, di convenienza sociale e non di tutto il chiacchiericcio a cui Monica era sempre attenta. I muri violacei parlavano e dicevano cose che non posso ripetere: tante cose su chi li abita, anche quando è il caso di finirla di giocare. Noi eravamo così, giocavamo tutti i pomeriggi a fare i matti alcolizzati e senza senso. E fu così che andavamo in giro, non stupendoci di nulla, neppure di noi stessi. Io non ero affatto stupito di quello che ero diventato, erano gli altri che non ci credevano. Uno stimato professionista che diventa da un giorno all'altro un pazzo alcolizzato, malato di sesso. Anche se c'erano stati dei precedenti nulla faceva pensare che le cose sarebbero andate così. E poi non c'era soluzione, non c'era soluzione davvero. Forse sbaglio a fissarmi così con lei, ce ne potrebbero essere altre di donne così. Poi comparve Rahel, nome palestinese. Bella, giovane sui 19 anni e una bocca che sembrava perfetta, disegnata da Matisse in persona resucitato per quell'ultima opera. Non volevo farglielo capire ma si vedeva. Così si guarda finalmente l'orizzonte, con quella bocca premuta sulla tua, l'orizzonte sembrava scomparire davanti e intorno a te. Cambio scena. Compare una torta a tavola, ma, ehi, non è la tua festa: "Siamo stati noi, amico, volevamo fare una festicciola in tuo onore" "Grazie, ragazzi, cosa si festeggia?""Il tuo ingresso in società, amico. Ora noi dobbiamo parlare d'affari". Lei sfoderò il suo sorriso migliore e mi fece cenno di non scendere giù con loro, ma di restare con lei, che era più sicuro. Credo volesse dirmi questo. Finito il momento di convenevoli con gli amici palestinesi, non ci restava che iniziare a scrivere di ciò che veramente ci interessava. Il Nulla, in tutte le sue forme. Come arrivarci, come sottrarci a esso, come non farne più a meno, quasi che fosse una droga. La perfetta sintesi di tutto questo era che il Nulla era ormai qualcosa di costitutivo di noi stessi. Ci permeava in qualche modo e poi c'era una tipa, una tutta piccante, con un acconciatura strana e frequenti minigonne. Anche qui, si vedeva che la guardavo, ma non potevo farne a meno. Burgos mi obbietta che questa non è letteratura, ma soltanto pornografia, che non c'è nulla di letterario tutto questo. Io gli ribatto, che certe cose me le tengo per me, tranne le pulsioni più estreme, quelle partono da sole non puoi farci niente. Rahel voleva stare con me e tenermi lontano il più possibile da quegli uomini che non avevano altro da propormi che arruolarmi con loro per la Guerra Santa contro gli Israeliani e il popolo Americano tutto. Sapevano dei mie frequenti viaggi in Israele e Palestina, ma non sapevano che avevo cambiato idea in merito. Dopo tutto quello che era successo volevo soltanto starmene tranquillo. Che bella che è stata la vita a non fare niente per anni. Solo il culo di Monica sul freddo pavimento e tante sbronze. Dormivamo poco e pensavamo molto. Tra un libro e l'altro si leggeva anche la Bibbia e i suoi salmi erano per noi profetici dei nostri giorni. Certe sensazioni non passavano mai, rimanevano nell'aria per anni. Dio mi ripuliva, ogni volta che pregavo, delle mie colpe e dei miei vizi del sesso. E poi ricominciavo da capo: sbronze e sesso, ma senza perdere mai la testa, perchè quella la avrei persa dopo. Arrivato a 40 anni, devo ormai scegliere che tipo di vita fare. Non lo so in verità, ma qualcosa dovrei pur decidere , non posso affidare tutto completamente al caso. Ma torniamo a San Francisco. Fa caldo, ci saranno 40 gradi e i condizionatori ronzano all'unisono. Faccio un giro sul tetto della redazione da dove sto scriendo il mio ultimo pezzo e i condizionatori continuano a sbuffare calore. La città rumoreggia sulle sue colline i tram portano gente da una parte all'altra della città e le ragazze giovani col trucco perfetto girano nei bar sorseggiando una birra. Ti guardano, cercano di capire se hai un pò di soldi, ma intuiscono già da un primo sguardo che non hai nulla addosso che non sia te stesso e quindi cominciano a guardare fuori. Il caldo è acciecante e dei bagliori si stagliano sull'asfalto, questo sembra fondersi con le macchine che lo calpestano. Allungo dieci dollari a una nera sui 25 anni, le faccio cenno di seguirmi in bagno e lei viene con me. Solo tipe di colore, le bianche volevano un pò di più, sui 20 dollari che io non avevo. Una pelle nera e umida e due occhi chiusi. Finito tutto lei prende i dieci dollari e va a prendere qualcosa da fumare. Se ne sta nella canicola, guardandosi attorno mentre io mi prendo un caffè freddo e un paio di ciambelle. Il sesso mi ha messo di buon appetito. Poi penso:"Vaffanculo, altri dieci dollari buttati" e mi accendo una sigaretta guardando la nera che era fuori a sballarsi. C'era qualche sua amica bionda sul marciapiede e fece fumare pure loro. Io sono così, in camicia, sudato sotto le ascelle vicino a un ventilatore che mi sta sparando nella schiena paralizzandomi in parte. Con un dollaro mi prendo una birra, la più economica e vado a farmi un giro, chiedo alle ragazze se mi fanno fumare con loro. Mi fanno cenno di sedersi sul marciapiede con loro. Incontro solo puttane e drogati nei miei giri a Frisco, e qualche rissa da bar. Ogni tanto qualcuno cade a terra o gli spaccano una bottiglia in testa. Lui capisce che è ora di piantarla e tutto finisce lì, se è ancora vivo. Qualcuno si buca nel cesso di bar, mi passa la siringa ma io rifiuto. Le luci sono distorte e quella che mi aveva passato la siringa a un certo punto collassa ai miei piedi. La carico in macchina e me la porto a casa, la metto sul letto. Lei si sveglia inizia a urlare: "Dove sono?" "A casa mia" "E perchè mi hai portato qui?" "Perchè stavi male" e dopo aver fatto un pò di sesso in cambio di una dose, la butto fuori a calci. "Sparisci, drogata di merda". "Vaffanculo, stronzo". C'è stato un periodo che sognavo case, case in continuazione colorate,sempre più grandi, sempre più ampie che contenevano vite perfette. E' stato il mio periodo berlinese direi. A quel tempo ero giovane ed era capitato che avessi perso tutto, non ricordo come, probabilmente al gioco e mi ritrovai a vivere in una stanberga di pochi metri quadrati. Andavo a dormire tutto sporco e sudicio e improvvisamente la mia mente in sogno immaginava case che davano su ampie baie, con vista mare, dalle cucine immense e le stanze per dormire al piano di sopra. Immacolate e linde. I bagni erano dei giardini in fiore, profumati di fresco, c'erano lavatrici e lavatoio e un sole cocente che filtrava dalle ampie vetrate. Era tutto perfetto e il sole sembrava baciarmi da dietro le vetrate. Io stavo lì in salone e mi appisolavo sul divano per prendermi quel magnifico sole. Poi scendevo in spiaggia, guardavo le ragazze fare jogging, mi sedevo sul bagnasciuga e aspettavo che le onde del mare mi lambissero i piedi, intanto fumavo una sigaretta e pensavo a quanto è grande il mare a quanto lo amiamo, ma anche a quanto dobbiamo averne paura. Eravamo nelle Isole Cayman e la mia vita non poteva essere più perfetta di così.Litri di succo d'arancia a colazione, caffè nero aromatizzato alla cannella e tanti sogni che ogni notte mi aspettavano. Di ragazze ce n'erano quante se ne voleva, ma poi una notte, durante uno dei miei strani sogni, la regina decise che dovevo partire in guerra come legionario. Mi ritrovai in un deserto bollente e inospitale e lì conobbi varie persone, tutti ex carcerati che cercavano riscatto nella guerra. Qualcuno moriva, qualcuno ce la faceva. Io stetti con loro un anno, poi me ne andai, l'Algeria non era poi un paese così ospitale e tornai a Berlino a vivere ai margini. Continuavo a sognare case, e quei sogni erano così vividi che sembravano veri. Mi svegliavo sudato, facevo una doccia e poi pulivo tutto: gli avanzi della cena della sera prima, una lustrata ai pavimenti, buttare la spazzatura e tutto tornava come prima. Quel piccolo locale era la mia reggia. Ma torniamo alle tipe che facevano jogging. Il mare brillava, non c'era cosa più bella secondo me su questa terra. Io aspettavo che il sole si alzasse per poi andare a fare colazione. Se volevo una ragazza bastava che componessi un numero di telefono e questa compariva entro un ora. Io le lasciavo cento dollari e lei se ne andava felice. E' pazzesco constatare come ogni donna in fondo sia nata per vendersi. Erano giovani, io ero un famoso chitarrista di una band che per parte dell'anno girava il mondo e il tempo restante lo trascorreva lì, nelle Isole Cayman, a fare una vita moralmente dubbia,ma sicuramente piacevole e per nulla impegnata. E poi c'erano le droghe, gli amici che passavano in continuazione portando di tutto, qualcuno ogni tanto si ammalava, qualcuno ci restava secco. Non c'era niente che assomigliasse a un etica di vita civile, a battersi per una causa, c'era solo un vero & sano opportunismo, la constatazione di avercela fatta nella vita e la ferma volontà di non voler cambiare niente di essa per nessuna ragione al mondo. Il jackpot continuava a ributtare monete nelle mie tasche, le fragole si allineavano e con pochi accordi avevo fatto una nuova canzone. Una nuova canzone nuovo album, nuovo album, tanti soldi. Ero felice, ero solo felice, di comporre suoni e parole in riva al mare. Tanto di ragazze ne avevo quante volevo, i soldi non mi mancavano e poi avevo la cosa più preziosa che secondo me si potesse avere: tante idee in cui specchiarsi e di cui nutrirmi. Evitavo le ore più calde e affollate e mi rintanavo in casa a leggere, poi uscivo nei momenti più crepuscolari e intimi. Ogni tanto gli altri membri della band mi telefonavano o mi venivano a trovare, ma era finito il tempo delle feste che ti spaccano lo stomaco tra alcool, coca e altro. Eravamo tutti più tranquilli: qualcuno era già finito all'ospedale un paio di volte, il batterista, e ora bevevamo vino bianco ghiacciato e cenavamo a base di pesce guardando la luna, parlando del futuro certo, ma anche di quanto eravamo stati fortunati nella vita. A condurre quel tipo di vita si rischiava di perdere di vista le cose più preziose e importanti. Dato che avevamo tutto, tutto ci sembrava a portata di mano e niente ci sembrava impossibile. Quando eravamo una band alle prime armi, suonavamo in giro per i festival e nei centri sociali e nei club di Berlino, la vita non era così facile. Sì, qualche reggiseno sul palco, un paio di volte qualche tipa che sale nuda a ballare, un pò di gente & tante birre, tante canne, ma mai caviale e auto privata. Io prendevo la mia macchina tutta scassata, avanti e indietro, ci caricavo su amplificatore e chitarra e poi si partiva attraversando le città disseminate nella profonda landa tedesca . Ogni data volti nuovi, luoghi nuovi, un posto nuovo, noi sempre gli stessi, sempre più adatti al mutamento e poi capimmo che stavamo diventando dei veri musicisti quando vedevamo che le nostre date si riempivano e noi eravamo sempre più smaliziati e sicuri. Erano applausi lunghi a fine concerto e qualche ragazza saliva per darci un bacio oppure ci aspettava al bar per fare quattro chiacchiere e conoscerci meglio. Era una vita fantastica già allora: a me sarebbe andato anche bene così, ma poi ci fu la svolta, il successo e i soldi. Ma torniamo a Frisco. Frisco era una grande città, piena di vita , di sole e di donne. A quel tempo ero ormai vecchio, la band si era sciolta e io facevo lo scrittore, assecondando una mia vecchia passione che non aveva mai avuto seguito. Inseguivo il mito di Bukowsky e facevo una vita fintamente randagia. Vestiti sdruciti, aria assente, poesie da quattro soldi e tanti bar dove affogare la paura della morte. Erano i mie ultimi anni di vita e avevo deciso di spenderli così, in maniera diciamo letteraria, cercando nei bassifodni quello che una vita perfetta come la mia non poteca darmi. Non scrivevo per soldi,perchè quelli li avevo già, ma scrivevo per me, per completare una vita a cui mancava qualcosa. Dopo il successo, il girare il mondo e tutto il resto mi ero accorto che questo tipo di vita mi allontanava da Dio. Anzi Dio non aveva mai preso parte nella mia vita, solo occasionalmente ero stato in qualche Chiesa, per qualche funerale e il matrimonio del batterista. Ma non mi aveva mai detto niente. Invece adesso mi parlava, mi diceva delle cose che mettevano in dubbio tutta la mia condotta di vita. Le ragazze lascive intascavano i miei soldi e io sorridevo ponendo in serio dubbio la mia moralità: la condotta di una vita fatta di sesso e accordi, non si intonava più con la mia anima. Ma Dio mi aveva parlato qualche anno prima e così avevo deciso di andare in un monastero per un paio di mesi. Quella era la una vita reale. Furono due mesi bui e tetri: Dio non abitava quel luogo, i frati lo incarnavao e gli davano voce, ma lui non c'era, era altrove. Se lo cercavi lo trovavi, ma se volevi startene per conto tuo non ci riuscivi proprio. E io per questo, me ne andai. Piangevo, piangevo a dirotto perchè non ce la facevo più. Ero scoraggiato, abbattuto, distrutto dentro di me e non sapevo che cosa fare. Pensavo a Erika. Lei mi aveva tolto tutto anche la dignità, se avesse potuto uccidermi lo avrebbe fatto sicuramente. Era la donna più crudele che mai avessi avuto, quella con cui trascorsi più tempo. Io ero una persona docile e affabile e non a caso lei scelse me per consumare i suoi peccati. Il primo o il secondo non ricordo dice di non uccidere e lei lo fece con me. Dalla psichiatria alla morte il passo è breve e lei non vedeva l'ora che tutto finisse. Morto io, non ci sarebbe stato nemmeno il ricordo di un noi che graffiava il presente e fu così che consapevolmente mi instradò alla morte.Vedi Eisenhover, tu queste cose non le puoi capire perchè non hai mai vissuto, ma hai una qualità: ti sai accontentare nella vita, al contrario di me che ho dovuto imparare a farlo e questo ti ha permesso di vivere felice & incolume. Io ormai faccio della quotidinaità un abitudine di vita e tutto quello che mi rimane e è un forte senso di fallimento addosso. La tua malvagità Erika è pari soltanto alla tua lascività: tutti fanno tutto per te e tu non ti curi di niente e di nessuno, stupida e vuota come poche persone ho conosciuto in vita mia, come una scatola che cela dentro di sè soltanto un bigliettino di addio. Io non ti posso perdonare, non ti posso perdonare davvero e spero che Dio ti punisca in questa o nella prossima vita se c'è. Intanto mi ritrovo a Berlino ancora una volta, la stupida ancella di Eisenhover inizia a reclamare cose che non hanno senso. La lascio lì col suo uomo e mi accendo una sigaretta e me ne vado nella notte. Non c'è nessuno qui, proprio nessuno. Un deserto dell'anima che ristagna su sè stesso, come una nebbia calda e soffice. Comunque stavo pensando che non c'è niente di meglio di una birra fresca alle 9 del mattino. Ti fa riflettere sulle cose, ti dà quella lucidità necessaria a fare le cose di cui hai bisogno. Incontro un amico al bar che mi dice che la figlia di un amico ha bisogno di ripetizioni. "Ok, non c'è problema" e gli lascio il numero di telefono. Qualche soldo in tasca, ma sicuramente non mi chiamerà. Eccoci da Patrice. Il bar è il solito via vai di gente, per la felicità di Patrice, c'è un pò di gente. Vociare confuso, famiglie che bevono il loro cappuccino e tutti sembrano sorridere. E' domenica, il giorno più triste della settimana. Ci sono molti modi di passare una domenica terribile e io li conosco tutti. Fondamentalmente da solo, senza qualcuno che ti scalda il divano non ti restano che gli amici: Quelli li trovi al parchetto ed è sempre festa-mesta lì: il problema è capire come arriverai a cena e come ti sveglierai il mattino dopo. Mi accorgo dopo anni di questa vita di avere il fegato gonfio, ma penso che forse sono gli piscofarmaci e mi viene da pensare alle cose peggiori. Non mi so più divertire, non mi so più divertire decisamente. Ho incontrato Dio per strada e questo mi ha detto: "Basta andare in giro a drogarsi è ora che tu faccia quello che devi fare" "Ok. E cosa dovrei fare?" "Scrivere, è il tuo destino". Provo a obbietargli che se mi mettessi a raccontare tutto dovrei smettere di vivere almeno per un pò e chiudermi in casa a inanellare parole. Gli obbietto anche che secondo me il libro più bello è quello della vita, che non c'è nulla da dire che non sia stato già detto e che quello è il mio modello di letteratura e di vita. "Ascolta Dio, tu sei il mio maestro, io non so se dopo la Bibbia qualunque libro possa essere all'altezza. "Taci e scrivi" "Ok". E poi scomparve. Poi comparve un gruppo di pecore al pascolo e un vecchio pastore dagli occhi azzurri che camminava a passi lenti e affaticati dietro di loro. Era forse lui Dio, che travestito da pastore che attraversava i campi erbosi della Cornovaglia ? Probabile. Dio ama mascherarsi, apparire e scomparire. Anche nei bar ti capita di incontrarlo. E' il tossico che non si regge più in piedi con gli occhi rossi e chiusi, è la luce al neon in bagno che si accende e si spegne. Davanti al distributore di preservativi arriva un trans di colore, molto femminile in verità, in abito da sera rosso. Mi sorride e mi chiede se voglio farmi un giretto in bagno con lui. Gli dico che a me piacciono solo le donne e che se vuole possiamo berci una birra assieme, ma nulla più di questo. Accetta ed eccoci al bancone del bar. Mi parla un pò della sua vita. Se la fa con uomini, con donne, odia gli altri trans e non va mai a letto prima delle 5 di mattina. Abita proprio sopra lo squallido bar dove ci trovaimo. John, il prorietario è un ragazzone americano tutto vitamine e burro di arachidi. Un paio di ragazze scosciate servono ai tavoli e il trans allunga a una una banconota da dieci dollari e dopo poco gli arriva un sacchettino con un pò di marjuana. Fumiamo un pò fuori dal bar, mi chiede cosa faccio nella vita. Gli dico, con un sorriso che sono uno scrittore, e che sono lì a Frisco da un paio d'anni e che fondamentalemente la mia vita è un vagare in cerca di idee. Gli confido anche che prima era un famoso chitarrista e che avevo una vita favolosa prima, che ora avevo deciso di abbandonare per una più profonda ricerca interiore. Una sorta di viaggio interiore e dentro l'umanità che ci tiene compagnia in questo triste e desolato mondo, un pò marcio, un pò speranzoso. "E perchè Frisco?" " Perchè è la patria di grandi scrittori, e poi qui anche soltanto l'asfalto è pura poesia, tutto mi rimanda a quel marcio che cela dentro di sè l'essere umano, che cerca di combattere ogni giorno attraverso le droghe, il divertimento, il sesso, l'alcool, tutte quelle cose che ci possono far ritornare alla vita o condurci alla morte". Annuisce, un pò assente e preso più dalla marjuana che dalle mie parole. Poi mi fa: "Anch'io scrivevo un tempo, poesie, ma non ero molto capace." "La poesia deve esprimere qualcosa, non è soltanto questione di tecnicismi" gli ribatto io preso dalla conversazione. Poi lascia cadere il discorso e torniamo dentro alle nostre birre. Mi dice poi che posso passare a trovarlo quando voglio, meglio di pomeriggio e che se voglio una ragazza, anche giovane non c'è problema. Gli dico che vorrei starmene un pò da solo per qualche tempo, per concentrarmi meglio su quello che andrò a scrivere. Detto questo, butto giù l'ultimo sorso di birra e poi mi avvio nel caldo della città verso una passeggiata solitaria e anche un pò mistica. Dio, lo avevo già incontrato, ma era il Dio Cristiano, ora volevo vedere cosa poteva dirmi Buddha in merito alla vita e poi avrei scelto chi stare a sentire. Passò una mezz'oretta in cui non successe proprio nulla. Il caldo era afoso e soffocante e non c'era nessuno in giro, io ero l'unico pazzo a camminare per le strade di Frisco alle due del pomeriggio in pieno Agosto. L'asfalto sembrava fondersi con la suola delle mie scarpe. A un certo punto finisco in un piccolo vicolo e noto un gatto nero e randagio che mi guarda, insistentemente. Era quello Buddha? Forse. Mi avvicinai, ma non disse niente. Poi mi venne in mente che qualcuno mi aveva detto che Buddha non parla, ti lascia come dire dei segni della sua presenza, segni che sono da interpretare e poi le divinità induiste sono infinite, sono come i nostri santi ed è difficile capire a chi pregare e per che cosa. Le divinità induiste sono così tante che suscitano quasi paura. Ogni aspetto della vita è regolato, visto e controllato da queste divinità che ci guardano dall'alto e decidono se ci staimo comportando in maniera adeguata o meno ai loro segni. Arrivo a casa la sera stanco e anche un pò alticcio, dato che per il caldo soffocante avevo deciso di bermi qualche birra lungo la strada. Chiudo gli occhi, ho la testa sul cuscino, ma a un certo punto mi sento scuotere un braccio. E' il fantasma del mio vecchio batterista, morto per problemi legati all'alcool dieci anni prima, che mi dà il quattro per iniziare un pezzo. "Io mi sto ancora accordando" gli dico e poi scivolo in un sonno pesante e scuro. Il concerto non si farà mai, almeno quel concerto. Mi ritrovo di fronte alla sua tomba a portargli dei fiori e poi per fortuna mi sveglio ed è già mattina. Dopo un paio di caffè e un paio di ciambelle sono di nuovo in forma anche se la testa mi ronza non poco. Dato che sono fradicio dalla sudata della notte, mi faccio una bella doccia e poi decido di andare a rintracciare il mio amico trans del giorno prima. Ma è ancora presto per lui. Lo aspetto giù nel bar, dò dieci dollari a una delle ragazze che lavorano lì e mi porta un sacchettino con qualcosa da fumare, mi bisbiglia anche all'orecchio che se le dò altri dieci dollari possiamo stare un pò insieme. Gli dico che magari più tardi, adesso mi sono appena svegliato e proprio non ne ho voglia. Prendo un caffè e dò un occhiata al giornale. Come Bukowsky, dò un occhiata alle corse dei cavalli, ma io non ne capisco niente di cavalli e non spenderei un dollaro su nessuno. Allora mi concentro sulla politica interna & estera americana. Terroristi, petrolio, stati canaglia, sparatorie, rapine, campionato di footbal e donne ingioiellate, questo in sintesi quello che diceva il Washington Post. Poi compare il mio amico, evidentemente assonnato. Si prende un caffè doppio. "Ehi, sei qui?" "Già" gli sorrido io e si siede vicino a me. "Leggevi il giornale?" "Sì stavo dando un occhiata, ma niente di interessante" " Niente è interessante come il sesso" sentenzia lui. Annuisco, poco convinto. "Beh i soldi possono essere più interessanti del sesso" gli dico, ma lui ribatte: "Ma alla fine chiunque ha i soldi poi ricorre al sesso a pagamento, vuole tutto in ogni momento della sua vita: anche quello vuole scegliere con la minima cura, il momento in cui andrà con una donna". Concludiamo che sesso e soldi vanno di pari passo, senza stare troppo a discutere, dato che è mattino presto e nessuno dei due ha voglia di rovinarsi la giornata. Tornando a San Giuliano, l'altro giorno ho incontrato Monica, che ormai casca a pezzi sotto il peso di tutte le birre che si sarà scolata nella vita. Spero che muoia presto quella puttana. Dò un calcio al destino che il vento porta via e mi perdo nel traffico. Sempre a dire a tutti che cosa fare che cosa non fare, ma stai zitta puttana marcia. Ma torniamo a Frisco. Il mio giro turistico ormai si è concluso e io non ho invece concluso niente, solo bar e ragazze. Tranne il mio amico trans niente di interessante. E qui torniamo a Cristina che mentre parlo un pò sbronzo mi guarda, mi guarda e non smette di adorarmi mentre mi guarda. Le piace il giochetto di Frisco e mentre parlo in flusso di coscienza costante mi inizia ad acarezzare proprio lì. Poi mi prende la mano e mi porta in camera da letto. Poi di corsa in tribunale, lei, in casa a guardare il soffitto , io. Ci scambiamo poche battute e poi non ci saremmo più rivisti per tutto il giorno. Rimango in casa sua a fissare il soffito per un paio d'ore, poi la chiamo per sapere come sta, mi risponde di fretta, che ha da fare che ci saremmo visti la sera e che si andava a cena fuori. "Ok" le faccio. Mi preparo, alle 8 arriva anche lei, mi dice che le serve almeno una mezz'ora per prepararsi, gliela concedo tutta, volentieri, intanto salgo sulla terrazza della sua bellissima casa e mi fumo una sigaretta aspirando la notte. Poi compare. "Eccomi, sono pronta". E' bellissima come sempre, forse oggi un pò di più del solito. Si va a cena fuori, torneremo molto tardi, un pò ubriachi e felici e lei il giorno dopo non andrà a lavorare con il cerchio alla testa e le mutande che gli avevo sfilato di notte senza che se ne accorgesse. Poi se ne accorse, ma stava praticamente ancora dormendo. "Cosa fai?" "Niente, ti svesto" "Ok, ma fai piano", sussurra lei "Pianissimo, amore". E tu Burgos non mi facevi neanche mangiare, ti ricordi? Tu ad abbuffarti di salsicce, dal tuo frigo anni'50 e io in giro nelle mense dei poveri. In mezzo ai neri che mi scroccavano le poche sigarette che avevo. Era tutto così decadente che quasi non ci credevo. Altro che grande chitarrista, altro che scrittore in cerca di un senso nella vita, ero soltanto un povero Cristo buttato su un marciapide. Come quegli altri di San Paolo, come si chiamava quel quartiere di tossici vicino alla stazione? Cracklandia. Un nome che dice tutto. C'era gente strafatta buttata pure sulla spazzatura, che dormiva strafatta dalla sera prima. Quello era vero marciume umano, le donne guardavano come eri vestito e se non eri uno di loro ti puntavano. Ero con i frati a distribuire panini e coperte. Uno aveva la chitarra e attraverso un megafono fecero una sorta di concerto. Pazzesco, loro bevevano il loro tè caldo e mangiavano i panini e ascoltavano la musica e poi cantavano anche le canzoni di Chiesa con le lacrime agli occhi. Poi venne il ristoratore che abusava delle sue cameriere, puntualmente, con regolarità. Questo era verso Siena: questo albergo-ristorante era nei pressi di Siena. Lo arrestarono lessi poi sul quotidiano locale. E poi venne Alessandra di cui non ci interessava più nulla. Addio e basta. Un addio semplice e dovuto. Una donna di meno nella mia vita. Gioca ai cavalli, fuma sigarette su sigarette, succhia tutti i cazzi che vuoi, buttati in quello schifo che è la tua vita e poi muorici dentro. Siamo sulla route 66, in un bar lungo la statale. E' un pò che sono chiuso qua dentro, c'è un caldo infernale, ma meglio che starsene in macchina a guidare. Fuori ruggiscono i Trucks, ma radi, ogni tanto li senti arrivare. Qualche auto sfreccia veloce. Stavo pensando al fatto che non avevo proprio niente da fare, se non venire sulla route 66. Proprio nulla . E mentre stavo pensando questo entra uno nel bar, tutto di corsa che chiede: "Una birra, per favore". Fruga nelle tasche, ma non sembra avere il denaro sufficente. La barista lo guarda con odio. "Gliela offro io".

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