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Bambole


Le Bambole. Bambole di pezza, bambole di carta, pezzi di bambole, teste di bambole sparse lungo il litorale che con avvenente e struggente dolcezza ne restituisce i corpi immaginari. Le bambole si contorcono nel mare, cercano di assomigliare alle loro piccole e grandi padrone che con fare disincantato cercano un pò di giovinezza in quegli occhi blu e distanti dal vero. Cosa dobbiamo farne di queste teste appese e contorte di un fare antico e maestoso con vestiti di fine '800 in cui screziati e intarsiati nel tempo crescevano sogni, mai più avvenuti in cui le teste sporgevano da questi minuscoli corpi in movimento tra le braccia delle loro padrone schiave di quegli occhi blu ? Bambole nere e negre in segno di disprezzo verso l'altrui comandamento a morire a non farsi carico di niente e a usare il disprezzo come segno di un tempo migliore di cui far parte. Queste bambole sulle coste della Spagna veleggiano verso Sud, spuntano le loro teste come teste di gambero assorte in un piatto del Dacò, il famoso ristorante del litorale, in cui si mischiavano parole, sorrisi delle signore e madamigelle di fine '800 che con abiti di pezza e pezzi di madrigale sostentavano di versi modi di vivere e di fare. La musica scorreva, lei girava la manovella e insieme queste bambole danzavano al ritmo della loro musica interiore. "Non ne posso più di vedere le vostre teste nel nostro piatto" disse la madamigella riferendosi ai gamberi rosso fuoco. Non ne potevano più di andare in giro a staccare le teste delle bambole delle bambine che si contorcevano dal dolore, come se stessero svitando la loro stessa di testa e come se quegli occhi blu perlacei dovessero svanire nel tempo, nel buio delle coltri e nel rango dei nobili signori che verso fine '800 sempre regalavano bambole di ceramica alle loro madamigelle. Non importa se c'è pioggia, vento, acqua che sgorad dai fiumi, quelle bambole vivevano di vita propria su quel litorale salmastro e il vento portava le loro parole maledette in cambio delle parole delle piccole signore che le facevano ridere, piangere, stare sommessamente dormire o stare composte sul divano del nobile duca d'Aragona. Il Duca d'Aragona non sapeva proprio che farsene del dono di quelle piccole ancelle che cercavano invano giochi nuovi con freddi e tempestosi colori dalle tonalità forti e accese e poi quali spese, quali pretese per soddisfare i sogni di queste piccole bambole. Rotola una testa sul litorale e invano ci chiediamo che cosa farcene di quel vento che le porterà lontano e invano. Raggiunsi quelle bambine perchè fui chiamato da loro e dai loro desideri e sempre attraverso di loro potei intessere nuove forme e nuove parole. Queste bambole non parlavano più da quando il duca d'Aragona le aveva zittite con una cena al loro ristorante preferito, era sempre quello, il duca d'Aragona che non sapeva e non voleva più sentire le loro parole nel vento: così aprì un ristorante, il Dacò, e appese le loro testa in fila sulla palizzata del ingresso, vicino all'acquario dei gamberoni. "Perchè dovrei stupirvi?" dissi alle bambole, non sapendo bene che cosa ne sarebbe venuto fuori da un simile discorso. Tutti i giorni andavo al Dacò a bere un caffè insieme al mio amico e fotografo Andrea. Guardavamo il mare, parlavamo della vita, delle nostre vite e delle bambole che liberamente giravano in mezzo alla spiaggia e in mezzo al mare sfilacciati e bagnati stavano i loro umidi capelli di seta, una seta che veniva dall'India e dall'Oriente più lontano. Quell'anno ero andato in vacanza con i miei ed era stata una vacanza molto piacevole. Segnata certo da alcuni miei comportamenti sbagliati nei confronti di mio padre, ma fondamentalmente bella e solare: mi ricordo tanto sole, tanto sole in quei giorni caldi e secchi in cui indugiavo sulla sdraio con un libro in mano. Io all'epoca avevo 30 anni e ragazze più giovani di me si facevano il bagno e intanto guardavano nella mia direzione. Io facevo una vita semplice e forse non stavo ancora così bene da godermi tutte quelle dolcezze, tutto quell'amore di mia madre per me. Avevo scritto quel pezzo "Bambole Blu" già molti anni prima e mi sembrava incarnasse l'essenza di una donna e del suo essere donna per un uomo. Sembra passata una vita e una vita sembra essere trascorsa forse invano. Il difficile viaggio del ritorno passava anche per quei luoghi, a me sconosciuti, eppure familiari. Quel sole forte e caldo mi possedeva e io ero già alla seconda estete con i miei, ma la prima non era stata bella. La prima estate eravamo stati in Calabria, in un paesino sperduto su un mare azzurro e con il cielo spesso plumbeo. C'erano canneti nel entroterra e vivevamo in una casa che era abitata da suoi padroni al piano di sopra e che aveva tanti mobili di legno in casa, vecchi e forse inutili che facevano da ornamento. Sembravano vecchi attrezzi da agricoltore ed erano ornamento della casa. Il vecchio della casa aveva due figli che venivano a farmi visita e che volevano giocassimo a qualcosa, tipo a carte, insieme. Erano degli attimi un pò inutili della mia vita, e loro non erano in fondo così simpatici, ma mi facevano compagnia. Io pensavo ancora a una mia cara ex e la chiamavo ogni tanto al telefono quando andavo a passeggiare dopo pranzo su una strada sterrata che conduceva in paese. Il paese era piccolo, fatto di case basse e cassonetti dell'immondizia sempre piena e gatti randagi che rovistano tra i rifiuti. Io e mio fratello eravamo di nuovo insieme dopo tanti anni, ma era come se fossimo due perfetti sconosciuti. Non ci riconoscevamo, lui non mi riconosceva e insieme passava il tempo io oziando in spiaggia con un libro, lui vagando sulla riva, sembra come in cerca di qualcosa. Passammo l'Estate lì, un Estate solitaria, di famiglia, lontano da tutto e da tutti i miei amici che mi avevano raddolcito e avvelenato l'esistenza fino a qualche anno prima e lontano da tutte le donne degli ultimi anni.Io di notte sognavo bambole e bambole in continuazione, vestite in ogni modo possibile, dai colori più svariati. Fu difficile conciliare quelle due parti della mia vita, la vita sessuale diciamo e la vita familiare e io che pure godevo di quel sole non sembravo godere appieno dei miei giorni lì. Mia madre forte di tutti i libri che aveva letto nella vita sembrava un libro aperto, un libro aperto sulla vita. Quel periodo familiare finì, come finirono altre cose belle della mia vita e fu colpa mia se finì, diciamo in malo modo. Alla seconda Estate con i miei, iniziai a sentire un pò di aria asfittica nella mia vita e io che ero sempre stato abituato a vivermi una vita libera feci fatica a rientrare nelle mia dinamiche familiari. Poi non ricordo se stavo con Monica oppure no in quel periodo e perchè passammo le nostre estati divisi, ma fu così che andò. Erano due periodi divisi, scollegati tra loro, eppure contemporanei ed erano due vite diverse che facevano breccia nella mia e io non riuscivo a tenerle insieme e forse non era possibile tenerle insieme. Le bambole. Io e Andrea ne parlammo da Dacò su quale tipo di lavoro si poteva fare o non si poteva fare con quelle foto che lui mi aveva mostrato. "Le bambole" gli dissi "sono un qualcosa di legato all'Infanzia, che non possiamo portare con noi per tutta la vita, anche se quando stavo con Monica mi ricordo una sera che stavamo passeggiando per le colonne di San Lorenzo, trovò un grosso orso di peluche senza braccia credo vicino a dei sacchi della spazzatura. Lei lo raccolse, con sua grande gioia, e fu così che iniziammo a passeggiare mano nella mano per le vie del centro con questo grosso orso marrone che ci teneva compagnia. Lei rideva e batteva le mani divertita. Era una delle poche volte che ricordo Monica sorridere e io essere felice con lei, poi l'isteria, la gelosia, il suo volere sempre tutto dalla vita, il suo volersi sentire sempre all'altezza della situazione, anche quando non lo era, anche quando rovinava tutto con il suo modo di fare. Tirava fuori un arroganza, una presunzione che me la facevano detestare, voleva tutto dalla mia vita, tutto quello che non aveva mai avuto prima voleva concederselo e capirlo con me. Lei era la mia bambola in fondo, la mia bambola meticcia e dalla carnagione olivastra, la mia bambola indiana, dalla pelle molle e dalla voce stridula. Era andata in degli Ashram, non ricordo se quell'anno o anche negli anni precedenti e lì andava a meditare. Quando penso a lei in India, la vedo come con il Taj Mahal sullo sfondo, per una foto ricordo che non è mai stata scattata. Non immagino i luoghi che abbia visitato anche se credo che qualche volta me ne abbia parlato, vagamente come chi non voleva farsi capire molto bene in quel che faceva. Quelle estati passarono, la mia storia con lei finì e io cercavo quel sole abbandonato dietro di noi nel parco di San Giuliano, dove incontrai gente orribile, dal modo di fare orribile e presuntuoso e secondo le quali sembrava che tutto gli appartenesse, quasi anche la mia stessa vita. Non potevo fare più niente, non potevo nenache scrivere, perchè il sedicente scrittore non voleva che scrivessi, volevano umiliarmi in ogni modo. La mia cara bambola Monica mi diceva di trovarmi un lavoro, qualsiasi lavoro che mi portasse dei soldi, soldi da spendere poi in giri in macchina, qualche birra e sigarette di cui lei aveva sempre un gran bisogno. Andammo ancora al mare io e Monica: visitammo il golfo di Baratti e dormimmo in spiaggia abbracciati, sempre con Luca il suo fido compagno di avvenure che la incensava e la idolatrava come una dea. Se per me Monica era una bambola per Luca era una sorta di Dea cui si doveva obbedire in ogni modo possibile e il cui ogni desiderio era un ordine per lui. Ma per me non poteva essere così. Per me Monica era un incontro del destino, di un amaro destino che ci aveva costretto a incrociare lo sguardo. Poi andammo in Liguria, ma anche stavolta litigammo e io dormii in macchina e lei nella confortevole camera d'albergo. Litigavamo su tutto e non riuscivamo a trovare una nostra specificità come coppia. Entrambi avevamo avuto parecchi ex alle spalle e inventarsi qualcosa di nuovo era sempre apparentemente semplice, ma in realtà molto difficile. Ci lasciammo per questo, perchè non riuscivamo più a trovare un nostro modo di stare insieme. Poi capiì da alcune cose che Monica diceva che lei non voleva vivere così, non voleva avere servitori che si ritrovava sua malgrado sempre tra i piedi, lei voleva vivere libera e voleva vivere l'attimo in cui la vita ci corrisponde, sentendola e sentendoci dentro. Anni più tardi tornai in Toscana dove andai a incotrare vecchi amici che lavoravano lì, nell'ambito dell'educazione dei ragazzi, e anche di loro ho un ricordo un pò confuso e afastagliato di cose che non capivo, ogni cosa che mi succedeva, ogni azione era la piccola conseguenza di un altra e ogni situazione era quasi una sorta di specchio della precedente. Ero lì con i miei vecchi amici e mi vivevo vecchie situazioni che mi sembravano mie proprie da sempre. Iniziai lentamente a collaborare un pò con il collettivo anti-psichiatrico che stava allora costituendosi, ma mi stancai subito, perchè l'approccio che ormai avevo scelto di perseguire era quello della psichiatria ufficiale, anche se di nascosto non prendevo i farmaci o li prendevo soltanto in certi momenti, ascoltavo quello che aveva da dirmi il mio psichiatra come una voce nuova nella mia vita, anche se non la riconobbi da subito come tale. Una voce nuova e autorevole e perdipiù duratura, dato che ci siamo conosciuti quando avevo 30 anni e ora ne ho 40. Comunque le bambole ci accompagnano sempre anche nei nostri incubi. Burgos è un incubo per me. Burgos è una persona piccola e meschina, senza storia, senza personalità, senza niente di niente che non valga la pena essere raccontato. Lui vive in funzione degli altri e cerca di distruggere quello che non è in grado di comprendere e capire. Una volta ero io il protagonista e lui il mio apparentemente complice biografo. Io forse posso essere soltanto felice del fatto che attraverso la mia condotta, il mio comportamento, le mie azioni e le mie scelte posso averlo portato a mia volta a compiere delle scelte sbagliate per sè e per la sua vita. Ne posso essere soltanto felice e goderne. Ma è una felicità che non mi appartiene, lui conosce soltanto l'invidia e la meschinità e purtoppo io assorbo quello che la gente emana e così sono diventato pure io. La sua vita lui la misura su quello che c'è da perdere e da guadagnare dagli altri, non come scambio, ma come bisogno costante di misurarsi con gli altri e capire cosa farne della sua vita. Lui è riuscito a partire soltanto perchè stava con la psicologa che gli faceva da strada per il suo essere informe. Con i subdoli bisogna essere subdoli e non importa il fatto che tanto loro non vivono più la loro vita,ma vivono in funzione della tua, quello che dici loro faranno il contrario e non gli interessa niente nenache di non star vivendo per niente. A loro importa soltanto avere ragione. L'altra psicologa cercava soltanto uno spiraglio per poter partire per potersene andare e spendere meglio i suoi soldi. A questo serve la psicologia affidata in cattive mani, evidentemente a plasmare gli altri e a farne quello che vogliamo portandoli a fare quello che vogliamo. Questo è quello che loro fanno. Immagino i loro corpi trasformati in bambole, in bambole col sangue che esce loro dalla bocca, ma non è il loro sangue è sangue umano, è il sangue che loro succhiano alle loro vittime. Riprendo a questo punto un passo di una rivista che parla transbioenergetica: "Il corpus BTE propone una rappresentazione integrale, sistemica e transpersonale delle dinamiche psichiche dell'individuo. Esso comprende una visione del mondo, modelli e mappe teoriche del dialogo partecipativo tra l'individuo e il mondo. Il soggetto in BTE è considerato un' unità corpo-mente, un sistema costituto da sottosistemi inserito in un ambiente fisico, sociale, culturale, spirituale e quindi interagente con altri sistemi. Il suo percorso evolutivo non è letto solo in chiave biografica ma anche transpersonale, quindi il punto di vista della BTE non è circoscritto al sistema-individuo (Microcosmo), ma si estende fino a includere il dialogo partecipativo esistente tra l'individuo e l'Intero Universo(Macrocosmo). L'assunto fondamentale del BTE è che ogni evento è oltre sè stesso in quanto è connesso in modo costante e continuativo con il Cosmo". E mi fermo qui: tutto questo per dirvi che al di là delle bambole capricciose, dei colpi bassi dei singoli, viviamo in un sistema, per così dire chiuso, in cui a ogni azione corrisponde una reazione da parte del soggetto o dell'oggetto in questione. Un bottone che si stacca dal cappotto della fascinosa signora di Amsterdam, può portare al collasso cardiaco del vecchio antropologo in pensione Artur Snow, della Pennsilvania, quindi per esemplificare ogni granello di sabbia che si muove, si muove non a caso e neppure senza un motivo. Artur Snow, povero diavolo, una vita passata a studiare l'uomo, la sua dimensione dell'esistere nella Storia e poi un solo bottone scarlatto di un cappotto rimasto lì per tanti anni chiuso nell'armadio gli porta via la vita e tutto quello che in quella vita egli aveva messo. Io & Andrea ci guardiamo, il nostro lavoro sulle bambole sembra essere qualcosa di finito. Siamo al ristorante Dacò, abbiamo indubbiamente capito delle cose, lui mi mostra delle foto di bambole sparse lungo il litorale, un litorale che si fa improvvisamente funereo e plumbeo. Mi chiamò lì per assistere a quello spettacolo: presi un aereo e andai da lui, che era lì già da diverso tempo. Ci incontrammo al ristorante, mi mostrò le foto e io non potei far altro che raccontargli la mia storia, la storia del mare che mi porto dentro e di quelle teste mozzate che mi ricordano tanto la mia che ormai si rifiuta di capire perchè.

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