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Poles Apart


Poles Apart: (Il Messico in Due Stanze). 1. Il Beretta indugiava sulla sedia di plastica fuori dalla comunità Itaca, più precisamente nel giardino di essa. Cantava da solo & intanto fumava il suo sigaro. Guai a interromperlo, guai a interromperlo davvero. E nessuno infatti osava farlo. Diventava irascibile e molesto e quindi nessuno volendo diventasse tale, lo lasciavamo stare nel mondo dei cori angelicati. Sono passato a trovarlo recentemente il Beretta e abbiamo fatto una bella chiacchierata, sulla vita e il suo senso in generale. Mi è piaciuto lui, ci siamo piaciuti un pò tutti noi. Chiudo la porta, penso che non ho niente da dire in fondo e mi chiudo nel chiuso dei miei pensieri. E' la stanza numero 7, una porta rossa di un albergo che non esiste nella realtà, un tre stelle di Nizza in cui ho realmente soggiornato. Per capire la vita, non basta una vita, dicono. Il panorama sociale era stato ricostruito in qualche modo, dopo anni e faticosamente, soltanto il buon vecchio Fritz non mi tornava. Era cambiato, era indubbiamente cambiato. Dicono avesse avuto una brutta depressione. Non lo sapevo, mi spiacque saperlo, ma a quel punto capiì cosa era cambiato in lui. Burgos e Fritz oltre a essere miei amici, si conoscevano pure tra di loro. Non certo un grande amore, ma studiarono pure assieme per qualche anno. Burgos abitava a Nizza, studiava lì ai tempi dell'Università e io andavo quando potevo a trovarlo. Erano giornate di pieno sole, erano giorni di glicini in fiore. Era sempre gentile con me, era il tempo dei nostri viaggi in Messico dove incontrammo e viaggiammo con due ragazze del posto incontrate ad Acapulco. Squallide pensioni, sole che filtra attarverso le tende e molto sesso a dispetto delle reciproche relazioni che avevamo. Sempre verso Sud. Viaggiammo insieme su una vecchia Chevrolet del '79. Le due ragazze che incontrammo erano simpatiche, avveneti, felici e spensierate. Anjia e Tania. Anjia, bionda, la mia per intenderci, aveva un fondoschiena prominente. Quella di Burgos era Tania, meticcia, simpatica , ma la più avvenente era Anjia. La feci subito mia. Abbandonammo i vecchi autobus messicani per un più comodo mezzo di spostamento, ma non per questo le nostre abitudini erano cambiate. Prendevamo sempre due camere doppie, con bagno & anche se gli scarafaggi messicani passeggiavano tranquillamente su vecchie moquette consumate dal tempo & dall'usura, potevo ammirare i fantastici piedi di Anja e le sue unghie ammantate di rosso. Anjia un culo tondo, perfetto, due labbra calde, sensuali, un forte abbandono all'Estasi mentre facevamo l'amore. Le nostre compagne si chiamavano Erika e Barby. Ma non voglio parlarvi di loro, anche perchè ve ne ho già parlato. Diciamo soltanto che Erika indugiava in cucina con un altro uomo, mentre io giocherellavo con i seni di Anjia nella hall di uno squallido Hotel di Cancun. Che posto Cancun. Queste erano le nostre vite nello stesso preciso istante in cui forse ognuno pensava un pò anche all'altro. Lunghe spiagge interminabili di sabbia bianca e fine e poi grattacieli che si perdono all'infinito accarezzando il cielo. Io & Burgos a spasso con Anjia & Tania passando di bar in bar, da un negozio di liquori ad un altro. Trascorrevamo infiniti pomeriggi in giro in centro, verso ora dell'aperitivo, dopo essere stati in spiaggia e aver consumato il piacere dell'amore. Erano giorni così. Ma prima di trovarsi un altro uomo Erika aveva trascorso interi pomeriggi a guardare lo sgocciolare del rubinetto sui piatti del pranzo e questi giacevano indugiando su quelli della cena. le sue lacrime bagnavano i giorni. Io & il mio biografo litigavamo in continuazione: lui sa scrivere, ma io so vivere, pensavo dentro di me, e non era necessariamente vero il contrario. Che lui sappia vivere è qualcosa di ampiamente opinabile. Lui e tutta la mia vecchia compagnia di amici. Loro si muovevano in una direzione completamente opposta alla mia e quando entravamo per qualche motivo in sintonia su qualche cosa io o loro, ma più spesso io, cercavamo sempre di cambiare direzione per non avvicinarci troppo. Ormai le distanze erano diventate incolmabili. Il Beretta dicevamo cantava e in un certo senso era l'uomo più felice del mondo. Lui stava bene lì. Parlando gli dissi: "Scusa Beretta, ma tu non hai voglia che so di andare in un Appartamento Protetto, cucinarti qualcosa, vivere un pò più liberamente la vita?" E lui mi rispose: "Certo che ne ho voglia, ma sarebbe troppo faticoso: sai, cucinare, farsi le lavatrici, pulire casa: proprio non ne ho voglia." Lo lasciai lì con questa nostalgia per la vita in tutte le sue forme, nostalgia che solo chi non aveva mai più niente nella vita poteva capire. 2. Anija stava accarezzando la mia bocca con le sue dite sottili. Io stavo giocherellando con le spalline del suo reggiseno e un pò le tiravo fuori il suo piccolo seno un pò la coprivo e lei ridacchiava in continuazione tra l'eccitato e il disperato per questo gioco quasi masochistico delle parti. Poi si faceva l'amore. Tutti i giorni. A me ogni tanto capitava di pensare a Erika, mentre lo facevo con Anjia, a cosa lei stesse facendo a cosa non stesse facendo. Io lo sapevo che lei sentiva quando ero con un altra donna, figuriamoci quando non mi facevo sentire da così tanto tempo che cosa avrebbe pensato. Io e Anjia eravamo ormai insieme da una settimana. Stavo invece da tanti anni con Erika. E i suoi occhi neri mi avrebbero perseguitato per molto tempo ancora. "Hai un figlio a Cuba di 4 anni, Andrea." La notizia mi giunse così via lettera da Josè un amico mio e di Burgos conosciuto durante il nostro soggiorno a Cuba, mentre eravamo all'Avana. Lei non ricordo come si chiamasse. Fu un avventura di una notte in spiaggia. Io stavo parlando con Burgos quando proprio nell'istante in cui glielo dissi, notando una cubana che si dimenava in pista da ballo, gli dissi proprio: "Guarda come è bella quella ragazza che sta ballando." Proprio nel momento in cui glielo dissi lei si voltò verso di me e si presentò, ma non ricordo il suo nome. C'era un uomo con lei. Lei smise di ballare con lui e poi mi siavvicinò, facemmo un ballo assieme e poi finimmo in spiaggia a fare l'amore. Più avanti negli anni mi venne in mente che potevo anche essere un rivoluzionario nella vita, ma non ci feci mai troppo caso. Burgos tra un mojito e un altro scherzava con me, il giorno dopo, dicendomi quanto era bella quella ragazza e chiedendomi continuamente come si chiamasse, sapendo benissimo che non me ne ricordavo il nome. "Quando abitavo in via Bessarione avevo la sensazione che i servizi segreti mi stessero cercando a causa delle mie missioni in Palestina, alla fine il lavoro che stavo facendo era un lavoro in un certo qualmodo rivoluzionario. Avevo questa sorta di allucinazioni: che tipi quelli dei servizi, ti stanno sempre addosso, quando si tratta di Cuba o di Medio-Oriente o ex Unione Sovietica. Era una delle mie prime missioni. Ne dovevo fare molte altre, ma i miei problemi psicologici mi portarono a cambiare lavoro a scegliere qualcosa di più mite e tranquillo. Fu muro contro muro,tra me e la mia coscienza e io lasciai perdere. C'è n'era molta di gente così, di gente che iniziava a lavorare per i servizi segreti Russi o Arabi che poi finiva col fare l'Apicoltore. "Non bisogna scherzare molto su queste cose" dissi ridacchiando tra me e me. Burgos aveva fame, e mentre si mangiava un panino, la maionese gli era abbondantemente caduta sui pantaloni. Non capiì mai se si trattasse dei primi sintomi di un attacco psicotico e delle conseguenti allucinazioni oppure se era la vera Verità che mi si presentava in tutta la sua complessa semplicità. Fatto sta che quando andai in Toscana in macchina vidi tra le macchine dei miei amici che erano morti anni prima in un incidente stradale. Il giorno dopo mi ricoverarono." Burgos fece finta di non sentirmi, eppure mi stava ad ascoltare, molto attentamente, direi. 3. Anija ascoltò tutto e quando ebbi finito di parlare si versò qualcosa da bere, Avevamo comprato una bottiglia di vino rosso nel discount vicino alla hall dell'albergo. Mi guarda fisso negli occhi e poi mi fa: "Ma sei ubriaco? O meglio, eri ubriaco in quel momento?" "No, non sono e non ero ubriaco, anche se avrei tanta voglia di ubriacarmi con te in questo momento." Anjia lascia scivolare nel bicchiere il suo sorriso più dolce, prende un altro bicchiere, rovista nel frigo bar della stanza e poi mi versa un bicchiere di vino. Ma un velo di preoccupazione le attraverso gli occhi, dopo il mio racconto. "E poi che cosa è successo?" "E poi è successo che.." "BURGOS LASCIAMI, LASCIAMI". Si sentivano le grida di Tania e le risate di Burgos fin nella nostra stanza. Per nulla allarmati da quei rumori di due piccioncini a letto continuammo la nostra conversazione. Burgos dopo essermi stato un pò ad ascoltare se ne era andato su in camera da Tania. Ormai certe storie le conosceva a memoria. "Poi?" Mi fece lei. "E poi è successo che mi hanno ricoverato. Sono impazzito. Tutto qui. Poi non ricordo più niente." Si fece mattina. Anjia stava ancora dormendo. Io, ancora assonnato, dò un occhiata fuori dalle persiane della stanza per guardare il tempo, fuori. C'è il sole come al solito. Mi infilo i pantaloni e decido di andarmi a bere un caffè al bar. Sono circa le 10 di mattina, ho la testa gonfia come un pallone e non mi sento neanche particolarmente bene. Certo, ieri notte ci siamo bevuti due bottiglie di vino e abbiamo fatto l'amore un paio di volte, ma non significa necessariamente che sia stata una bella serata, da svegliarsi col cerchio alla testa. Come tante altre, trascorse con Anija. Sembrava un pò stranita con tutti quei discorsi sui servizi segreti e sul resto. "Stavo scherzando, Anjia, non ti preoccupare, sono un semplice uomo in cerca di avventure". Cercai di inscenare un sorriso fasullo, un pò complice, ma non mi venne per niente bene. Mi siedo a un tavolino al sole. Mentre aspetto il caffè, dò un occhiata al giornale locale. A un certo punto ricompare Burgos che, mentre si stiracchia tutto, sbadiglia e ordina anche lui un caffè. Poi si accorge della mia presenza e mi fa: "Ciao, Andrea. Tutto bene?" "Io bene e tu? Ne avete fatto di casino ieri sera." "Eh già.." "Spero vi siate divertiti, almeno." "Certo. Stanne certo." "Ma tutta quella storia che stavi raccontando sui Servizi Segreti, ma ci credi ancora? Non riesci a capire che erano soltanto allucinazioni?" " Certo che lo capisco, ma non so spiegarmelo fino in fondo e poi non voglio credere di essere pazzo. Non ci voglio credere, veramente." "Andrea, tu sei pazzo. Tu sei completamente pazzo. Ti devi convincere di questa cosa." Non so perchè proprio in quel momento la mia mente andò a Marika, ai giorni trascorsi assieme, alla felicità di certi momenti, all'immenso dolore che mi lasciò adosso dopo che tra di noi fu finita. 4. Alcune volte avevo pensato che Marika nella mia vita sarebbe sempre stato meglio non incontrarla mai, altre avevo pensato come era possibile che non ci fossimo mai incontrati prima. Non riuscivo a darmi una spiegazione. Mi sembrava quasi che fossimo fatti l'uno per l'altra. Eppure un giorno ci lasciammo. Marika si stava spazzolando i capelli nel bagno dell'hotel due stelle giù in Toscana dove eravamo andati. L'albergo era tetro, molto tetro. Lei era bellissima, perfettamente a suo agio in quella situazione. Urlava in continuazione, certi giorni, ed era difficile starle vicino, veramente difficile. Si vedeva che non sapeva neanche lei quello che faceva. Io non capivo mai se scherzasse, accentuando alcuni suoi tratti, o fosse veramente così. L'amavo di un amore puro. Eppure c'era tanto odio nei nostri sguardi. L'odio di due persone che stanno male, per motivi diversi ma che comunque stanno male. "Marika, quella stupida e inutile donna", pensavo dentro di me. Come il suo amico Rheb, un idiota dell'ultima ora. Lui non voleva che scrivessi. Gli dava fastidio perchè era un idiota analfabeta decerebrato. Niente di più di questo e dato che Marika mi teneva in gran considerazione quando scrivevo, lui non sopportava la cosa. Ma tutta quella gente era un gruppo di idioti senza nessuna pretesa dalla vita se non affermare la propria idiozia. Non me ne curo, ma il tempo passato con loro mi pesa come un macigno. Se ne commettono di errori nella vita e io purtroppo devo rimpiangere il tempo passato con loro. Rheb, la sua aria sfacciatemente saccente. Uno che puliva le strade nella vita e che ha pure scritto un racconto, su tutti i suoi fallimenti amorosi. E come dare torto a tutte le donne che lo hanno rifiutato. Un idiota, semplicemente un idiota, mi viene il vomito solo a pensarci. Questo idiotà però ha avuto il coraggio e la fortuna di fare delle foto di nudo a Marika in un assolato pomeriggio d'agosto, foto che lei ha venduto. E chissà che lui non si sia approfittato di lei. Non lo saprò mai. Se lei lo avesse fatto, mai avrebbe fatto in modo che lo fossi venuto a sapere. Sarebbero stati guai per Rheb, guai seri. Eppure Rheb, la sua aria fintamente assente, il giocare appunto più sulle assenze che sulle presenze lo rendevano un personaggio strano, carismatico, magnetico. E Marika che lo conosceva da anni, ci era cascata perfettamente. Marika era la mia prima donna qui, prima del Messico, prima di Anjia, prima di questa squallida vita di scrittore e di questa vita che assomiglia nalla morte, fisica e interiore. Tutte queste sigarette, essere sempre in debito col mondo, non avere mai soldi per fare niente. La mia vita era così. Marika mi sorrideva complice, prima & dopo l'amore. E l'amore lo facevamo spesso. Sempre in accappatoio, appena uscita dalla doccia. Dopo cena, in giro per le strade della Toscana, appena usciti dal ristorante. Fermavo la macchina nelle strade sterrate e poi ci perdevamo nei campi. Anche se a lei non piaceva molto questa pratica: la eccitava certo, ma preferiva starsene in un comodo letto. Marika giudicava gli uomini in base a quanto tempo passassero da soli. Considerava l'autonomia una qualità, da difendere e preservare. Era fatta così, e stimava molto il mio caro nemico Rheb. Ma aveva anche molta stima di me. "Tu vuoi trovarti un lavoro, ma tu sei pazzo. Tu sei un artista Andrea. Un artista del cazzo, scopami e non pensare ad altro." Il mio nemico Rheb era la persona più stupida che conoscessi, eppure nella sua idiozia riusciva anche a essermi simpatico. Una persona stupida e invidiosa che non avrebbe mai potuto lasciare tracce del suo passaggio su questa terra. Non era capace di nulla, in fondo e non sapeva fare nulla nella vita se non diffamare gli altri per trarne un qualche vantaggio. Era l'atteggiamento proprio dei perdenti. Ma tutti in questo momento della mia vita mi sembravano dei perdenti. Tutti affancedati a difendere le prorie scelte. Era l'atteggiamento di persone che avevano perso nella vita, la propria dignità, il proprio orgoglio, la propria autostima. Ero al bar, fuori dalla pensione in Toscana. Mi stavo bevendo un caffè. Ripensando ai miei viaggi: al Nepal, alla Palestina. alla Palestina sopratutto. Mi raggiunse il barista, mi servì il caffè e mi chiese: "Cos'hai Andrea?" "Marika: è solo capace di annoiare tutti, con questa storia delle frustrazioni, lei che non vuole fare un cazzo nella vita e costringe gli altri a fare qualcosa, qualunque cosa pur di legittimare la propria assenza di valori, di ideali, di qualunque cosa. Io sono stufo di vivere così. Pretende tutto dagli altri e non dà nulla, ti prosiuga come una mantide e poi dopo averti svuotato ti butta via come se fossi una carcassa di insetto." E poi ha detto una cosa così, tanto per dirla. Avrebbe potuto dire qualunque cosa in quel momento e io sarei stato lì ad ascoltarla. Poi penso a Burgos. Un tempo eravamo amici, avevamo dei valori in comune, ora lui si è ridotto a un essere che pensa soltanto ai soldi, lui è quella specie di donna che si porta appresso, che fa veramente schifo come etica, come morale, come tutto. E Eishenover ? Che mi diceva in continuazione di non scrivere ciò che mi vivevo nella realtà, ma di inventare, soltanto per farmi digerire la pillola-Marika. E' vero non penso a determinate cose, ma inventando ritardo soltanto il processo per cui io sviluppo una reale comprensione delle cose e più capisco le cose come sono nella realtà più divento vivido di rabbia. Le odio queste persone , le odio fino nel profondo delle mie viscere. Vorrei morissero tutti. Sai, io non penso che necessariamente si debba essere tutti amici o fratelli nella vita. Purtroppo non siamo in un paese libero, ma in Occidente e quello che più ferisce la mentalità di un occidentale è l'arrivismo, la mancanza di propositi, il capire che si è passati tutta una vita a inseguire qualcosa che non esiste, che non ha senso. Gli Occidentali sono così. "Prendi Burgos, togligli il suo lavoro ed è un uomo morto. La sua donna lo lascerà all'istante perchè l'unica cosa che ama di Burgos è il suo stipendio e lui si ritroverà come un povero idiota fallito e solo. Lui che fa lo stesso tragitto tutti i giorni, da mesi da anni e che in fondo non è neanche felice così, ma cosa potrebbe renderlo felice ? Io veramente non lo so. Neanch'io sono uno facile di gusti, ma lui la vita vuole scegliersela fin nel minimo dettaglio. Cura ogni particolare. Svuota di ogni significato il tutto per preservare una forma sterile e inutile, qualcosa che serve soltanto a lui. E alla fine deve soltanto respirare il vuoto dei suoi giorni, un ansimo di infinito in una coltre di forse, vorrei, ma. Ma non è questa la fine che gli auguro, non sono così crudele, io. Non quanto lui almeno, non quanto quella compagnia di idioti che circonda Erika. Quanto la odio quella donna. Eppure l'ho amata, l'ho amata tanto. Loro mi hanno spinto verso il fallimento perchè sono dei falliti loro, per primi nella vita. Le persone che valgono qualcosa amano confrontarsi con gli altri e non passano il tempo a cercare di capire come portarli alla rovina. Questo odio strisciante verso tutta quelle persone me l'hanno messa addosso Marika e il suo caro amico Rheb, loro che si nutrono di questi sentimenti non potevano che contagiarmi con la loro visione distorta della vita. Sono stato male per anni, sono stato male per molti anni. E lo devo soltanto a loro. Burgos è così, appena non hai più soldi smette di esserti amico. Nella sua ottica è chiaro, limpido, lineare, lui non ci guadagna nulla dice. E' come Marika, anche lei ragiona così. Si fa a gara per chi ha più soldi e quando se ne hanno diventa tutto ostentazione sociale. E' tutto così inutile, tutto assolutamente inutile con loro. Dovrebbe capitargli qualche disgrazia, così capirebbero com'è la vera vita. Eppure qualche pomeriggio piacevole con Rheb l'ho passato. Ma sono delle isole felici in un periodo tetro e buio , così come era tetra e buia Marika. Il suo modo di fare l' amore che poi amore non era, ma soltanto sesso. C'era passione, forse amore, ma mai dolcezza. Quella non sapeva neanche cos'era. Che donna stupida Marika. Eppure rideva sempre: di me, di lei, di noi. Stupida e stupenda allo stesso tempo. Quando sono stato in comunità gli ho scritto anche una poesia a Burgos, una delle più belle che ho scritto, si intitolava "L'Invidia di Burgos". Ma ora non la ricordo, non la ricordo davvero. A Marika ne ho scritte tante di poesie, ma nessuna la disegnava come avrei voluto. La sua bellezza, la goffaggine dei suoi seni. 5. Anjia mi stava accarezzando dopo aver fatto l'amore. Stavamo indugiando in camera aspettando che qualcosa succedesse. Ma non succedeva nulla. Eravamo soltanto io & lei nello spazio immenso dei nostri pensieri. Le nostre dita si accarezzavano, mentre ci sfioravamo le mani. In quell'attimo di emozione provammo a parlare un pò di noi. Ma non sapevamo bene da che parte cominciare. Una bellissima e ricca messicana mi aveva porposto un giorno che ci incontrò in un bar di Acapulco di proseguire il mio viaggio in Messico con Burgos con lei e la sua amica Tania. Data l'inistenza e la dolcezza delle loro parole non potevamo rifiutare. Fu un pomeriggio qualunque di un bar qualunque di Acapulco. Ma io e Burgos eravamo a metà del nostro viaggio e ci stavano iniziando a scarseggiare i soldi. Stavamo iniziando a litigare. Capitava sempre più spesso. E proprio nel bel mezzo di uno dei nostri litigi, comparve Anjia, in uno stupendo vestito a fiori violaceo che sorrideva dal fondo della strada. Tania parlava al suo fianco, ma lei non la stava ad ascoltare. Guardavo fisso nella mia direzione. E io, che nemmeno stavo ad ascoltare le parole di Burgos, incrociai il suo sguardo di un azzurro profondo e magnetico. La seguiì con gli occhi fino a quando, interrompendo di parlare la sua amica, fece per sedersi vicino a me e mi chiese da accendere. Si presentò e lasciò scivolare i suoi occhi addosso a me. Da quel momento io non potei fare a meno di lei e del suo respiro che ancora annuso in ogni attimo del nostro fare l'amore. "Andrea, piacere". Dissi nervosamente in uno spagnolo alquanto incerto. "Anjia, muy encantada". La sua voce era dolce, musicale sapeva di avorio e fiori freschi. La sue labbra sembravano chiedermi di morderle. I suoi seni mi scrutavano da sotto il vestito a fiori e vidi nitidamente i suoi capezzoli indurirsi da sotto il vestito. Tania, capita la situazione si presentò a Burgos e iniziarono a chiacchierare, dapprima svogliatamente, poi sempre con maggiore enfasi e coinvolgimento. Presero da bere, ci chiesero da dove venivamo che cosa eravamo venuti a fare in Messico. Un sole caldo ci baciava il cuore e la mia pelle era già un tutt'uno con quella di avorio di Anjia. Trascorremmo tutto il poimeriggio così, tra birre, sigarette e un lento avvicnarci reciproco. Le invitammo nella nostra camera, dove avevamo appena svuotato gli zaini. Vennero su, per vedere come ci eravamo sistemati. Ci congedarono, Anjia mi baciò delicatamente sulla guancia e mi lasciò il suo numero di telefono. Scomparve dietro un vicolo con la sua amica Tania che ridacchiava di lei e di me, posso immaginarlo. Il giorno dopo la chiamai. Mi rispose una volce dolce e emozionata. Mi disse che avevano una macchina e che sarebbero potute venirci a prendere e poi saremmo potuti andarci a fare un giro sulla costa, per andare al mare. Sapevano loro dove portarci: conoscevano loro un posto. Vennero a prenderci verso le 3 del pomeriggio su una Chevrolet grigio opaco. Le salutammo, salimmo dietro e iniziammo a parlare, all'inizio abbastanza nervosamente, poi complice la strada e i loro sguardi, sempre più disinvolti. Fu in spiaggia che ci baciammo io e Anjia, fu lì che diventammo dei teneri amanti per la prima volta. Non riuscivo a staccarmi dalle sue labbra, accarezzavo la sua pelle e non avevo mai sentito niente di più liscio e morbido nella mia vita. Chiesi a Burgos di restare in spiaggia ad aspettarci facendogli capire che io e Anjia avevamo fretta di conoscerci meglio. "E cosa dire di Gex? Dovremo prenderci cura di lei e della sua idiozia per tutta la vita." Intanto stavo continuando la mia filippica al bar, trattenendo il barista dal suo lavoro che iniziava a non poterne più delle mie invettive sulle persone. Ero veramente inacidito."Che persona patetica che è, lei i suoi soldi e tutta la sua invidia e il suo rancore nei confronti della vita e del mondo. Sai perchè è partita per fare lavorare all'Estero anche lei? Per invidia, perchè non le bastavano i soldi dei suoi, viaggiare senza fare un cazzo, non le bastava tutto questo, ma doveva anche fare quella che si interessava ai problemi dei più deboli quando non gliene è mai fregato un cazzo di niente e di nessuno se non di sè stessa. Ora che è fuori dalla mia vita mi sento più leggero, più sollevato. Una idiota di meno a cui rendere conto dei propri giorni e delle proprie azioni. "Ma lei lo sapeva di te, dei tuoi problemi ?" Mi chiese il barista, che improvvisamente divenne artefice e carnefice della mia vita. "Certo che lo sapeva. E' stata la prima persona che ho conosciuto dopo la morte di mia sorella." "Quell'ebrea, ma quand'è che si toglie dalla circolazione ?". Signore e signori andate tutti dall'ebrea e chiedetegli un prestito, lei ve lo concederà malvolentieri, ma ve lo concederà. Ormai stavo urlando, ero fuori di me, non ne potevo più di lei. Non è giusta la supposizione secondo cui tutti gli Ebrei sono necessariamente avari. Anche se Gex è una persona così. I suoi enormi cactus, le sue lezioni di Inglese da preparare alla scuola di lingue dei suoi, il suo fidanzato. Eppure lui è un tipo in gamba, si vede e poi mi sta pure simpatico, non so perchè, ma è così. Gex alla fine non aspettava altra occasione per vedere se c'era la possibilità per lei di entrare nella mia corte. Era presente ogni volta che mi finiva una storia con una mia fidanzata. Erano bellissimi i suoi cactus. Viveva immersa tra i cactus. Ma a parte questo, non c'era niente di più. Ci sono tanti aneddoti su Gex, ma non so se ho voglia di raccontarli. Tutta la nostra vita fluiva in un disastro. Non è vero odio, quello che ho nutro per Gex. Diciamo che nei momenti di più acuta rabbia la penso così, ma Gex non è una persona così, almeno in apparenza. Gex è quella che ti sorride sempre, Gex è quella che ti chiede cos'hai. Gex è sempre quella che ti dice di andare a lavorare, cosa che odia pure lei. Forse per questo sono così arrabbiato con lei. Forse si aspetta che le offra qualcosa, tipo una cena romantica a lume di candela. Gex non voglio consigli, mi bastava semplicemente parlare con te. Ci sono altre persone che odio questa mattina. Ma è un odio, non so come dire, così, tenue. Stavo pensando a Konstantin, il mio amico rumeno che ha vissuto con me per circa un anno. Eppure a quel furbo di Konstantin gli volevo un gran bene. Ma lui ormai è partito, è andato a Londra a cercare fortuna e chissà che non l'abbia pure trovata. Dicono che stia lavorando lì. Konstantin aveva un amica, una che passeggiava qui sotto col cane che lavora in un Ristorante qui vicino. La incontro spesso quando scendo giù a fumarmi una sigaretta dopo i miei pomeriggi davanti alla Tv o a un foglio bianco che poi diventa carne e trama intessuta. Mi ero ripromesso che sarei andato a trovarla, ma poi alla fine non l'ho mai fatto. Carina e giovane, molto giovane. Konstantin, che personaggio. Eppure lui è stato importante per me. Ha sottolineato una fase della mia vita. Lui non voleva che mi sposassi con Eliona, era geloso. Lui viveva qui con me, dormiva sul divano del salotto e forse aveva paura di perdere il posto o più semplicemente un amico con cui trascorrere il tempo. Konstantin, le mille serate con i suoi amici rumeni, le sbronze colossali. Amici che ho visto anche dopo la sua dipartita, quando lui era ormai già in Inghilterra dopo essere passato, dopo anni di vita randagia in Italia, a farsi un periodo dai suoi. Così, per riposarsi un pò. E' tutto così lontano ora. E' attraverso lui che ho conosciuto Bogdan che allora era una semplice comparsa del giro rumeno. Io non stavo ancora così bene come adesso e molte cose sono come avvolte dalla nebbia, ma ci siamo divertiti, ci siamo indubbiamente divertiti molto e poi di lui ho già parlato altrove. Poi Bogdan è come se avesse preso il suo posto. Konstantin è un ricordo lontano della mia vita. Chissà come si diverte lì. Lui sa divertirsi, sa vivere, sa anche quando è il momento di fermarsi, cosa che io in genere capisco soltanto troppo tardi. Era in gamba, indubbiamente e ci sapeva molto fare con le donne, e aveva molto amici, perchè sarà stato pure furbo, ma era gentile e rispettava le persone. E' un periodo che non esiste più, morto, finito. E le rumene sue amiche, tutte molto giovani, che passavano per casa mia ancora mi salutano quando mi incontrano per strada. Ma non rammarichiamoci troppo. Il mondo è pieno di belle donne e belle ragazze e anche qui nella squallida San Giuliano si possono fare degli incontri interessanti. Ora che ho dei nuovi amici, mi guardo spesso intorno e qualche viso interessante si vede in giro. Di ragazze giovani, di ragazze maledettamente giovani. Si vede che hanno voglia di qualcuno che le tenga compagnia. Vorrei averle tutte, ma proprio non posso farlo. Ormai ho i miei anni. Ma la tentazione di andare con una ragazza di 20 anni più giovane di te è sempre forte: hanno un' energia che le donne fatte e finite non hanno più. E poi sono fresche, glielo vedi sulla pelle, sul viso, glielo leggi negli occhi. Mi specchio in bagno al mattino, come tutte le mattine e provo una sorta di angoscia a vedere il mio viso invecchiare. Vedere il tempo che passa sulla tua pelle e non poterci fare proprio niente. Potrei smettere di fumare. Potrei praticare qualche attività. Ma non ne ho voglia veramente. Quindi decido di accettare il passare dei miei anni così, con serenità, pur usando qualcosa per non darlo a vedere. Konstantin, dieci anni in meno di me, la sapeva lunga in tal senso. Mi faceva mangiare la polvere, letteralmente. Io la sera stavo a casa a guardare la tv se lui non c'era, mentre lui andava in giro a ballare o a perdersi con qualche ragazza. Ne incontrava sempre tante: ci sapeva fare e loro lo ascoltavano parlare. Le mie serate, senza di lui, erano di una solitudine e una tristezza disarmanti. Fino al giorno del mio matrimonio. Poi da lì in poi qualcosa era cambiato. Era arrivata Eliona nella mia vita. Ma io recitavo, recitavo sempre e non riuscivo mai a essere me stesso, in nessun modo. Forse la mia malattia aveva lasciato il posto a un rinnovato interesse per le donne, cosa che mi faceva sentire più giovane e più curioso nei confronti della vita. E' difficile accettare di star invecchiando, anche se sei un bell'uomo e le donne non ti mancano. Ne parlai col mio psichiatra. Lo psichiatra mi diceva delle cose che non ero neanch'io in grado di comprendere. Lui parlava per ore, per settimane, per anni. E io lo stavo sempre ad ascoltare. Ma forse non ero in grado di comprenderlo fino in fondo, lui parlava soltanto di lavoro, mai di donne, considerava l'argomento alquanto noioso e per nulla utile o interessante. E' così tutto gira intorno a una stanza in cui reale e finzione si mischiano e l'unica discriminante sono la quantità di sigarette che ti fumi per dover scrivere di determinate cose piuttosto che di determinate altre. Faccio delle scelte, come tutti d'altronde e comunque io parlavo di tutto con lui, anche nell'immediato. Non so spiegarvi esattamente questa sensazione, eppure è così. Sono talmente tante le persone, tutte belle, che hanno attraversato la mia vita, che quasi faccio fatica a districarmi nel marasma dei ricordi. Sì, qualche screzio, qualche malinteso, ma in fondo è andato tutto sempre bene. Diciamo che oggi la vedo così. E' così che va il mondo. Purtroppo non si è giudicati in base al valore, ma a quanto siamo capaci di vendere quello che siamo. Queste persone (Konstantin, Marika, Rheb e Gex) erano tutte le più importanti dei miei ultimi dieci anni di vita. E mi è sembrato necessario parlare di loro. A parte Konstantin, nessuno di loro mi aveva lasciato qualcosa di bello perchè io li potessi ricordare con affetto. Soltanto tanta noncuranza e una vita avvilente. Rheb poi era tremendamente avvilente. Come viveva. Lui Marika e gli altri idioti si capivano a perfezione, tra le birre e una cena ammuffita nella sua cucina ammuffita, complici di una vita ammuffita. So quello che volete dire, ma non sono necessariamente i soldi che fanno la differenza in tal senso, si può vivere una vita decorosa anche con pochi soldi e molte idee per la testa. Marika usava uno squallido prestigio sociale come scusante per spiegare al mondo, anzi per non spiegare la sua follia come donna, io rispetto alla mia ne facevo più un discorso di sensibilità umana che in quel contesto di persone nessuno era disposto a capire. Nessuno era disposto a credere alle parole di una persona reputata pazza in nome di una sensibiltà che nessuno si sentiva di avere addosso. 

 7. Anjia stava passeggiando scalza per le vie del corridoio. Aveva socchiuso la porta della stanza numero 14, una porta verde con intagli oro con della carta da parati verde con ricami oro anch'essi. I suoi piccoli piedi stavano danzando sulla moquette del corridoio, quando salendo le scale, la incrociai e me la ritrovai così davanti agli occhi. Con un piede si accarezzava l'altro e mi guardava sinuosa e provocatrice. Mi stava venendo incontro, dopo aver sentito la mia voce salire le scale. Mi si avvicinò. Mi baciò la fronte e poi mi accarezzò piano. Proprio lì. Me la riportai in camera da letto e poi facemmo l'amore sul divano dell'ingresso. "Non è male subito dopo colazione" pensai tra me e me. Poi glielo dissi. "Già" fece lei, un pò spazientita per quella affermazione. "Riesci sempre a rovinare tutto. Non sai aspettare, Andrea, non sai aspettare che parli io al posto tuo". "E cosa avresti detto?" le chiesi io. "Ti avrei detto che sei veramente bello, Andrea." Due stanze della stessa esistenza si specchiavano in un tiepido giorno di sole. 

 8. Uscii dalla psichiatria veramente arrabbiato & sempre arrabbiato me la presi con la prima persona che mi era capitata a tiro: Marika che con fare gentile e sinuoso mi veniva a trovare già quando ero stato ricoverato. Fu così che si insinuò nella mia vita. Si indugiava un pò alla macchinetta del caffè, lei mi dava dei leggeri baci sulla bocca, mi accarezzava dolcemente: non ricordo tutto nitidamente anche se il caffè pessimo della macchinetta me lo ricordo. Passai dalla psichiatria a casa sua come se fosse la cosa più naturale del mondo. Più tardi, scoprì la bellezza di Marika in tutte le sue forme, dal seno al piccolo & fantastico sedere. Trascorsi due anni con lei. Due anni intensi e forti, molto forti emotivamente. "Io che scrivo e scrivo e non giungo mai a niente". Appallottolai un altro foglio di carta e lo gettai nel cestino. " Non succede niente nella mia vita e in fondo forse non c'è nulla che debba succedere". Io spero sempre in un qualche cambiamento. Sempre a letto, il posacenere sul lato dove dormono le mie donne quelle occasionali, di passaggio e quelle fisse. Le tapparelle sempre abbassate, il bar sottostante che manda un vociare confuso e continuo, il cameriere siciliano con la testa fracassata in una rissa a Palermo, città della sua famiglia. "Come ti sei fatto quei tagli ?" "Mi hanno spaccato una bottiglia in testa." "Già." Marika, il suo innato vittimismo, il non fare nulla e pretendere sempre tutto. Che cazzo di donna. Non ha senso quella donna, non ha senso di esistere. Solo quello che ha tra le gambe vale la pena di essere considerato, per il resto quello che di bello mi lega a lei lo devo soltanto a me. Eppure un giorno la chiamai ancora una volta e stavo quasi per ricredermi su tutto. Nei giorni successivi incontro ancora una volta il cameriere siciliano. Sembra felice di vedermi. Mi dice di fumare meno e di pensare alla salute. "Sono proprio invecchiato", penso. 9. Eishenover non sapeva più cosa inventare per dare un senso alla sua vita. Scriveva e lavorava, scriveva e lavorava e stava sempre con Clitemnestra, la sua ancella. Intanto donna L. lavorava i suoi pazienti uno a uno: "Lui parla male di tutti". "Volevi parlassi male di tutti ? " "Eccoti accontentata". Donna L. si nutriva del malessere dei suoi pazienti, ci si cibava proprio come se fossimo al take away esperienziale e si faceva lo stipendio così. Una persona squallida con i suoi ricci nefasti che la facevano sembrare una medusa informe, che liquida si muoveva nel melessere del disagio sociale di gente che stava male veramente e lei non faceva nulla per farli stare meglio. Cercava invece di non farli guarire mai, affinchè rimanessero sempre suoi pazienti. Un strategia aborrita e condannata dall'albo degli psicologi. Eticamente e deontologicamente scorretta. Però era l'unico suo modo di stare al mondo, l'unica via che conosceva da perseguire. L'unico modo per sopravvivere. Fritz: che delusione tornare a parlarne, eppure bisogna farlo perchè è stato pur sempre importante per me. E poi lo stimo, anche nel disprezzo che provo per lui e la sua nauseabonda vita. Eppure un giorno al bar mi ritrovai a parlare in questo modo di lui, con un amico comune. E' pazzesco il fatto che attraverso il disprezzo nei suoi confronti ho imparato via via a stare meglio, sempre meglio. Come se distruggere gli altri potesse essere un modo per innalzare se stessi dal fango in cui si era stati gettati. "E quell'idiota di Fritz? Anche lui si nutre di cadaveri. Ma sai lui cosa fa? Lui non sa fare nient'altro che guardarsi in giro e scegliere la sua vittima. Non sa creare nulla, non ha mai creato nulla nella vita. Lui pulisce il culo dei vecchi ed e felice così. Sì, ha fatto delle cose belle con la ceramica, ma intellettualmente è un idiota completo, non capisce nulla di niente, sempre attaccato al telefono, dipende da tutto e da tutti, in fondo è una persona senza personalità. Un idiota completo. Aveva una fidanzatina giovane, ma appena lei ha capito che il suo destino nella vita sarebbe stato pulire il culo dei vecchi, lo ha mollato." Fritz, il suo cazzo di cane che spero gli muoia un giorno, sempre bolso, stanco e vecchio. Dice di prevedere le mosse degli altri, quando non sa che prevedere la sua rovina. Per battere Fritz con le sue stesse armi, basta mettersi davanti alla Tv e non fare un cazzo, così lo fai fuori stanne certo. Un altro inutile idiota di San Giuliano. Devi vivere come vive lui, ma per me è veramente difficile fare il suo tipo di vita. Non ha ambizioni, non ha sogni, non ha speranze e quindi non ha nemmeno rimorsi. E poi è senza scrupoli, prende dalla vita soltanto quello di cui ha bisogno, il resto lo lascia agli altri, con disdegno. 10. Eravamo in metrò. Lei leggermente accavallò le gambe. Le sue gambe mi guardavano, lei mi guardava e in fondo Clio, ormai lontana a Braccano, non mi convinceva. Io l'amavo, ma non mi convinceva: il suo modo di fare, il suo sussurrarmi parole dolci. Un dizionario in mano, l'aria fintamente assente, le mutandine bianche. Mi invitò a seguirla, poi mi fece cenno di salire sull'ascensore con lei fino al piano mezzanino. Appena le porte si chiusero, iniziò a strofinare la sua mano sulla patta dei miei pantaloni, poi a masturbarmi e poi bloccò l'ascensore e me lo prese in bocca. Il suo rossetto macchiava la mia pelle. I suoi seni grandi, i capezzoli turgidi, poi finito di prendermelo in bocca si gira, si scosta un pò le mutandine e mi prega di penetrarla. Finito di masturbarmi chiudo gli occhi e dormo. Lei si perde nella metrò. 11. Lo Status sociale è importante per uno scrittore. Oggi vado alla Caritas a prendermi dei vestiti così mi tengo i soldi per cose più importanti. Tipo ? Tipo prendermi una bottiglia di vino al discount, tipo comprarmi le sigarette e vivere più in sintonia col mondo. Che poi stare al mondo in un modo piuttosto che in un altro ho scoperto essere una questione più che di scelte, di imbarazzo della scelta su con chi stare e sul perchè farlo. Alla fine c'è solo l'imbarazzo della noia della scelta. In peggio chiaramente. Poi nessuno ti crede sul fatto che sai fare ragionamenti anche complessi e articolati sulle cose. E' così avvilente doversi difendere sempre e con ogni mezzo contro tutti e contro tutto che quasi mi viene da piangere. Ma un pò ci rido anche su, per forza devo farlo. E' così avvilente che quasi ho rinunciato a fare qualunque cosa. Scrivere è l'unica cosa che mi è rimasta, ma in fondo non scrivo neanche come vorrei scrivere e di quello che vorrei scrivere. Quindi anche oggi Tv e salatini, se trovo qualche spicciolo magari faccio una telefonata a Marika e le chiedo di venire in accappatoio da me a farsi sfilare le mutandine come ai vecchi tempi, oppure scendo al bar a bermi un Negroni alla sua salute. Che persona squallida Marika, quasi ci penso ancora. Toccavo pure le sue corde certo, ma non erano quelle che mi appartenevano. 12. Anjia stava prendendo il sole sulla Chevrolet grigio metallo. Appoggiata alla portiera. Il sole scintillava sui suoi occhiali da sole e sulla carrozzeria della macchina. Usciì dal negozio di liquori con quattro lattine di birra in mano. Burgos e Tamara erano rimasti in albergo tra le lenzuola. Mise in moto e ci avviammo verso la costa. Prese la statale che costeggia la costa Sud di Acapulco e si aprì una lattina di birra. Beveva mentre guidava, cosa che gli sconsigliavo di fare. Mi piaceva bere, ma in situazioni più tranquille. Lei mi diceva giocherellando con la manopola dell'autoradio. "Senti questa." E alzava il volume dell'autoradio. Le abbassavo il volume e avrei voluto abbassarle anche qualcos'altro, ma non era il momento. Le dissi: "Ascolta Anjia, se ti vuoi schiantare in macchina, fallo senza di me." Arrivammo in un piccolo paesino, prendemmo due cabanas sulla spiaggia. Vista mare mozzafiato. Le due ragazze lasciano gli zaini nelle stanze, si infilano rapidamente il costume e poi spariscono nell' acqua del mare. Guardo Burgos, poi non so come gli faccio: "Ma Gex che fine ha fatto?" E lui: "Per fortuna Gex ha finalmente fatto un figlio. Così potremo levarcela dai piedi lei e il suo fidanzato medico. Le donne che hanno la pretesa di costituire ciò che di meglio ti è accaduto nella vita è ciò che di più ridicolo esista. Gex è una persona così, una che pretende di avere ragione sempre su tutto quando non ha mai affatto ragione su nulla. Non si può fare niente contro di lei: lei ha i soldi, il prestigio sociale. Dovrebbero darmi tanti soldi Gex e i suoi amici. Primi fra tutti Erika, una vipera striscante altro che donna dai grandi valori e dalle grandi promesse, non è nient'altro che una donna così. Non vale niente mendica affetto e soldi non si cura di niente e di nessun e reclama sempre qualcosa. Io le auguro tutto il male possibile a Erika, le auguro di morire, veramente. Non se lo merita di vivere quella lì. Che poi è stata con quell'idiota di W., come si fa a stare con un idiota così non lo so. Ma lui ci sa fare, bisogna riconoscuerlo. Solo lei ci casca tra tutte quelle che conosco. Non c'è una donna che conosco che è disposta a stare con uno come W.. Lui ricatta la gente, la copre di ridicolo quando quello ridicolo qui è lui. E neanche se ne rende conto: ma nessuna se ne rende conto, è molto abile lui. "Andrea come sta? Sì sta bene, è sparito dalla circolazione, ma sta bene. E nessuno si pone domande su di lui, e Erika sempre in affanno a difendere le sue stupide scelte, ma anche lei morirà presto come moriranno tutti gli altri." Un giorno capiremo tutti perchè bisogna sempre occuparci di quell'idiota di Burgos, della sua idiozia, di essere in ultima analisi un bamboccione che dipende dalla sua donna in tutto e per tutto che lo acontenta per non sentirsi schiava delle sue frustrazioni. E' l'idiota della strada, quello che non sa niente di niente, quello che eppure pretende di sapere sempre tutto, ma che in realtà non ha capito niente, nè di sè stesso, nè della vita. E'l'idiota in pantaloncini corti anche d'inverno, quello che d'Estate deve avere il suo ghiacciolo in mano e le sue convinzioni da bar a cui non crede ormai nessuno. Vive nell'odio, consumato dall'odio e morirà strisciando nello sterco dell'odio. Non c'è amore nella sua vita in niente di quello che fa. Difende anche Eishenover, d'altronde andavano a scuola insieme definendolo il "mite" Eishenover. Quando secondo me la mitezza è qualcosa che manca a tutta quella schiera di persone: finti, arrivisti, senza uno straccio di ideale. Fanno finta di essere di sinistra, ma non hanno mai capito niente di niente di quelle idee e di quella ideologia. Che pena che mi fanno. E' così avvilente parlare di loro. Tra le schiere delle sue amicizie c'è Gex, oltre Erika, W., Ivan, lo stolto ascensorista, grande amico di Ivan e relativa compagna e altri personaggi di rilievo minore. Non so quei due idioti decerebrati si intendono a perfezione, sono sulla stessa lunghezza d'onda, non c'è niente da fare. Formano un gruppo unitario e compatto, accomunato soltanto dai loro stupidi figli (d'altronde, data la materia prima, non si poteva andare molto lontano) e dal loro professato amore per la loro professione e per i soldi che questa porta loro e di tutti gli agi che ne conseguono. Il povero Burgos (che poi così povero non è) muove le sue chiappe in giro per il mondo non capendo nulla di esso, nè tantomeno si sforza di capirlo. Va avanti per la sua strada, una strada fatta di niente, di sciocche illusioni e convinzioni da povero disilluso. Povero Burgos. Eravamo anche amici un tempo e lo stimavo anche, ma non avrei mai pensato che sarebbe diventato così. Eppure c'erano già i primi segni di una mia insofferenza nei suoi confronti. Burgos non ha capito niente della vita, di come la si vive, di come la si interpreta. E' un ciarlatano della vita travestito da scienziato e l'unica cosa che ama della scienza è che gli porta i soldi per soddisfare il proprio perennemente insaziabile stomaco. E' uno così, uno con cui non puoi farci grandi ragionamenti. Ma ai tempi del Messico eravamo molto amici e non nascondo che qualcosa pure gli devo in un certo qualmodo. Ma è un qualcosa che è finito subito. In fondo non aveva molto da insegnarmi, non aveva studiato molto la vita nel suo manifestarsi e in tutte le sue forme. Lui mi diceva cose, cose che non ero nenach'io in grado di accettare. Per questo lo abbandonai alla sua strada. Finiì per non capirlo più il povero Burgos e al primo manifestarsi della mia follia, neanche lui sapeva capire più me. Gex. Gex è un capitolo a parte. Lei, con i suoi stupidi soldi pensa di poter fare tutto ciò che vuole, anche comprarsi l'amicizia delle persone. E poi sta soltanto con chi ne ha un pò, chi non ne ha deve andare a lavorare secondo lei, anche se non ne ha voglia. Propriamente teutonica direi, tedesca fino al midollo. L'amica di tutti. E ci riesce con il suo modo affabile da psicologa a conquistarsi un pò tutti, sempre sorridente, sempre conscia del fatto che il prossimo week-end tu sarai qui a tirare il fiato dopo una settimana di lavoro e lei sarà nella sua casa a Nizza o sulle Dolomiti. Siamo stati anche insieme io e Gex quando eravamo molto giovani, diciamo appena maggiorenni. Ma è stato un incidente di percorso diciamo un incidente cui ho dovuto provvedere. Ancora non era la bella donna che è ora,non si curava, faceva la tipa alternativa e suonava il sax. Avevamo anche un gruppo in cui io cantavo e lei suonava. Burgos suonava la chitarra. Era il gruppo dei tempi del liceo. Ma non era tra i gruppi più in vista, eravamo tra i minori diciamo e a quel tempo eravamo veramente amici. Poi qualcosa negli anni si ruppe, con loro e nella mia testa, forse per sempre. Tutta colpa di Erika, delle voci che aveva messo in giro e della mia inguaribile fiducia in quelle persone che poi serebbero state i miei carnefici. Poco male, ci si sbarazza anche della stupidità altrui. E io non scrivo per appagare i vostri aneliti di insana curiosità, cari miei, ma scrivo ormai soltanto per distruggervi. E' questo il mio scopo finale, così come voi avete distrutto me, io farò così con voi. E' la legge del contrappasso, è quello che vi meritate. Burgos, quando stava con Erika sempre lì a reclamare un pranzo, una cena, una briciola della nostra fantastica vita in cambio della sua nauseabonda e triste con una compagna triste e che avrebbe fatto impazzire anche un santo. Un giorno capiremo tutti perchè lui stava con lei. Forse perchè era brava a letto, non mi so dare altra spiegazione della loro unione. Con cosa puoi barattare colante tristezza ? Soltanto col sesso. Ma Gex, era la più furba di tutti. Non si faceva mai conoscere fino in fondo e veramente io non so esattamente di chi vi stia parlando. Una persona finta e doppiogiochista travestita da amica autentica e sincera, questo era Gex. Non ne potevo più di loro non ne potevo veramente più e così decisi di farla finita. Dopo Erika chiusi anche con loro, ma non fu difficile, anzi fu un operazione come dire quasi automatica e istintiva. Anjia si stava lisciandosi le gambe spalmandosi un pò di crema solare. Eravamo in spiaggia. Burgos come al solito era ancora in Hotel a dormire. A un certo punto comparve Tania, evidentemente spazientita. Anjia la guardò con sguardo interrogativo. "Dorme sempre. Mangia e dorme e poi a letto non è nenache un granchè". Mi disse in modo lapidario. Ad Anjia scappò un sorrisetto complice. "Beh, Andrea è diverso", e mi accarezzò il viso con fare complice. Eravamo ormai alle ultime tappe del nostro viaggio in Messico e Burgos sembrava un pò stanco della sua nuova fidanzata, gli mancava Barby, la sua donna che lo stava aspettando in Italia. Spalancando le gambe, certamente, ma non a chiunque, soltanto a chi riteneva abbastanza prestante da poterla soddisfare. E Burgos, lo sentiva, l'aria gli fendeva le orecchie e qualcosa sembrava spuntargli sulla testa. Io ero tranquillo. Sapevo che la mia donna mi amava e che mi avrebbe ripreso con sè, nonostante i tradimenti e nonostante tutto. Il problema era ritornare alla vita di sempre, dopo il mese trascorso con Anjia, tra le sbronze, il sesso e i lunghi pomeriggi sulla Chevrolet guardando l'orizzonte perdersi nei suoi occhi celesti e infiniti. Credo che in quel momento amassi due donne, so che dai più non è ritenuto possibile, ma per me era così. Amavo due donne e le volevo entrambe, per soddisfare le mie voglie, certo, ma anche per puro amore. Erano due creature bellissime. Erika sembrava un quadro di Goya, Anjia un angelo caduto dal cielo sul sedile della Chevrolet, pronta per portarmi in giro sulla sua vita. Il sole anche oggi splendeva alto nei cieli del Messico e Burgos era soltanto un triste spettatore della mia magnifica vita, che splendeva nel suo compiersi. Lui era soltanto un surrogato di tutto ciò. Viveva di riflessi e si aggrappava alla gente tediandola con la sua stupida presenza, prosciugando l'energia che essa emanava. Chiesi ad Anjia se voleva che gli spalmassi un pò di crema solare sulla spalle, con la testa mi fece cenno di sì. La accontentai e poi dopo averle accarezzato il viso la baciai lungamente sulla bocca. Erano baci lunghi e appassionati, i nostri. Quell'idiota di Burgos spero muoia un giorno. Mette mano ovunque nella mia vita e non sa quanto fa schifo la sua. Con una donna che faceva schifo come compagna dove volevi che andasse ? E si è preso anche a distanza di anni la premura di venirmi ancora a molestare. Per fortuna ora sta male, va da uno psicologo e io spero che non guarisca mai. Gli auguro di morire infelice. E' quello che si merita. E io come un idiota qui a scrivere di loro. Non so, io non capisco tutto questo odio. Ho appena parlato con Burgos al telefono e se continuo così mi esplode il fegato da quanto non lo sopporto più. Lui e il suo buonismo. E poi difendeva anche Marika. Cosa che non ho mai tollerato, fino in fondo. Ma perchè ridursi a queste squallide giornate di ricordi malmostosi, quando sarebbe bellissimo viversi la vita nel suo semplice compiersi. Tutto il lavoro fatto quest'anno per stare meglio e non pensare a determinate cose e a determinate persone si è rivelato vano. Siamo in spiaggia a prenderci il sole e arriva anche Burgos. Iniziamo a parlare del più o del meno, poi a un certo punto la nostra conversazione verte sul nostro rientro in Italia, su cosa avremmo fatto o cosa non avremmo fatto. Iniziai a parlare alle due ragazze di Erika. Tania proprio mi fece la domanda." Ma com'è la tua chica italiana?". E io iniziai a parlargli un pò di lei. Anjia era stata in silenzio per tutto il tempo della conversazione che sarà durata non più di 5 minuti. Poi mi guarda con aria interrogativa e mi fa: "Andrea, vieni alla macchina con me, ti devo dire una cosa". Ci avviciniamo alla Chevrolet grigio metallo, Anjia apre la portire del passeggiero, indugia un pò. Poi a un certo punto tiro fuori dal portaoggetti della sua Chevrolet una psitola, una calibro 9. La punta contro di me e mi dice: "Se torni in Italia, te mato". Faccio finta di non capire anche se ho capito benissimo. La tranquilizzo, le dico che sarei rimasto sempre con lei. Vuole che stracci il biglietto. Torniamo nella cabanas e sempre con la pistola puntata contro, le straccio il biglietto davanti agli occhi. Lei sorride felice. Si mette la calibro 9 nel costume poi se lo abbassa, la pistola cade per terra e mi invita a penetrarla lì. Obbedisco senza fiatare. Con tutta la forza che ho me la sbatto fino a sentirla ansimare rumorosamente. Viene e continua a venire e sussurra piano. "Andrea, Andrea..." "Anjia" penso dentro di me, "Tu sei loca". Ma non gli dico niente, non vorrei che un colpo accidentalmente partisse contro di me. Così in quel mattino assolato sulle spiagge del Messico, fu deciso così, che io sarei rimasto per sempre lì con lei. La mia vita segnata per sempre. Addio Erika, stattene pure in cucina a guradare i piatti della sera prima consumata con un uomo, un uomo qualsiasi. Non mi vedrai mai più. Mi mancherai, ma a quanto pare la mai vita si deciderà qui in Messico ed è qui e con questa donna che dovrò fare i conti con la morte, un giorno. Anjia giace sul pavimento esausta dagli spasmi del sesso. Mi guarda e sorride. Sorride e mi guarda, poi prende la pistola che era adagiata non lontano da lei e la bacia, proprio sulla punta. "Grazias querida." poi ride, poi piange e poi ha fame e vuole pranzare con me. Burritos, frijoles e avocado. Era un pò pazza Anjia, lo capiì nitidamente in quel momento. Ma la accontentai in tutto, da quando la avevo vista con una pistola.Facemmo di nuovo l'amore dopo pranzo e poi io mi addormentai a letto, lei se ne andò in spiaggia a chiacchierare un pò con la sua amica Tania. Mi svegliò Burgos verso le 5, quando il sole aveva iniziato a scendere un pò. "Andrea, ma cosa è successo ? Andrea , sveglia, Andrea". Mi rialzo dal letto un pò stordito e ancora assonnato. Guardo Burgos, mi stropiccio gli occhi, mi accendo una sigaretta e poi gli dico: "Anjia è armata: ha una pistola con sè". Burgos strabuzza gli occhi e mi dice: "Cosa facciamo, scappiamo?" "No. Burgos lascia stare sarebbe inutile, diciamo che io non posso più rientrare in Italia. Quando tornerai salutami Erika e spiegale la situazione, una qualche soluzione si troverà, spero, credo almeno." Burgos sembra incredulo, tra l'incredulo e l'esterefatto. Non crede veramente che tutto ciò che gli ho detto, possa essere realmente vero. "Ma io" penso dentro di me "non dovrei essere qui a scrivere, ma dovrei essere fuori a godermi la vita, e perchè lo faccio?". Nessuna risposta, dal muro nessuna risposta. Ma non c'è mai una risposta a queste domande: è così e basta. Penso a quell'idiota di Matteo: "Scrivere è un mestiere duro". Detto da uno che non ha mai lavorato nella vita è sicuramente vero. Sentirselo dire da un idiota che è in Brasile a vendere parole inutili mi sembra quasi un insulto a me e alla letteratura in generale. Verso sera Anjia tornò alla cabanas. Io la stavo aspettando, preparando la cena. Mi si avvicinò, si sfilò il suo pareo, poi prese la pistola e la buttò nel cestino della cucina. Poi mi guardò e mi disse. "Non sei obbligato a restare, se vuoi tornare in Italia dalla tua ex, puoi tornare, non obbligo nessuno a stare con me. Stavo scherzando, volevo soltanto spremere un pò delle tue energie, le ultime energie che ti sono rimaste." La guardo un pò da sotto in su e poi le dico: "Guarda che io non ho ancora 30 anni, ne ho ancora di energie addosso, non ti preoccupare: con me non resterai mai delusa". Sembrava uno spot pubblicitario a mio favore, come i cartelloni della coca-cola sparsi lungo la statale che costeggia il mare. Burgos e Tania erano andati al ristorante, cena romantica, forse per discutere della situazione. Io e Anjia decidiamo di restare a casa e ceniamo con un pò di pesce e una buona bottiglia di vino. Poi dopo aver chiacchierato un pò in veranda io me ne vado a letto, sottolineando come quel gesto sia stato fin troppo violento da parte sua. Timidamente lei mi dice che stava scherzando e che non voleva mettermi paura, non lo voleva veramente, ma vorrebbe che rimanesse sempre lì con me, in Messico a viaggiare sulla Chevrolet e a fare l'amore sulle spiagge più belle del mondo. Le dico che sarebbe piaciuto tanto anche a me, ma che i soldi stavano finendo e che forse non era giusto per nessuno dei due. Se si voleva pensare a un futuro assieme bisognava che entrambi ci trovassimo un lavoro. Io non avevo idea di che cosa avrei potuto fare in Messico con lei. Lei era ricca, quando lavorava lo faceva soltanto per gioco, diciamo. Aveva fatto la cubista in un paio di discoteche e mi disse che sarebbe potuta tornare a fare quello per un pò quando sarebbero finiti i soldi. Gli dissi che per me andava bene, ma che io non sapevo cosa fare. Lei mi disse che c'era un hotel al suo paese, un hotel sulla spiaggia e che avrei potuto lavorare lì che so rifare le stanze, pulire la hall, lavoretti così, lei lo conosceva il padrone e un favore ce l'avrebbe sicuramente fatto. Deciso tutto questo ce ne andammo a letto, baciandoci lungamente sulla bocca, ma non nascondo che io finsi un pò . Dopo la scena del pomeriggio avevo iniziato a fingere. Avevo avuto realmente paura di lei. Anche se stava passando, avevo avuto realmente paura. 13. Non sto bene, non sto decisamente bene stamattina. Ripenso al Beretta e a come se la spassa in Comunità, oziando dal mattino alla sera. Ripenso a lui e alla sua vita che mi aveva raccontato in infiniti pomeriggi in giardino e alla fine mi viene in mente che sono stato molto furbo a uscire da lì, molto furbo veramente, ma non saprò mai fino in fondo se sia stata la scelta giusta o meno. Ributtarsi nel mondo, provarci ancora una volta. E poi, dopo tutto, riprovare a fare che? Per quanto riguarda il vivere, il vitto e l'alloggio erano garantiti, ma non è questo il punto. Forse fuori ti limiti a sopravvivere oppure è vero il contrario, non lo so. Non lo capirò mai fino in fondo. Come un deja-vu mi ritrovo in Messico. Splendeva il sole del mattino. Apriì gli occhi e trovai Anjia semisvestita accanto a me nel letto. Era bellissima, veramente una bellissima ragazza. Bionda, occhi azzurri, il sopracciglio sempre alzato che ammiccava e tutto quello che offriva di sè come donna era bellissimo. Decisi di dimenticare l'incidente del giorno prima. Ora bisognava pensare al da farsi. Quel giorno saremmo dovuti ripartire in direzione Acapulco e poi a quanto pare le strade mie e di Burgos si sarebbero divise per sempre. Lui sarebbe partito alla volta di Città del Messico e da lì sarebbe volato in Italia, io sarei rimasto nei pressi di Acapulco con Anjia e mentre lei avrebbe fatto la cubista a tempo perso io mi sarei cercato un altro lavoro, che possibilmente non fosse quello di starsene in un hotel a cambiare le lenzuola di viaggiatori senza perchè. La maggior parte, turisti del sesso. Uomini soli di una certa età in cerca di un'avventura per tutto il periodo del loro soggiorno. Era così che funzionava in Messico in quel periodo. Erano degli anni un pò così: difficili un pò per tutti. Anche per me certo. Anjia si svegliò e mi diede teneramente il buongiorno. La pistola era ancora nel cestino. Facemmo colazione e poi dopo una breve passeggiata in spiaggia teneramente abbracciati decidemmo di fare i bagagli. Pagammo l'albergatore, aspettammo che Tania e Burgos facessero la loro comparsa nella hall dell'albergo. Quando arrivarono avevano già le loro valige in mano. Pagarono la loro stanza e poi salimmo tutti sulla Chevrolet. Sosta al benzinaio dietro la curva della statale e poi, con la musica a tutto volume, via per la strada costiera. Arrivammo in un paio d'ore ad Acapulco sfrecciando a tutta velocità sulle strade del Messico. Arrivati ad Acapulco ci accorgemmio di avere dimenticato la pistola nella cabanas e che l'albergatore aveva i nostri nomi e i nostri cognomi, ma dopo un attimo di panico e esitazione non ce ne curammo. "In fondo" disse Anjia "non si era consumato nessun delitto". Arrivati nel centro di Acapulco, giungiamo a casa di Anjia. Ci accolgono la madre e il padre che erano proprio in giardino ad annaffiare le rigogliose piante della sua maestosa villa. Tutta bianca, su due piani con un giardino enorme e una piscina. Dopo i convenevoli, decidiamo di berci un drink e farci un tuffo in piscina. Aspettiamo così fino a ora di pranzo. I giorni trascorreranno docili fino alla partenza di Burgos. Lo accompagnammo in aereoporto. Lo abbracciai, lo salutai e dopo averlo visto scomparire dietro la porta a vetri del check-in me ne andai fuori per accendermi una sigaretta. Anjia mi fece compagnia. "E adesso?" le feci io "E adesso ci diamo alla pazza gioia, Andrea. Siamo rimasti solo io e te, senza il tuo amico Burgos e senza la mia amica Tania. Con la mia villa con piscina e una città piena di locali notturni. Io farò qualche serata in discoteca giusto per darti i soldi per divertirti un pò in città e così almeno potrai comprarti le sigarette e farti un giro a bere un caffè. Almeno quello mi sembra il minimo. Per il resto penso a tutto io, io e la mia famiglia". 14. Oggi mi sono chiesto la vera felicità cos'è, e sinceramente non so darmi una risposta. Mi chiedo come ho fatto a passare due anni con una come Marika. Me lo chiedo veramente. Tutti i finti sensibili, tutti quelli che dicono di avere un cuore si sarebbero dovuti zittire di fronte al mio ricovero psichiatrico. Il punto morto, il punto di non ritorno, quello dopo il quale ti chiedi che senso abbia vivere ancora. Io ho aspettato una certa età prima di mettermi a scrivere seriamente. Dovevo fare esperienza, delle cose, della vita e sono fermamente convinto di questo. C'è chi non aspetta un solo attimo tipo Gex. Fa freddo in questa stanza, ho freddo dentro, fa freddo fuori. Venne ora di cena. I genitori di Anjia ci prepararono una cena succulenta a base di pesce. Poi serata romantica in piscina. Niente di che, le solite cose e in questo triste pomeriggio di Ottobre io vado a fondo. La situazione è complicata, la situazione è molto complicata. Siamo andati troppo veloci forse e questo ci ha distrutto. E'così con tutte, ma con te Anjia lo è ancora di più. Questo pensavo dentro di me, mentre pensavo al lucido metallo della pistola. Ci pensavo ancora, ci stavo veramente pensando ancora. E i pensieri fluivano liquidi. E il traffico scorreva veloce. Tutto in armonia e Marika sempre a rompere il cazzo. Tutta la vita così, mi dicevo tra me e me.Tutta la vita così. Non ci sono passaggi, non ci sono eventi & venti che ci possano spirare contro. L'anelito all'infinito, è tutto così chiaro dentro di me. Eppure qualcosa non funziona, qualcosa non funziona mai. Non si sa perchè, ma è così. Lo chiamano destino. E poi non si sa mai che farsene del destino, o almeno di un destino che si pone come immobile e segnato. Basterebbe non porsi già domande su questa domanda e il nostro compito sarà già ben più facile. Non si può prescindere dal destino. Esso ci avvia alla morte, ma anche alla vita eterna. Così il nostro Dio dice. E noi dobbiamo credergli, perchè in fondo la vita debba essere sempre così. L'intelligenza pratica, non riesco a non pensare a questa idiozia. Se essere pratici serve a trasferirsi a Rio de Janeiro, ben venga. Ma qui bisogna alzare il livello culturale del tutto. Non si può vivere così. Guadagno tempo, capisco che devo guadagnare tempo, anche se in fondo l'avevo fatto già abbastanza. Con questo giochetto mi sono guadagnato il fatto che qualcuno un giorno dovrà occuparsi di me. La nostra conoscenza delle cose, data la sua vastità, non può che essere parziale, momentanea e accidentata. Eppure. Eppure il sole quel giorno splendeva di una forza tutta sua. A prescindere da noi che eravamo suoi semplici spettatori. In Nepal c'era la guerriglia sulle montagne ed era pericoloso andarci. Che stupido che sono stato. Valeria prometteva di cambiare vita, insieme. Io non le ho creduto, non le ho dato fiducia, anche se avrei voluto farlo veramente. Il risultato è stato la mia rovina, la mia completa rovina. Lei ora è in Svezia, ha una figlia e vive lì con il suo uomo. Mi è mancata Valeria in questi anni, mi è mancata veramente, mi è mancata la scelta che non ho fatto di continuare la mia vita con lei e io per lei sono, come dire, nel tempo sbiadito, è come se fossi svanito nel nulla. Stare lì con lei era come una sorta di luna di miele presa e non concessa. Più grande di me, cresciuta senza il padre, un aria furba e una innata sensibilità e dolcezza. Ma che litigate furono quando Erika venne a sapere tutto, di lei, di noi e della nostra voglia di stare insieme anche dopo il Nepal e di andarcene a Lhasa insieme a vedere Dio e magari a parlarci. Questa non è letteratura, questa è vita vera vissuta in prima persona. Io che ho perso tempo con tutte queste idiozie dicendo cose che non erano vere. Di me, di te , Marika, di noi in fondo. Tu mi sembravi così speciale all' epoca. Ma in fondo non avevi nulla di speciale, eri come tutte le altre. La tua amica, la tua amica sì che poteva essere una soluzione. Ma non successe, non successe mai nulla. Lui tenta di rubarmi l'attimo, il momento, l'intenzione e l'agire. Che linguaggio poco aulico. Non era possibile dare una forma a tutto quanto. Era assolutamente impossibile. Dopo Valeria decisi di fare caso alle vibrazioni che gli altri emettevano intorno a me. E tutto quel gruppo di persone che mi ero lasciato alle spalle non emettevano niente di positivo, soltanto negatività e frustrazione. Tutto tra noi era calmo, placido e tranquillo. I pomeriggi scorrevano complici, le serate maliziose. Il cocktail in piscina dopo cena, Il bagno nudi, noi che ci sfioravamo nell'acqua e a volte lo facevamo sulle sdraio della piscina, incuranti che i genitori di lei ci potessero sentire. Una mattina, mentre facevo colazione, la madre mi disse qualcosa tra l'assonnato e il non so cosa, bofonchiando parole di preoccupazione per me e la sua "bambina". Così la chiamava, la sua bambina. E le concedeva sempre tutto. Non c'era niente che non potesse avere se lo voleva. La sua casa era scintillante, non ricchissima, ma c'erano i candelabri e i lampadari erano fino '800. Gli arazzi sulle pareti, i grossi quadri in salone e uno spledido parco con la piscina e un gazebo per i drink. La sua camera da letto era ampia e spaziosa e disponeva di un bagno tutto suo. Niente di più facile accomodarsi da lei. Fu un vero e proprio trasferimento, ma era evidente che non poteva durare a lungo. Qualche mese certo, ma non anni. Quello non era possibile per tutti. Intanto a casa dovetti avvertire tutti della mia nuova direzione di vita. Erika per prima. Fu uno stillicidio e una tragedia allo stesso tempo. Burgos aveva anticipato qualcosa in aereoporto. Ma i guai vennero dopo. Con le telefonate tra Italia e Messico. Per due giorni, dopo che lo ebbi detto a Erika, volli dormire da solo nel salone al piano terra. Era tetro e sinistro e sentivo costantemente rumori nella notte. Mi ricordava le notti più disperate della mia vita. Quando ancora non facevo attenzione alla mia vita, nei suoi aspetti più insondabili. Poi alcuni incubi mi hanno fatto capire delle cose. Che bisogna stare attenti, molto attenti. Sopratutto di notte. Eppure mi ricordo di notti e notti in cui la paura si è sconfitta con la paura della paura. I candelabri mandavano una luce sinistra e i personaggi nei quadri sembravano guardarmi. Il mattino dopo mi dissero che avevo gridato quella notte, ma io non ricordavo nulla. Il male era venuto da me e mi era penetrato nelle ossa, fino a straziarmi la carne. "Forse è meglio se ci facciamo una gita al mare." mi disse Anjia, un pò preoccupata, ma accennando un lieve sorriso. Ancora scosso dalla notte annuisco, lei mi serve un caffè mi faccio una doccia fredda e sono con lei in macchina destinazione spiaggia. Il sole è caldo, la città pigra, la giornata assolata. E' un sabato pomeriggio, come tanti. Gli autobus sbuffano sulla collina e le macchine intasano le vie della città. Gli spiriti mi avevano parlato quella notte. Avevo sognato la mia morte, come per molte notti ancora. E non riuscivo a dire niente. Niente di niente. Non aprivo bocca, Anjia accese la radio in macchina e agitava i suoi capelli al vento. Le accarezzai una gamba timidamente,lei mi guardò e mi disse: "Amore, non devi avere paura, gli spiriti ci consigliano e il male deve soltanto morire nel suo fuoco distruttore". "Io ho paura Anjia, quello che ho sognato, non lo auguro a nessuno". Io non sapevo cosa dire, non sapevo veramente cosa dire. Soffrivo di allucinazioni già da anni, ma non pensavo che sarei potuto stare così. Iniziai veramente a pensare a qualcosa di sovrannaturale e malefico potesse permeare l'aria come lo zolfo. La vita non è un gioco, forse parlando di certe cose e covando tutto quell'odio nei confronti della mia vita precedente avevo risvegliato qualcosa che doveva rimanere dov'era. Aveva ragione Barby. Era lei, il suo spirito quella notte. Era lei che voleva la mia morte. Non dovevo e non volevo pensarci. In spiaggia il vento ci sferzava e quindi ce ne andammo rapidamente. La seconda notte fu peggio della prima. A quel punto Anjia decise che avevo bisogno di vedere qualcuno, che avevo bisogno di parlare con uno specialista. Mi portò dallo psicologo di famiglia, poi al ristorante e poi al cinema. E tutto andò bene. Avevano anche uno psicologo in famiglia, era incredibile ma era così. Era una famiglia colta & i genitori erano delle persone intelligenti. Anjia ci era andata per un pò di anni, aveva sofferto di anoressia dopo che un suo fidanzato si era suicidato lasciandosi dietro una scia di dolore e tristezza, annegando a mare. Una storia che risaliva ad alcuni anni prima. Ma Anjia non ne volveva mai parlare. Forse era lui quella notte, il suo spirito imprigionato tra le pofondità del mare. Solo quel giorno me ne parlò. "Era un pomeriggio freddo di Dicembre di quattro anni fa. Avevamo litigato, avevo deciso di lasciarlo. Lui mi riappese il telefono in faccia dopo avermi quasi supplicato di non farlo e la sera non era rientrato a casa. Sua madre mi telefonò preoccupata. Il mattino dopo lo trovarono sulla spiaggia senza vita." Scorrevano i giorni, scorrevano i mesi. Nulla cambiava. Ogni tanto ricevevo notizie dall'Italia. Burgos mi chiamava per dirmi che Erika si era fidanzata. Lo sapevo che lo avrebbe fatto. Non me ne curai molto. Non perchè fossi con Anjia, ma perchè ero in Messico. Se fossi dovuto tornare in Italia, sarebbe stato tutto più difficile. Erika faceva sempre scontare qualcosa in un certo qualmodo. Anche attraverso gli spiriti. Ci eravamo separati e questa volta per sempre. Non ci credevo veramente che fosse così. La terapia: uno sguardo lucido sul passato e tante promesse mai mantenute per il futuro, ormai iniziavo ad avere un età, bisognava agire per sottrazione e non si aveva più la forza di fare quello che ci eravamo ripromessi. La sera dopo io e Anjia decidemmo di uscire un pò e di andarci a fare un giro per le vie di Acapulco. Girarci un pò i bar come quando facevamo con Tania e Burgos. Un pò ci mancavano quei due. Per caso incontrammo proprio Tania. "Ciao ragazzi come va?" Era con un ragazzo, probabilmente un Australiano. Anche lui perennemente in viaggio. Si parlò un pò, e io e il ragazzo Australiano ci presentammo. "Andrea, piacere." "Erik." fece lui. Loro due parlarono un pò poi si appartarono per chiacchierare meglio. Dopo una ventina di minuti, ci salutammo e noi ci avventurammo verso il primo bar per berci un cocktail. Un mojito per me, una caipiroska per lei. Umidiva le sue morbide e sottili labbra con il liquore nella coppa e intanto mi dava piccoli baci con la lingua cercando di penetrare le mie labbra serrate. Stettimo così tutta la sera, un drink dopo l'altro su un divanetto del locale ignari di tutto e di tutti. Non parlammo di Burgos. Ne parlammo il giorno dopo. "Erika ero diventato troppo ingestibile per te, troppo libero. Un giorno capiremo tutti perchè hai dovuto avere la crudeltà di farmi ricoverare, tu che sei stata insieme a me così tanti anni, potevi lasciarmi con un gesto d'amore, così come io avevo fatto con te. Ma no, non ne sei capace. La crudeltà deve contraddistinguere ogni tua azione e dovevi segnare per sempre la mia vita già segnata dal dolore. Non bastava quello che mi era successo. Dovevi mettertici anche tu in questa storia e farmi ancora del male. Non voglio vederti mai più Erika. Sono io che non voglio vederti mai più." Stavo parlando nel sonno, Anjia mi sentiva parlare sottovoce. Prese un candelabro e me lo sferrò in testa, ferendomi a morte. Non urlai, non urlai nemmeno. Mentre trapassavo da questa vita alla prossima incontrai Konstantin che piangeva lacrime amare per me. "Te l'avevo detto di non andartene a donne". E nel fondo di una disperazione ironica raccolgo gli ultimi semi di un amicizia svanita nel tempo. Io produco arte cari miei, produco arte. Mi sveglio, è ancora notte e mi sento confuso, molto confuso. Emetto qualche gemito nel sonno. Anjia mi stringe la mano e si avvinghia a me. Mi sveglio e non riconosco le pareti, non riconosco la casa, ho un attimo di confusione che mi sembra durare in eterno. Anjia, una perfetta sconosciuta e io in un letto che non conosco. Scendo giù in cucina, mi bevo un bicchiere d'acqua e la tensione inizia ad allentarsi. Anche in Italia ogni tanto mi capitava questa cosa, ma non ci volevo mai farvi troppo caso. Una sorta di confusione ancestrale appena sveglio, qualcosa del genere. Burgos, forte con i deboli, debole con i forti, è questo il suo paradigma di vita. E' questo quello a cui ambisce nella vita, a vivere tranquillo. E noi quindi gli daremo del filo da torcere, soltanto perchè se lo merita quel bastardo di soffrire un pò. Parlavo con lui e alla fine mi diceva (come al solito) che è scontento della sua vita. E come potrebbe essere altrimenti, con un figlio idiota come lui e una donna che farebbe schifo anche al più disperato degli amanti. Una categoria di idioti a parte si staglia precisa in un mare di avvenire. Devi trovarti un lavoro, una posizione. Lei ti rende tutto più semplice. Lui che fa il tragitto casa-lavoro-casa-coscie di Barby non sa che non poteva ambire a niente di più di questo. Lui tornò con lei e stettero insieme tutta la vita. Io rimasi in Messico altri due anni, Anjia rimase in cinta di me e io che non volevo un figlio scappai in Italia per tornare soltanto cinque anni dopo. Il tanto odiato Burgos mi diede una mano a fuggire da Acapulco, lasciai ad Anjia un biglietto e un numero di telefono, inesistente, per rassicurarla. Quando tornai in Italia rividi Erika, ci abbracciammo e lei scoppiò in lacrime e io la strinsi forte come forse mai avevo fatto nella mia vita. Ci frequentammo per un periodo. Barby, ormai schierata con lei mi odiava, mi odiava profondamente, aveva visto soffrire la sua amica e non la voleva più vedere versare lacrime per me. La stupida Gex continuava a fare la grande amica di tutti e certamente anche di me che la stavo sempre a sentire. Erika sapeva che eravamo stati assieme, ma in un certo qualsenso non era gelosa: lo considerava un passato che non sarebbe mai potuto tornare indietro. E così tornai alla mia vecchia truppa, con i mie vecchi amici e la mia solita vita. Erika, tornò con me e W. masticò amaro per molto tempo a venire. Non ci potevamo sopportare io e W. proprio non ci potevamo sopportare. E arrivammo alle mani. Eravamo a casa di Erika a fare una cena tutti assieme, poi complice l'alcool e qualche battuta fuori luogo dell'indomabile W. e gli sferrai un bel pugno in pieno viso. Accusò il colpo, ma poi, ridestatosi, prese una bottiglia e me la spaccò in testa. Sangue dappertutto, Erika che si mise a urlare e tutti a dividerci prima che qualcuno prendesse in mano un coltello. Fu così che andò. Anjia era in cinta e stava passeggiando sulla spiaggia, il mare urlava in tempesta e lei In lacrime. Ormai non aveva più mie notizie da sei mesi e ogni tanto provava laconicamente a chiamare al numero che le avevo lasciato ma "Il cliente da lei contattato non era al momento raggiungibile". Sua madre la rimproverava spesso di essere stata con me, le diceva: "Hai visto a portarti in casa un italiano e guarda come è finita..." " Lui mi ama ancora, mamma, io lo so, ha avuto semplicemente paura. E' ancora giovane, ma un giorno tornerà, me lo sento che è così, un giorno tornerà". La sentiì pronunciare nitidamente queste parole e la vidi come in sogno attraversare l'Oceano per giungere sino a me. Fu in quel momento che capiì quanto tutte quelle persone che mi circondavano in quel momento, lì al pronto soccorso dove ero andato a medicarmi le ferite, non facessero più parte della mia vita. Fu porprio in quel preciso istante. Erika lo capiì, mi attraversò con lo sguardo, uno sguardo laconico e triste di chi stava capendo che forse stavolta era veramente finita tra noi, ma che non voleva rassegnarsi e non ci voleva credere fino in fondo. Mi prese la mano, la strinse forte e se la portò al petto, poi mi disse: "W. per me non è stato niente, io volevo te idiota, sei tu che te la sei spassata con una di troppo" e mi strinse la mano fino a causarmi del dolore. Intanto io e W. quando ci incotravamo in giro per i locali di Milano ci guardavamo sempre in cagnesco, Erika era un pò l'oggetto del nostro contendere, ma a un certo punto, durante una serata presi Burgos in disparte e gli chiesi il favore di mettersi in contatto con Tania e attraverso questa con Anjia, che ero di nuovo stufo di questa situazione e che mi sarebbe piaciuto tornare in Messico prima che Anjia partorisse, o meglio volevo essere presente al parto. Burgos mi guarda un pò esterefatto, butta giù un sorso del suo Cuba e poi mi fa: "Sei sicuro, sei proprio sicuro che vuoi questo? Guarda che Erika ti ama, ti ama veramente, non puoi farle questo." "Burgos, ascolta: io sento che sta per accadere qualcosa di importante nella mia vita e che il mio futuro non è qui con Erika, ma in Messico con Anjia. E' soltanto una sensazione, ma è una sensazione che parte dal cuore e che va dritta al cervello". "Forse ho sbagliato a oppormi a una situazione di fatto tra lei e W., ma Burgos ti giuro che in quel momento, in quei momenti in cui loro si vedevano io stavo credendo di morire. Era qualcosa che dovevo fare. Non potevo fare altro, non potevo davvero fare nient'altro che questo". "E allora perchè non te ne sei rimasto in Messico direttamente? Sai che casini ho dovuto fare per te? Sai che ho litigato in continuazione con Barby per te che continuava a dissuadere Erika che già era indecisa dallo stare con te?" "Perchè allo stesso tempo Erika non ce l'avrebbe fatta senza di me." "Questo lo credi tu, Erika ce l'avrebbe fatta sicuramente, eri tu che non ce la stavi facendo, Andrea, non lei, credimi". "Di cosa state parlando?" Ci interruppe Erika. "Niente amore mio, niente" Burgos scivola sulle poltroncine col suo Cuba in mano e va a strinersi attorno a Barby, avvinghiandosi a lei. Io prendo Erika e le stringo i fianchi, incurante degli sguardi di odio di W, che stava tenendo banco in una discussione con Gex al bancone. "Andrea, è soltanto un imbecille, come fa a non accorgersi che Erika lo ama alla follia, se lui non vuole stare con lei, allora Erika me la prenderò io". Gex scoppia in una risata: "Andrea, non è uno che molla la presa facilmente, certo che se se ne andasse sarebbe meglio per tutti". "Speriamo". "Già." 15. L'inganno della psichiatria è un pò questo: tu non vivi più e non te ne rendi nemmeno conto. Ti sembra di vivere, ma in realtà non è così e intanto il tempo passa, passa senza che tu te ne accorga. Scivola un jazz e Anjia mi prende tra le sue mani. Stiamo ballando dolcemente sul patio di una balera di Acapulco. Lei ha un vestitino azzurro un pò trasparente e il pancione, è al settimo mese e al settimo cielo nello stesso tempo. Mi bacia lungamente, il collo, la bocca e mi fa: "Questa volta non ti faccio più scappare via da me". "Non succederà più amore mio, promesso". Intanto la sua famiglia mi aveva accolto ancora una volta nella loro casa, che però continuava a sembrarmi ancora un pò tetra. Verità indiibili si dicevano su Dio e quella casa, da alcuni ritenuta maledetta, ma Anjia ci stava bene, non trovava nulla di strano in quello che ogni tanto si dicesse succedesse a casa sua. Comunque, le visite ginecologiche procedevano, io stavo con lei tutto il tempo che ritenevamo piacevole e necessario passare assieme e andavamo spesso in spiaggia a far ascoltare il rumore del mare al futuro nascituro di cui non avevamo ancora deciso il nome. Sapevamo che era un maschio e che ogni tanto scalcuava per farsi sentire. Era bellissima Anjia col pancione. Intanto avevo saputo da Burgos che Erika era stata ricoverata d'urgenza in psichitria. Le si era rotto qualcosa dentro, non aveva retto all'ennesima separazione e una notte, una notte che aveva incontrato W. in un locale, si erano messi a parlare, lei si era messa a piangere a dirotto abbracciandolo e poi era come caduta a terra priva di sensi. W. l'aveva accompagnata in psichiatria e poi aveva avvisato gli altri. Che l'avevano raggiunto al reparto. Erano arrivati Gex e il suo fidanzato medico e gli altri. Stette lì qualche giorno, poi la dimisero, ma era cambiata, era improvvisamente cambiata. Lo sguardo era basso, triste e fisso. Non era più Erika, la donna che teneva banco a letto e in mille serate passate assieme. Era spenta, e una fitta mi trapassò il cuore nel preciso istante in cui con un Oceano di distanza la sentiì venire meno a questo mondo. Pregai per lei una notte con i quadri che mi guardavano di sbieco e i lampadari che assenti e svogliati dominavano i soffitti. Intanto Anjia era al nono mese e mancavano due settimane al parto che era programmato per metà Dicembre. Lei sorrideva felice, io andavo spesso all'Internet point a telefonare a Burgos di nascosto per avere notizie su Erika, notizie che non mi voleva dare. Mi diceva: "Occupati della tua vita e lasciaci stare Andrea, Erika sta male, sta tanto male, meno si parla di te qui, meglio è". Io non volevo certo passare ancora una volta nel dimenticatoio, e questa volta ero io a non riuscire a spezzare le redini dei ricordi. Spesso mi travolgevano, soprattutto quando ero al mare con Anjia, cercavo di fare in modo che lei non si accorgesse di niente, ma si accorgeva sempre di tutto. Mi guardava con un sorriso e poi mi diceva: "Andrea, stai qui con me, non pensare più a Erika, ci sono qui io con te adesso". "Lo so amore, lo so, non ti preoccupare, non scapperò mai più da te". Arrivo il giorno del parto. Fu il 25 Dicembre. Andò tutto bene e tutto si svolse tranquillamente nel main hospital di Acapulco. Una bottiglia di spumante si stappò verso mezzanotte e un quarto, quando nacque il bambino. Ero io che brindavo con i genitori di Anjia. Avrei preferito un pò di rhum, anzi Anjia lo avrebbe preferito, ma lei intanto accarezzava il bambino che piangeva tra le sue braccia, poi mi fecero entrare e potei stringerlo a me, veramente forte. Così forte che scoppiò di nuovo in lacrime. Abbracciai Anjia, la strinsi forte forte e lei con la faccia molto stanca e provata dal parto mi sorrideva esausta. Aveva lo sguardo stanco eppure vivo. Io ora ero padre, padre di un bellissimo maschietto che avremmo chiamato Jose Andrea Scarano Ramirez. Erano i nostri due cognomi,dato che non eravamo sposati nè niente, il bambino doveva portare entrambi i cognomi e prese anche il mio nome, per ribadire ancora una volta di più quanto io fossi il padre del bambino e lei la donna che amavo e che avevo voluto. Nei giorni successivi qualcuno portò dei fiori, Tania venne a trovarci con Erik e Burgos ci spedì un telegramma di congratulazioni e una foto di lui che stappa una bottiglia di spumante in nostro onore. Nessuna menzione di Erika, nè niente, nè io chiesi niente a lui. Tania continuava a parlare dall'altra sponda del letto. Erano passati un paio di giorni e l'indomani Anjia sarebbe stata dimessa. I suoi occhi emanavano una luce fortissima , come quelli di Josè che se la rideva in continuazione da dentro la culla. Io in maniche di camicia nel caldo inverno messicano sembravo il ritratto dell'uomo riuscito nella vita, mi mancavano soltanto le bretelle e la cravatta, per il resto ero come Anjia mi voleva. Mi baciava e mi abbracciava in continuazione e intanto rideva. Diceva a Tania: "Hai visto che bello che è il mio uomo, sembra uscito da una pubblicità della schiuma da barba. E' l'uomo perfetto." Era giovane Anjia, giovane e bella come il sole. Nel pomeriggio di quel giorno tornammo tutti e tre a casa, con i geniori di lei che ci aspettavano sul patio della casa, abbracciati e sorridenti. Scendemmo dal taxi, lei teneva il bimbo tra le braccia. Io le apriì la portiera e la feci scendere. Il sole ci baciava tutti e tre in quella tiepida giornata di dicembre, mancavano pochi giorni all'ultimo dell'anno e Anjia e tutta la famiglia decisero di organizzare una piccola festa con me Anjia e i suoi amici messicani. Fu una bella festa in cui il piccolo Josè passò il tempo a dormire e svegliarsi nella notte piangendo, ma venendo subito consolato dalla giovane madre. Molti degli invitati intanto si davano alla festa e alle danze, Josè dormiva al piano di sopra e noi ci scatenammo al piano di sotto tra un brindisi e l'altro. A un certo punto io ero visibilmente ubriaco e come molti ci facemmo un tuffo in psicina. Le amiche di Anjia si tolsero tutto e si buttarono nell'acqua. Era uno spettacolo fantastico, nude le ragazze ridevano e si divertivano, i vestiti giacevano a bordo piscina, Anjia rideva anche lei lanciando qualche urlo in messicano alle amiche, probabilmente rimproverandole di quanto stava accadendo nella casa dei suoi genitori. Poi si svestiì anche lei e con mio grave disappunto, si buttò in acqua. Era così bella, era magnificamente bella, non riuscivo a smettere di guardarla. Tra urla in piscina e cocktail sulla veranda di casa si arrivò a tirare fino al mattino, a vedere l'alba tutti insieme: andammo in spiaggia e con qualche bottiglia di rhum scaricata dalle macchine ci buttammo in spiaggia e accendemmo un bel fuoco che ci scaldò il cuore e gli animi fino all'arrivo del nuovo anno. Le ragazze si erano rivestite con dei pareo e noi mandavamo giù rhum in continuazione e gli animi si erano riscaldati. Dentro il cuore provavo una gioia immensa che non saprei descrivere. Ero padre e amante di una bellissima donna e stavo coronando il mio sogno di vivere una vita altra, diversa, lontano dall'Italia, in un paese magnifico come il Messico, immenso, maestoso & impetuoso nello scorrere della sua vita pulsante. Le macchine al all'alba ancora mandavano musica dai loro stereo, urla e risate di ragazze si sentivano in lontananza e sulla spiaggia. Ero felice, ero indubbiamente felice, io e Anjia ci guardammo ci rincorremmo sulla spiaggia e dopo essere caduti a terra, stringendoci ci baciammo lungamente. Tutti salutarono con un brindisi i nostri giochi sula spiaggia. Mi specchiavo nei suoi occhi e non vedevo nient'altro che l'immagine dell'amore che di riflesso passava dai miei ai suoi occhi, senza più una soluzione di continuità.

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