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Solitudine


Io che sogno, di notte, quanto fa schifo la mia vita, mi accorgo dopo il caffè del mattino e la subitanea pastiglia che addolcisce il tutto che devo fare qualcosa. Qualcosa per uscire da questo imbuto notturno in cui sembro di scivolare a casa di Cloud, a stare con lei nella notte come se i nostri corpi si sfiorassero. E questa sofferenza d'amore che assomiglia a qualcosa che avevo già provato nella vita a 17 anni con una ragazza che si chiamava Sara a cui scrivevo poesie e lei leggeva le mie poesie. Erano solo baci e niente di più, mentre lei ora se ne sta nella sua vita e io nella mia. Penso al mio ex batterista che continua ad avere donne su donne, lui che dice che mi ha sempre visto come un tipo solitario, sarà vero ma farei volentieri a cambio con la sua di vita. Tua madre che invecchia, tossisce in cucina, Burgos che finalmente a Natale arriva e sarà pace, Cloud che non c'è più e io devo recuperare qualche pezzetto di lei altrimenti muoio, Monica che bussa alle porte dei giorni anche se per lei non c'è più posto e io che mi sento maledettamente solo ad affrontare il mondo e la vita. Senza una compagna, senza qualcuno che ti tocchi di notte, senza nessuno di nessuno solo tu e il buio. E' questo quello che mi pesa di più della mia condizione attuale. La solitudine. Avere quattro amici e poter contare solamente su quelli, che mi fanno stare bene, nella misura in cui queste notti mi fanno stare male. Io non posso restare così e sopratutto non può finire così. Cloud dove sei? DOVE SEI? Ci sei ma se lontana mille kilometri dal mio cuore che batte e ti implora di tornare da me, anche se si sta abituando, vede ormai il mondo a tinte fosche. Nero. NERO. Il nero dell'oblio che ti porta dritto alla morte con il pensiero, il pensare che non ci sarà mai più niente di bello nella tua vita e scrivere non ti aiuta a stare più su. Mi manca la sua pelle, mi manca lei: IO sono già morto dentro e non riesco più a ingannare i giorni come una volta. Ma sono debole debole da psicofarmaci e senza volontà. Inganno la mia vita, inganno me stesso, aspetto di vedere chi è morto sui notiziari, guardo l'età, penso che tra trentanni sarò anch'io lì e non so se rassegnarmi (come in parte ho già fatto) a una vita silenziosa senza scosse senza speranze di cambiamento oppure vedere se ho ancora le energie per cambiare qualcosa, magari un nuovo amore, lontano ma possibile. Cerco, cerco, cerco e in fondo penso che anche il povero Eisenhover (che è poi più ricco di me) ha una vita più dignitosa della mia. Ha un lavoro, ha una donna, ha uno scopo che non sia sopravvivere. Io mi limito a vivere distrattamente diciamo: quell'aria noir che mi dà il mio ex batterista è solo un assenza di prospettive mascherata da altro. Ragionamenti veloci e ragionamenti complessi: questo è quello che mi attraversa come gli occhi di lei di notte che mi struggono fino allo sfinimento. Io me ne devo fregare di Storer, di Monica di quel passato che a suon di psicofarmaci e consigli autogestiti per il proprio benessere non fanno che affossare gli altri e innalzare sè stessi, questo penso. Certi consigli ti consentono di non farti soffrire sicuramente come certe medicine, ma non ti fanno neanche vivere e non vivere non ti può che rimandare alla morte o al pensiero di essa. Tutto raffazonato, tutto rattoppato, tutto distrutto dentro, in un mare senza fine dell'esistenza. Cerchiamo compagni di esistenza, sguardi fugaci di donne che un pò si interessano, un pò no, al parallelismo latente con Matteo che scrive morente, io dormiente del sonno della ragione. Mi dico che cose più semplici porterebbero le sue grazie verso di me, ma nella mattina della nebbia e del trascorrere del tempo invano invoco lidi di solitudine che è tanto amara, quanto preziosa per ricaricare le batterie, in attesa di qualcosa di migliore e in attesa di qualcuno di migliore. Non dovevo giudicare così l'essere umano, non dovevo accanirmi sull'audacia del portamento e sulla scorrettezza del comportamento, perchè queste cose le ho fatte anch'io quando potevo. Ora non posso più, mi rannicchio su ciò che mi è più utile e più caro che un giorno si dividerà ancora e al futuro, almeno per oggi non ci voglio pensare. Non voglio pensare al Cieco che sela spassa pedalando per la città con qualche ragazza provocata al bar e penso se io ne avrei voglia se ne sono capace. Non voglio pensare a lei, a quella che c'è stata prima di lei e a come se la passa ora. Non voglio pensare a niente, voglio solo caffè, benzina per le mie dita. Non voglio pensare alla miseria di tutto ciò che l'uomo fa per sopravvivere quando è in difficoltà o agli agi e alle arie di chi ce l'ha fatta (sempre grazie a un colpo di audacia e di fortuna). Non voglio nemmeno pensare a quello che dice il mio carnefice, la croce dei miei giorni, colui per cui il lavoro è tutto: è vita, è risorse, è ricchezze. Non voglio pensare più di tanto neanche al mio passato, anche se un pò lo rimpiango e un pò vi partecipo ancora. Le cose sono cambiate, io sono rimasto uguale. Hanno provato a cambiarmi con i farmaci, con le pastiglie, con le medicine. Hanno provato a cambiarmi e in parte ci sono riusciti. Io ho rinunciato a me stesso, a parti di me, in nome di una presunta guarigione che non è mai arrivata. Solo quello che ho portato io in questa valle, nelle mie energie più recondite, mi ha permesso di conoscere gente e persone che poi si allontanano da me, spariscono e io non riesco a darmi pace della loro assenza. Questo vuoto: i giorni e le ore passati a colmare i vuoti e poi ti accorgi che di tempo non te ne è poi rimasto tanto. Il tuo posto, nel mondo e nella vita, chissà qual'è. Qual'è quello slancio che ti ha portato così lontano e cosa ti ha frenato fino al punto di rasentare la follia. Non si sa, non si capisce, la solitudine uccide anche i più durevoli al tempo, ma anche cercare continuamente conforto può essere enormemente stancante. Sono già lontano da Eisenhover, sono già, anzi mi sto, allontanando dai miei amici del pomeriggio. Sento che posso espriemere la mia noia e il mio disagio in mille modi fecondi e errabondi dell'essere, sento che non mi piace più vagare col corpo nel freddo, ma mi piace farlo con la mente. Sento che diverse fasi della vita mi si affacciano dentro, come noi ci affacciamo a una finestra e di notte tutto è in subbuglio. Gli strascichi della Comunità a cui non voglio pensare più, delle cui persone non voglio più sapere niente, le voci in strada del bar solite e io come al solito mi interrompo per il passaggio di un pensiero come se fossimo al telefono , lontani che cerchiamo di esprimere le nostre emozioni.

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