"Quello che ti rovina è l'importanza che ti dai" "Dici?" "Potresti essere un buon scrittore se solo ti applicassi". Lei aveva paura del buio, ma aveva una carnagione chiara color avorio che contrastava con i suoi capelli rossi, sopra e sotto.Il buio divorava quella carne e il buio ero io. La feci mia una sera, piuttosto alticcio, seni stupendi tondi e pungenti, le labbra prima serrate si aprirono al piacere. Tutto in quella sua minuscola casa in una sera d'estate. Complice il vino da me portato. Era estasi pura il vino sulle sue labbra umide e tumide. Una dedica per Lei e per quanto sesso mi faceva in tutti gli anni dell'Università. Quello che conta alla fine è quello che rimane, sono quelle corse in macchina fra i vicoli di Porta Romana. Quel tempo è passato e qui i vicini al bar parlano, parlano in continuazione. A volte mi sembra che parlino male di me , ma sono sempre un pò così quando sento queste voci , poi per fortuna una coppia litiga, non sono solo gli stupidi a scrivere caro mio, vecchio amico. Amico, cantante poeta degli anni '70, chi potrebbe essere se non De Andrè. Solo l'incipit delle Nuvole: "Vanno, vengono e a volte sono nere come il corvo". Prima di Lui tutti pensavano cose assurde poi è emerso come una Grande Verità. "Quello che ti rovina è l'importanza che ti dai" come un vecchio giocattolo inceppato tutte le mattine rimbalzava sul comodino quel sussurro. Con un pugno lo distrussi e cercai di guardare altrove, alle foglie stanche sul selciato, al cielo immobile e complice a quell'atmosfera surreale che si diffondeva nell'aria a ogni passaggio di Lei, su per le scale, sempre quell'odore a tenerti avvinghiato a Lei.Poi è successo che sono andato a lavorare come insegnante dove lavorava lei. Insegnante di Italiano per stranieri. Stranieri coi soldi però, turisti o affaristi o giovani rampolli delle classi borghesi più in d'Europa. Il suo profumo al mattino mi rincorreva per i corridoi fra le aule studio, la sera il suo sudore stanco, la faccia un po tirata, ma sempre bellissima. Incrociando gli sguardi, poi le sue gambe iniziano a muoversi leggermente. Aveva un seno meraviglioso bianco, con capezzoli piccoli e tondi, chiari e duri. Ogni tanto se li stropicciava da sotto il vestito a fiori che usava sempre nelle fresche mattine di marzo e aprile. Labbra che spesso erano rosso fuoco e stridevano in un contrasto sensuale con la carnagione marmorea.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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