INTRODUZIONE
Il presente lavoro vuole essere una ricerca sull'elaborazione e percezione del concetto di identità nei minori stranieri attraverso l'utilizzo del metodo autobiografico. Nel primo capitolo sono state delineate le linee teoriche e i relativi riferimenti concettuali inerenti la produzione di materiale autobiografico, attraverso la considerazione delle narrazioni come testi che possiedono specifiche proprietà di riferimento, dei processi cognitivi messi in atto nella produzione di narrazioni e delle dinamiche relazionali che sono agite dal soggetto che narra la propria storia di vita nei confronti del ricercatore che ne raccoglie e stimola la narrazione. Un 'ultima parte è stata dedicata agli strumenti tecnici necessari per la creazione del setting adeguato per un laboratorio di indagine autobiografica.
Nel secondo capitolo sono state delineate le dimensioni concettuali attorno alle quali si è poi concentrata l'indagine di ricerca: è stato analizzato il concetto di identità nelle sue implicazioni e problematiche connesse all'esperienza dell'emigrazione e quindi legato ai concetti di etnia e cultura, ne è stato evidenziato sopratutto il carattere di dimensione simbolica cui fare riferimento nella misura in cui l'indagine si proponeva di analizzare la percezione che i soggetti stessi avevano della propria identità, come costruzione di una propria visione di sè e del mondo.
Del concetto di identità si è voluto indagare anche la dimensione processuale e maturativa, essendo l'indagine concentrata su minori adolescenti e quindi, da un punto di vista evolutivo, già fortemente attraversati dai conflitti e dalle dinamiche di costruzione della propria identità. Le categorie elaborate nel corso di questo secondo capitolo hanno costituito poi una griglia ( a maglie larghe s'intende, dato che l'indagine è di tipo qualitativo), cui si è fatto riferimento nella fase di lettura e restituzione delle narrazioni prodotte. Le dimensioni individuate sono quelle dell'identità come spazio simbolico di riconoscimento, dell'identità in relazione all'appartenenza sociale, dell'identità culturale e di quella etnica, secondo un procedimento di dilatazione del contesto indagato.
Nel terzo capitolo viene illustrato il contesto della ricerca (una Comunità per minori stranieri di Milano), con una breve panoramica sull'organizzazione della comunità, sul tipo di utenza presa in carico e sulle aree geografiche di appartenenza per introdurre gli elementi necessari per avere uno sguardo completo e particolareggiato sulla ricerca svolta. E' stata indicata inoltre la metodologia seguita nella costruzione delle interviste, le aree tematiche di indagine individuate e il setting predisposto. Interviste che sono state poi riportate quasi interamente e che sono state oggetto di una lettura trasversale e comparata da parte di chi scrive. La restituzione finale si è concentrata sulla relazione tra cultura del Paese d'origine e modelli culturali dominanti, presupponendo che in questo dualismo vi potesse essere una contrapposizione fortemente agente nei percorsi di elaborazione della propria identità. In questo senso ci si è chiesti come venissero interiorizzati e armonizzati i diversi codici culturali di riferimento. Ci si è voluti concentrare sopratutto sull'esperienza della migrazione, presupponendo che vi fossero dei modelli di emigrazione cui i minori stranieri hanno attinto nel costruire il loro bagaglio di aspettative enel motivare la loro scelta di affrontare l'esperienza dell'emigrazione stessa.
NARRAZIONE DI STORIE E AUTOBIOGRAFIA COME METODO
Le storie di vita costituiscono inventari di testimonianze che, nella loro evidenza esistenziale, nel loro costruire la memoria di eventi personali, collettivi e anche storico sociali, nella ricostruzione dei ricordi si pongono come un momento di riconciliazione con il passato, con la storia personale e collettiva. Una storia che, nel caso si tratti di una storia di emigrazione, separazione da affetti, volti luoghi e abitudini non può che essere una storia di frammentazione e dispersione. L'autobiografia si pone quindi come momento di produzione autonoma e liberatoria rapportabile rapportabile all'esigenza intrinsecamente umana di narrare di sè e di auto-riflettere. Ed è proprio in rapporto a tali processi cognitivi, evocatori e identificatori che l'autobiografia viene riscoperta e studiata come approccio e come metodo in grado di stimolare domini mentali, capacità dell'individuo di ritrovare una appartenenza sia individuale che sociale.
E' un percorso di scoperta progressiva di sè, quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto creiamo un altro da noi, ci sdoppiamo in un altro io che vediamo agire, recitare, sbagliare. Ogni nostro ricordo è una pallida immagine di azioni di vita e scelte che nel metodo autobiografico si ricompongono e si ridefinisocono in quanto vengono portate a livello cosciente le azioni mentali di cui il soggetto si serve per spiegarsi e interpretare la realtà. Soltanto il costruttore e protagonista della propria storia sa come ha messo insieme le varie parti di sè e questo metodo si incarica di aiutare i narratori a individuare gli elementi e i collegamenti che restituiscono loro la rappresentazione complessa della loro storia. L'autobiografia è un materiale storiografico inerente il tragitto esistenziale di un singolo individuo. Ciò che conta nell'autobiografia è la possibilità che questa sia metafora, simbolo, raffigurazione di quanto la stessa autobiografia non sa o non intende dire. E' il biografo, lo scienziato sociale, che trasforma il testo autobiografico e gli attribuisce significati che quella vita, anche nella scarsa rilevanza degli eventi che l'hanno cointrassegnata, non saprebbe esprimere. Egli, in tal modo, si rende formatore della vita altrui. Il suo compito,consiste nel comporre, o meglio ricomporre, i frammenti esistenziali che la fenomenologia storica e psicoanalitica definiscono un "vissuto". Ogni vissuto biografico è sempre un ri-vissuto, nel senso che il biografo cede sempre una parte di sè alla biografia di cui è autore. Non necessariamente mistificando, stravolgendo i fatti, occultando o enfatizzando a seconda dei casi, ma attraverso i processi cognitivi che adotta, lo stile mentale che utilizza, le scelte che compie per descrivere, collegare episodi, stabilire coerenze.
La scrittura biografica è quindi contrassegnata dalla presenza di una marcata traccia interpretativa che trasfigura la storia di vita da cronaca a mytos. Il concetto di interpretazione trova qui la sua etimologia originaria: interpretare è un atto della mente che connette attraverso un nesso logico o analogico fra le parti di quell'intero esistenziale, affinchè la loro interazione conferisca un senso alla vita, anche la più scomposta.L'interpretazione in campo biografico consiste sempre nella sincresi di due mondi: quello del biografo, con la sua storia mentale e culturale, e quello di colui sul quale ha scritto o narrato. Il metodo autobiografico si definisce quindi come accoppiamento cognitivo: colui che fa autobiografia congiunge il proprio pensiero a quello del soggetto preso in esame, attraverso delle dinamiche in cui la fantasia dell'analista percorre, insieme alle narrazioni del soggetto, i luoghi storici della memoria ricchi di eventi di scelte e di rapporti fondanti e dove si comincia già a fare storia perchè si cercano le ragioni delle vicende trascorse e attuali nel passato.
Importante nella definizione di una metodologia autobiografica è l'idea di relazione. La relazione è il momento originario di ogni evento che può trasformarsi in educativo se genera variazioni nella struttura psichica di un individuo e quindi si genera un cambiamento. Il cambiamento appartiene in generale all'esperienza del vivere ed è evidente che le esperienze di cambiamento siano più formatrici di altre in quanto portatrici di passaggi, transizioni, scelte.Le operazioni di adattamento, assuefazione, assimilazione, sostituzione di linguaggi identitari, cambio di mondi sono un processo difficile, di abbandono di tutto un patrimonio di suoni, colori, immagini, miti e credenze in cui le molteplici tensioni operanti(di resistenza o assimilazione della nuova cultura e rifiuto o chiusura su quella d'origine) possono produrre frammentazione o dispersione e abbandono di tracce di sè. Attraverso il metodo autobiografico si vuole attuare questa ricomposizione, ricostruzione: l'obbiettivo è di evitare una rimozione forzata della propria cultura d'origine e allo stesso tempo creare i presupposti per un equilibrata percezione di sè nel nuovo contesto culturale in virtù di una lenta, progressiva trasformazione della propria identità.
1.1.1 Gli elementi di una storia: testo e contesto
Raccontare una storia significa porsi su un piano narrativo, ed è importante evidenziare come nel raccontare una storia si utilizzino categorie mentali e strategie cognitive che rispondono all'esigenza del soggetto di dare un senso, una coerenza strutturale alla narrazione della storia. Il concetto di narrazione non è semplice da definire perchè travalica i confini del pensiero e del linguaggio e giunge a sovrapporsi alla vita stessa. Andrea Smorti parla della narrazione come di una percezione di eventi umani connessi in modo non casuale. In questa definizione ci sono due aspetti impliciti utili alla nostra riflessione: il primo è che la durata di una storia non si esaurisce in una semplice successione di eventi umani, ma in un legame tra fatti che hanno tra loro somiglianze e differenze perechè sono tra loro collegati da un processo trasformativo. Quindi la narrazione non è solo un contenitore di eventi, ma ha una sua organizzazione interna che consiste nel legame tra i vari fatti raccontati. Il secondo aspetto risiede nel fatto che la sequenza di eventi è tale in quanto viene percepita: e questo dipende dal punto di vista di chi costruisce la storia o di chi la ascolta. Questi due nelementi si riferiscono dunque a due aspetti diversi delle narrazioni di storie di vita: il primo riguarda la struttura interna il secondo la relazione. I formalisti russi hanno riformulato questi due aspetti della narrazione nei termini di fabula e sjzhet: il primo si riferisce alla descrizione essenziale degli eventi della storia, nella loro cronologia e sequenzialità, alla caraterizzazione di base dei personaggi e dei loro ruoli, mentre il secondo definisce tutte quelle tecniche che l'autore usa per presentare la storia e tutti i processi mentali da lui impiegati nella costruzione della narrazione.
La fabula si colloca, secondo il formalismo russo, a un livello paradigmatico o verticale della narrazione: ciò significa che il soggetto presta attenzione più al materiale narrativo della storia( gli eventi, i personaggi) che alla loro concatenazione o sequenzialità. Il sjuzet , o discorso, coglie invece tutte le differenti modulazioni espressive, le ambiguità delle connotazioni, la poliedricità dei personaggi e la complessità degli intrecci. Nel sjuzet si palesano gli aspetti più co9ntestuali della narrazione legati alla sua funzione comunicte la nozione di testo come realtà a sè stante, oggettiva, statica. In questo senso si può introdurre il concetto di focalizzazione per indicare che la narrazione si ha comunque a partire da un determinato punto di vista e che questo definisce una prospettiva relazionale nella narrazione stessa. Quindi la narrazione presenta due livelli tra loro articolati, uno relativamente a-contestuale, rappresentato dal testo narrativo nei suoi aspetti più propriamente strutturali, che assolve a una funzione referenziale e di ricapitolazione dell'esperienza, ed uno più pragmatico e relazioanale legato al contesto. Testo e contesto hanno un rapporto tra loro circolare quindi, in quanto è impossibile analizzare una storia, senza considerare appunto il contesto nel quale è stata prodotta. La narrazione è un discorso, la storia è il risultato di una relazione tra le intenzionalità del narrante e dell'ascoltatore: il significato di un testo che viene prodotto è quindi la risultante della interazione di simboli e linguaggi di autore e lettore. Questa funzione trasformativa della relazione diadica tra gli interlocutori è definita dal concetto di ipertesto, modificando profondaamente la nozione di testo come realtà a sè stante, oggettiva, statica. Le storie non sono quindi dotate solo di un testo, ma implicano anche un contesto relazionale; la comprensione di una storia esige quindi un doppio livello di analisi, tra loro così interconnessi che la divisione qui presentata è solo un fatto concettuale. Il testo, come storia ha una struttura, una grammatica. Innanzi tutto la storia si esprime attraverso un linguaggio, comporta il ricorso alla memoria episodica degli eventi passati, l'uso della memoria semantica e delle conoscenze su come il mondo funziona, l'attivazione delle aspettative sulle conseguenze e sugli sviluppi futuri delle azioni. La presenza nel soggetto di una grammatica interna della storia è il prodotto di uno sviluppo cognitivo, della crescita mentale di un individuo e implica lo sviluppo delle capacità simboliche, degli schemi mentali, della capacità di elaborazione della realtà, che viene descritta in una dimensione temporale e spiegata attraverso rapporti di causa-effetto. Nella ricognizione autobiografica ciò significa una traslazione verso una dimensione ideale della propria storia: i rapporti temporali vengono modificati in modo da assumere una struttura causale (situazione iniziale, complicazione, reazione del soggetto).
1.1.2 Pensiero narrativo
Secondo Jerome Bruner la forma di pensiero sottostante alla produzione di storie è il "pensiero narrativo" . Il pensiero narrativo viene impiegato prevalentemente nell'ambito del discorso e del ragionamento quotidiano: si tratta di un particolare tipo di pensiero che ha la funzione di dare una interpretazione ai fatti umani creando una storia basata sulla intenzionalità degli attori e sulla sensibilità del contesto.
La storia costituisce quindi un modello di interpretazione delle azioni umane. Nel cercare di spiegare la logica delle azioni sociali umane, il pensiero narrativo si muove al livello della intensionalità dei significati, ricostruendo la particolarità del caso singolo ricercandone le leggi fondanti: la specificità delo caso singolo, le sue differenze rispetto agli altri, la ricchezza qualitativa dei suoi attributi vengono sopravalutate a scapito delle somiglianze e delle generalità. Nella narrazione vengono presentati i punti di vista e le credenze altrui e queste credenze vengono presentate come rappresentazioni. Una narrazione presuppone che possa essere sospeso il valore convenzionale della realtà, quindi la narrazione contiene un criterio di referenza, che è quello limitato al mondo possibile della storia che viene raccontata.
1.1.3 Proprietà delle narrazioni
Jerome Bruner ha elaborato una sintesi delle proprietà principali delle narrazioni. Tali proprietà sono: sequenzialità, particolarità e concretezza, intenzionalità, opacità referenziale, componibilità ermeneutica, violazione della canonicità, incertezza. Esaminiamole qui brevemente: le categorie elaborate da Jerome Bruner sono utilizzabili all'interno di un approccio autobiografico nella misura in cui definiscono una griglia di lettura capace di far emergere le strategie cognitive che il soggetto mette in atto nella produzione di storie. L'importanza dell'evidenziare queste strategie sta nel fatto che permettono di leggere anche quei momenti critici di una narrazione (i vuoti, i silenzi, le deviazioni dalle sollecitazioni narrative) alla luce di una griglia che non sia solo un elenco delle proprietà ndi ciò che viene prodotto e che noi chiamiamo testo, ma anche una schematizzazione dei processi mentali che sottostanno al momento della verbalizzazione: ciò consente di leggere nelle narrazioni anche quelle dinamiche autoreferenziali che sottostanno alla costruzione di storie da parte di un soggetto che, nel raccontarsi, rielabora e dà nuove significazioni ai propri vissuti.
1.2 Atto interpretativo e dinamiche relazionali
Attraverso il metodo autobiografico si instaura una relazione diadica tra l'educatore-ricercatore che, mentre assiste con domande discrete e interventi discorsivi all'evolversi del pensiero autoreferenziale, stimola altre modalità di pensiero e significazione. Ciò produce trasformazioni da un esperienza di tipo cognitivo a un'altra di tipo affettivo e relazionale, in virtù del lavoro non soltanto sulla memoria, ma sulla memorizzazione del presente. Chi pensa di avere un sè frammentato e disperso, attraverso il metodo autobiografico impara a darsi un metodo per insegnarlo. Un metodo che si sviluppa attraverso un momento di retrospezione, di sguardo al passato cui segue uno di interpretazione della propria storia e infine uno di ricostruzione-creazione delle proprie vicende e personaggi: altri io che diventeranno altro da noi. Un lavoro che si realizza attraverso esperienze concrete, partecipate e volte a riempire vite che paiano vuote e che si percepiscono come tali. La ricerca delle ragioni stabilisce (anzi istituisce) l'atto interpretativo che consente al ricercatore di riaggregare un materiale disperso attorno a qualche tema dominante che costituirà la trama attribuita a quell'esistenza. Allo stesso tempo, questo modo di procedere può risultare autolimitante se non vi è sufficiente consapevolezza dello scopo difensivo di questa prassi, quello di ridurre la propria angoscia. Il ricercatore è sottoposto alla tentazione di eccedere nell'accoppiamento interpretativo, per l'inevitabile bisogno di conferire una forma accettabile e non ambigua alla storia di cui sta sperimentando la comprensione. Per far rientrare il materiale biografico nel quadro prestabilito, si finisce col decontaminarlo, isolando e negando alcuni aspetti che rimangono al di qua del filtro e in sostanza non accogliendo dentro di sè quell'ambiguità suscitata dalle opposizioni e dai conflitti che il testo stesso viene a sollecitare. Il ricercatore, nell'utilizzo del metodo autobiografico dve attuare una sorveglianza su sè stesso, per evitare il rischio di sostituirsi del tutto a colui del quale racconta, affinchè la mente non sia tentata di trasformare quella storia di vita in un prodotto finito, concluso. Su un piano etico la responsabilità del biografo è quella di evitare una sovrapposizione biografica, pur considerando che è accettabile che il tentativo di interpretare una storia altrui sia sempre viziato dalla rappresentazione che l'interprete adotta, e che ci obbliga a risalire alla sua storia. Tale evento si verifica ogni qualvolta l'ansia interpretativa di colui che analizza le storie-il suo bisogno di mettere ordine in una vita confusa, classificare episodi, far rientrare il mondo degli affetti e dei pensieri dell'altro in schemi-lo abbia condotto a imprigionare il vissuto altrui nel suo modello mentale. Il prodotto biografico-in tal modo- pur rispettando la corretta giustapposizione di fatti e movimenti in senso cronologico risente sopratutto del lavoro mentale del biografo. Il metodo autobiografico viene inteso come una griglia a cui uniformare ogni esperienza individuale; una griglia rigida che assume un carattere oggettivo e oggettivante della realtà e che fornisce spiegazioni di tipo razionalistico; l'azione interpretativa si riduce in tal modo alla ricerca di nessi causali, di fatti originari,ai quali ricondurre ogni avvenimento successivo, di tendenze evidenziate nella ricostruzione di quanto il soggetto ha fatto, pensato, deciso e agito nel corso della sua vita.
Nel metodo autobiografico il limite è quindi rappresentato dal silenzio dell'attore principale e dalla talvolta eccessiva facondia del suo attore (il biografo), la cui parola rischia di occupare ogni anfratto dello spazio esistenziale del soggetto e, dove, l'interpretazione diventa una giustapposizione di senso per reagire ai non sensi della vita altrui.L'inconoscibile e la sua accettazione diventa in quanto spazio interpretativo incolmabile il tema specifico della ricerca biografica che cerca nell'inconoscibilità di ogni vissuto quell'insondabile la cui enigmaticità fa di ogni biografia una regione a sè stante. Il ricercatore si trova quindi a svolgere un ruolo di co-autore della storia di vita mentale di un individuo, perchè con le domande stimola il soggetto a ritrovare nel proprio passato le origini di taluni eventi e a riscriverli, dando a essi un ordine sia cronologico che esistenziale. Il metodo non si prefigge di interpretare la storia mentale di un individuo, ma soltanto di ricostruirla per cogliere in essa continuità, costanti, fratture e passaggi significativi. Ricostruzione che induce, di per sè, un 'educazione della memoria e del pensiero introspettivo e retrospettivo. Tutto ciò che viene trasmesso attraverso la materia auto-biografica ha un suo referente, un lettore immaginario sul quale si modella l'immagine di sè che si vuole proporre esternamente. Nella vita quotidiana noi raccontiamo continuamente delle storie su noi stessi e ciò fa parte della nostra esigenza di spiegarci il mondo e di rappresentarci in esso e lo stesso sviluppo personale di un individuo passa attraverso il cambiamento delle domande a cui è più urgente dare risposta.
Il referente autobiografico è un referente esterno se esiste e comunque un referente interno, un sè cui la narrazione è affidata: è evidente come siano importanti, a un livello di analisi psicoanalitica, gli elementi difensivi, in prima istanza l'elusione e la negazione. Quella indulgenza verso sè stessi e le proprie scelte o non scelte, si gonfia ulteriormente fino a coprirci del tutto, a non lasciare nessun elemento che ci possa tradire. Questo vale per le autobiografie, ma gli elementi di differenza che le separano dalle biografie sono minimi. Nell'autobiografia il narratore è come sdoppiato e la sua figura (scissa in quel momento fra un soggetto narrante e un oggetto narrato) subisce, nella riflessione della sua vita l'azione ulteriormente dividente del tempo. Il narratore autobiografico cerca in un secondo momento, a posteriori di dare un senso compiuto a una trama rendendola significativa secondo la necessità del momento: l'immagine della propria storia, del proprio passato è stata ricomposta con quegli aspetti del sè che la persona vuole presentare agli altri. Quindi dal momento che la autobiografia di un racconto non è il risultato di una ricostruzione operata da un autore esterno (il biografo), ma da colui che ne ha fatto esperienza, è evidente che più appropriata è apparsa la nozione di autobiografia. L'autobiografia è infatti un racconto retrospettivo che una persona fa della propria vita, è sempre una psico-storia: in tal caso da sè stessi per sè stessi. L'autobiografia è un testo narrativo, un racconto organico o frammentato che si basa su un senso di sguardo sul proprio passato, su un trascolorare della propria vita.
L'autobiografia è la ricostruzione della memoria personale che passa dal desiderio dell'autore di conoscersi e di farsi conoscere: solo apparentemente è una narrazione privata, infatti essa è in realtà specchio di eventi condivisi da altri, soggettivamente reinterpretati, ed è quindi desiderio di auto-presentazione. L'autobiografo parla di sè, ma parla invariabilmente di qualcun'altro, di quell'altro di cui ora è alla ricerca per accettarlo, come per fargli spazio ora per tenerlo rinchiuso in qualche parte di sè, in nome di una unicità che si impone di perseguire. Ciò determina pertanto nella struttura comunicativa di tipo autobiografico, un continuo alternarsi di personaggi e di molte vite in una stessa unica esistenza: questo è maggiormente evidente nelle biografie dove evidente sia il desiderio di risalire alle origini per imparare dalla propria memoria chi si è stati e, al presente si è ancora e non si è più. Nel metodo autobiografico il materiale che si produce, la narrazione, il racconto viene collocato nell'ambito di un rapporto, di un interazione e questa relazione stessa entra a far parte del materiale oggetto di indagine del metodo. Quello che questo metodo offre non è un modello del funzionamento mentale, ma l'opportunità di attrezzare e far crescere al nostro interno un assetto emotivo e mentale che consente questa esperienza, di favorire l'apertura di uno spazio interno per l'altro. In tal senso si ha la costruzione di un modello atipico, che rifugge dalla concezione tradizionale di modello stesso: non si tratta più di una conoscenza su, ma di un esperienza con.
E' la creazione di uno spazio relazionale, diverso dal sè e dall'altro, che è caratterizzato dall'incontro dinamico tra due persone e dalla storia della loro relazione dove ogni frammento di emozione del ricercatore entra a far parte di ciò che il metodo autobiografico produce e che merita la stessa attenzione della storia individuale, che si pone quindi non come tessuto esclusivo del materiale. In questo modo lo spazio dell'interpretazione è accettato, vissuto dal ricercatore come un qualcosa che non può esaurire in una struttura organica la storia del soggetto: il materiale analitico, collocato nell'ambito di un rapporto, suscita infinite possibilità che diventano un' unica risposta che in quel preciso contesto può concretizzarsi. Quindi va ridimensionata quella sorta di "onnipotenza interpretativa" cui i ricercatori sono spesso soggetti: è la dimensione del possibile che ci deve interessare non quella del certo. Inoltre non si può pretendere di raggiungere un elaborato che sia lineare e coerente, privo di vuoti e contraddizioni. Quello che è possibile è sviluppare un atteggiamento di ascolto e di reale interesse per l'altro che accolga nel proprio universo emozionale quella storia di vita. Bisogna inoltre abbandonare l'illusione dell'esistenza di una trama autobiografica e delle ragioni della sua costruzione come dato in sè: ciò di cui si dispone sono frammenti di persone, relazioni, eventi e scelte, sarà il ricercatore a ricostruire il quadro biografico e la storia cercando di dare quello che per lui è un senso alle vicende spezzettate a cui si trova di fronte. Tutto questo ovviamente non esclude l'esistenza di un quadro biografico in sè; di una progettualità e in ultima istanza dell'autonomia di un soggetto storico da colui che , a distanza di tempo, ne valuta i comportamenti e le azioni.
Nello svilupparsi della relazione, la storia di vita passata viene riplasmata in un unico corpo che è quello del presente più immediato: il primo atto è quello di attualizzare la funzione storica, di eliminare all'interno del quadro narrativo le scansioni proprie di tempo lineare: il passato e il presente coesistono, sono quindi senza tempo. Nel proporre la propria storia da parte del soggetto vi è una tensione propositiva, il desiderio che quell'attività relazionale cambi e che con essa muti anche il racconto della propria storia: all'analista viene affidata la memoria ella propria storia in modo che il ricordo venga da lui contenuto e custodito fino ad assumere un significato nuovo perchè interamente calato in quella storia relazionale. E' il racconto che diventa una storia a sè, dove il passato diventa storia di quella relazione. In tal senso la storia biografica, la propria presentazione, si confronta con le nuove elaborazioni che di sè si sono costruite. Con un andamento discontinuo e non prevedibile le nuove narrazioni conquistano il loro spazio in alternanza con quelle originarie che tornano continuamente nella narrazione e ripetono sè stesse: così mentre ciò che Starace chiama la narrazione originaria custodisce desideri, nostalgie e in qualche modo garantisce la possibilità di una ripetizione difensiva necessaria, la storia all'interno di questa unità descrittiva, si reifica e diventa il principio attivo dello stato soggettivo presente, fino a diventare altro da sè. La narrazione della propria vita, attraverso la relazione diadica, consente la riappropriazione di un mai possibile, di un racconto mai raccontato e di una storia non più altra, ma generata dallo stesso soggetto in quel tempo come hic et nunc.
1.3 Processi cognitivi: sdoppiamento e bilocazione
Nell'autobiografia, come nella biografia, si risale alle origini del proprio presente attraverso un atto mentale peculiare costituito dallo sdoppiamento, come se si stesse ragionando della vita di qualcun'altro. Secondo D. Demetrio "nell'istante in cui parliamo della nostra persona essa sembra sfuggirci in quanto, anzichè apparire l'unità coesa e compatta che ordinatamente crediamo, essa manifesta un campo di tensioni e incoerenze che rivelano il carattere paradossale della nostra esistenza". L'autobiografia ha l'umore di una conversazione con sè stessi pressochè indefinita e indefinibile. Questa conversazione, come ogni auto-rappresentazione, intento auto centrato alla descrizione di sè si avvale di una tecnica mentaledefinita di bilocazione cognitiva.La bilocazione cognitiva è la capacità di scoprirsi dotati della capacità di dividersi senza annullarsi, disperdersi, autonegarsi: è la capacità di essere qui e "nell'allora" della reminescenza di sè, di abitare il presente e contemporaneamente il passato, di riscoprire l'immagine di un altro o di altri sè. La conversazione con sè stessi significa elaborare il proprio testo: elaborare un testo narrativo dedicato a sè stessi equivale a diventare un altro e contemporaneamente a riscoprirsi, a perseguire una ricomposizione delle parti che dovevamo separare per comprenderci e sfuggire alla tentazione della singolarità. L'autobiografo scopre che molteplici sono le sue autobiografie, che in una stessa vita talvolta sono ancora vitali e in fase di scrittura, mentre altre volte sono smarrite o interrotte. La bilocazione cognitiva è la separazione indispensabile cui attende l'autobiografo e che ci insegna a praticare una via che è, al contempo,un attività della mente e una possibilità di benessere. Un processo che si compie attraverso la scoperta della nostra alterità e dove quella che è una finzione (lo sdoppiamento) ci aiuta a trovare una pluralità identitaria.L'autobiografo scoprendo di aver posseduto, non una ma molteplici identità, si conosce di più per il solo fatto di aver vissuto ciò che può ancora in parte far rivivere. Per tale motivo la nozione di identità, si conosce di più per il solo fatto di aver vissuto ciò che può in parte ancora far rivivere. Per tale motivo la nozione di identità narrativa appartiene di diritto al procedere auto-biografico e si configura come interpretazione di sè resa possibile da un processo di estraniamento attraverso cui l'autobiografo diventa qualcun altro: da un lato c'è la sua storia, dall'altro c'è la finzione )ciò che non è più e ciò che avrebbe voluto essere).
Ma a questo punto, come ancora evidenzia Duccio Demetrio, si determina una seconda bi-locazionecognitiva che non concerne più soltanto il ridefinirsi identitario, ma che ci consente di rivisitare il presente attraverso la ricostruzione del passato, come un ritorno su ciò che si è e si conosce di sè più maturo e consapevole proprio perchè si è passati attraverso un processo di destrutturazione, frammentazione del sè: così del passato si individueranno le continuità e le fratture, le discontinuità e il riproporsi costante di motivi. Tutto questo richiede una ridescrizione di sè che obbliga l'autobiografo a distinguere le procedure cognitive necessarie ad accedere ai due luoghi della vita interiore e di quella reale: mentre nella prima si ha la ricerca del dettaglio, all'interno del nostro mosaico interiore e di quella reale: mentre nella prima si ha la ricerca del dettaglio all'interno del nostro mosaico interiore, nel dividere, segmentare la nostra esistenza, la seconda pertiene alla visione complessiva di ciò che si è o si è stati, all'esito dei nostri frammenti che si sono composti in una unità di disegno e di progetto a cui si è attribuita una logica. Il dettaglio, anzi l'insieme dei dettagli fatti affiorare nel corso delle descrizioni biografiche ci consente di discuterli e analizzarli, di reinventarli in un processo che si sottrae alla temporalità e che tutto riattualizza.
1.3.1 Memoria e reminiscenza
Secondo Duccio Demetrio il metodo autobiografico implica l'utilizzo sia di processi di memoria (una persistenza, una realtà in qualche modo integra e continua) che di reminiscenza (che rinvia alla capacità di nrecuperare qualcosa che prima si possedeva e che ora è stato invece dimenticato) attraverso cui recuperare ciò che si credeva di non possedere più. E' la memoria che, configurandosi come il nostro testo esistenziale di cui si avverte la perdita, rende possibile l'attivarsi della rievocazione. La rievocazione nasce quindi da questa consapevolezza: per ricordare occorre avere dimenticato qualcosa e sapere di averlo dimenticato.Il lavoro autobiografico sulla memoria è però anche un contributo alla educazione esperienziale del presente, è il fare e rifare esperienza di sè attraverso una frequentazione con il proprio passato. L'autobiografia non è soltanto quindi la sede del ritorno a ciò che siamo stati, a ciò che abbiamo perso, bensì il desiderio di nuove esplorazioni. Il meotodo della memoria e della reminiscenza si attua attraverso il processo cognitivo della retrospezione: è un contenitore di fatti, episodi, eventi, percezioni e emozioni. Questo contenitore ha due facce, ci rappresenta in due sensi:
-longitudinalmente (in base a fasi, scansioni temporali, momenti significativi, incontri decisivi per la propria storia di formazione )
-simbolicamente(i segni, i significati, i rimandi le assenze e le presenze)
Secondo Duccio Demetrio" La retrospezione si incarica di evidenziare i vuoti oltre che i pieni dell'esistenza, solleva interrogativi irrisolti, problemi che emergono inevitabilmente più o meno dolorosi, ma anche pensiero vitale che ci salva dal rischio del ripiegamento". Un pensiero che scavando nella memoria possa ricondurci a formulare nuove tracce, nuove vie, connessioni tra parti di sè che facciano della nostra storia una delle storie possibili e non necessariamente quella storia che ci sentiamo cuciti addosso. Per poter ricostruire la propria storia è necessario avere gli strumenti necessari a riconnettersi a essa, raccontarsi implica un linguaggio complesso, fatto di idee e rappresentazioni di sè, degli altri, di emozioni, di valutazioni del proprio agire e delle proprie scelte. Questi strumenti poi sono in un'adolescente ancora in fase di costruzione, elaborazione e sperimentazione e in questo senso le pratiche autobiografiche diventano un'esercizio di adultità, dove la restrospezione è un processo che sottende più alla dimensione della progettualità, della costruzione di sè stessi.
Le pratiche autobiografiche hanno quindi una finalità trasformativa, educativa per il soggetto; la possibilità di rivedersi come soggetto di una storia significativa viene prodotta dal soggetto stesso, di raccontarsi e attraverso questo racconto costruire senso. Quindi non si tratta di autovalutarsi nè di descriversi in modo oggettivo, nè di fare un elencazione di fatti e cronologie: è anche uno strumento per raccogliere informazioni,ma questo è inerente solo una prima fase progettuale di reciproca conoscenza tra soggetto e operatore,e ciò non toglie nulla al fatto che come storia è sempre trasformabile, riscrivibile e mai definitva.
1.4 Metodologia dell'indagine autobiografica
L'indagine autobiografica è una pratica, un attività concreta che richiede un impegno personale del singolo. E' importante questo aspetto perchè sottolinea come il metodo autobiografico non si definisca riduttivamente come riflessione speculativa o verbalizzazione, ma nel senso di un sapere che il soggetto stesso produce attraverso la verbalizzazione delle proprie emozioni, rappresentazioni. Queste pratiche sono anche sociali nel senso che presuppongono un soggetto la cui storia è anche una storia di relazioni (significative che siano state o meno) e quindi il soggetto ha la possibilità di vedersi in connessione con un tutto e di comprendere alcune determinanti sociali che ne hanno marcato la biografia cognitiva. La frequentazione di queste pratiche implica quindi una presa di distanza necessaria per rivedere lo svolgersi della nostra storia personale e farne una narrazione che si apra alla comprensione degli altri, una responsabilizzazione del soggetto stesso rispetto alla propria auto-formazione la costruzione di un orientamento significativo di vita che possa costituire un germe di trasformazione nella storia di ciascuno, preludendone la continuazione.
In un 'autobiografia non è possibile utilizzare questionari o strumenti di rilevazione come i test propri della ricerca quantitativa. Dal momento che si tratta di un indagine qualitativa non è importante il numero delle biografie raccolte, nè si dovrà operare nel senso di una comparazione fra di esse nei termini di una rilevazione statistica dei dati. Ciò che importa è la rilevazione dei vissuti dell'intervistato riguardo a specifiche dimensioni stabilite dall'intervistatore. In questo senso la ricognizione autobiografica può avvenire attraverso l'assegnazione di temi da esplorare in senso longitudinale, attraverso la scelta di episodi in cui siano evidenziate le relazioni significative per il soggetto da analizzare più in profondità, oppure ancora la proposta di considerare la storia di vita come un tutto e cercare al suo interno strutture, motivi, intrecci, con l'ausilio di strumenti che esplorino il mondo simbolico del soggetto. In questo senso gli obbiettivi dell'educatore-ricercatore sono, secondo la Favaro:
a- L'induzione di nuova narratività e conversazionalità ( il soggetto evidenzia durante e dopo il trattamento autobiografico un incremento delle competenze discorsive)
b- L'induzione di atteggiamenti che alimentino la capacità di autodescrizione, autorappresentazione in forme verbali, ma non solo (il soggetto scopre che la prima storia di vita si costruisce anche attraverso quella degli altri ed è quindi una microstoria sociale)
L'inclusione del ricercatore nell'esperimento pedagogico, oltre a essere una condizione epistemologica indispensabile, induce significati di appartenenza a quella storia relazionale che comporta una costante supervisione in itinere su quanto sta emergendo sulla relazione e che esige quindi una metacognizione degli eventi nella raccolta delle storie nella raccolta delle storie. E' importante che il ricercatore si doti di una strumentazione atta alla rilevazione: lo scopo sarà quello di individuare, adottando una tecnica non direttiva (basata su uno stile conversazionale e colloquiale) particolari momenti di vita e rappresentazioni di persone, circostanze, sè stessi e la memoria del proprio passato. E' possibile ipotizzare inoltre una applicazione del colloquio ripetuto nel tempo (detto diacronico o panel): in tal modo è possibile raccogliere punti di vista in evoluzione che permettono di documentare i processi evolutivi attivati dal progetto educativo. Con il panel si raccolgono anche mutamenti di atteggiamento e consentono quindi di monitorare l'avanzamento dei processi di verbalizzazione e di pensiero, consegnando al ricercatore i segni e i simboli che attengono all'evoluzione della mente e del sè.
Dal momento che è impossibile accedere, solo attraverso la verbalizzazione al mondo interno delle persone fatto di immagini e simboli, la ricerca pedagogica ha individuato in talune sollecitazioni un metodo di ascolto che consente di avvicinarsi a ciò che non è immediatamente visibile. Secondo Gardner ciascuno di noi racconta con le parole il suo mondo letterale e il suo mondo metaforico: se per un verso ciò che raccontiamo è il risultato di un attività descrittiva tesa a restituire a sè stessi e all'ascoltatore una realtà secondo un principio di fedeltà letterale, per l'altro all'interno di ogni discorso è possibile ritrovare un senso ulteriore nella narrazione. Per far emergere quanto appartiene al nostro universo inconscio in psicopedagogia ci si serve della tecnica proiettiva (perchè ci proietta oltre il ragionamento logico e consapevole) della metafora; in tal modo alla descrizione letterale si aggiunge la descrizione metaforica che esprime qualche cosa di diverso o di più, di quanto non emerga con il primo procedimento discorsivo.Secondo D. Demetrio "la narratività, stimolata o libera è sempre un processo che attribuisce significati, in quanto la significatività è prodotta dalla mente che si sforza di spiegare e spiegarsi mediante letterarietà e metaforicità, perchè quando raccontiamo una storia noi esprimiamo ciò che siamo-facciamo (il reale) è ciò che non riusciamo a dire se non servendoci di mezzi linguistici trasfiguranti (il possibile, il generale, l'astrazione). Se la prima logica ci rivela nella nostra immagine fisica, cronachistica, fattuale e esperenziale, la seconda ci presenta in un trascendimento, in un immaginario, capace di dirci ben di più di quello che è in grado di dirci il pensiero letterale. L'attività metaforica- simbolica è l'attività mentale dello sperimentare e del creare; inoltre il far produrre metafore significa sviluppare ideazioni e connessioni originali, indurre un pensiero autoriferito che è così cruciale per i processi di riconoscimento di chi si è e di chi si vorrebbe essere.
1.4.2 Il colloquio
La pratica del metodo auto-biografico richiede l'esercizio di quella che Demetrio chiama "conversazione collaborativa": ognuno viene responsabilizzato rispetto alla conversazione in atto, c'è massima libertà di materia e di tono (linguaggi, metafore, interpretazioni, premesse vengono rispettati e non giudicati) in cui si assume una posizione di ascolto attivo, accettante e critico allo stesso tempo. Non si utilizzano modalità che distanzino in qualche modo i due interlocutori nello scambio verbale: il fatto che il ricercatore sia incluso nell'esperimento pedagogico implica che egli non solo potrà, ma dovrà parlare della propria storia e in questo senso il colloquio avrà più il sapore di uno scambio di esperienze che quello di una intervista. E' necessario quindi riprodurre un clima relazionale che faciliti questa spontanea produzione di narratività. Secondo la Castiglioni nello svolgimento di un intervista semi-strutturata condotta in modo non direttivo sono importanti alcune attenzioni che ineriscono i luoghi e tempi del colloquio, ad atteggiamenti e interventi da evitare e a quelli da mantenere che possono influenzare positivamente sulla creazione di un clima relazionale favorevole alla narrazione.
2 LA DIMENSIONE DELL'INDAGINE AUTOBIOGRAFICA: IL CONCETTO DI IDENTITA' NEGLI IMMIGRATI STRANIERI
2.1 identità
L'identità è qualcosa che sopravvive al tempo, ma anche e sopratutto qualcosa che si sottrae al mutamento che si salva dal tempo. L'identità di un soggetto è considerata come una struttura stabile, come un qualcosa che rimane al di là del fluire delle vicende e delle circostanze, degli atteggiamenti e degli avvenimenti e questo rimanere non è visto come una categoria residuale, ma è la struttura fondante della vita di ciascuno. Una definizione del concetto di identità richiede innanzitutto una prospettiva evolutiva che ne indaghi le dimensioni del suo costituirsi come processo di sviluppo e elaborazione di parti del sè, del suo essere esperienza di un analisi del senso oggettivo di coerenza e continuità del suo definirsi come processo maturativo caratterizzato dalla progressiva costruzione di un sè individuale autonomo e definito. Questo senso di continuità e coerenza si costruisce attraverso i processi di individuazione-separazione in cui il soggetto sperimenta l'integrazione di identificazioni frammentarie e scisse nelle relazioni oggettuali in modo tale da porre una distaznza tra il sè e l'oggetto. In questo modo secondo la teoria dell'identificazione di Grinberg, il soggetto non proietta più il suo sè nell'oggetto, ma inizia a percepirlo come realtà psichica distinta. Le identificazioni introiettive assimilate sono considerate il fondamento del sentimento di identità e della sua continuità. Sono identificazioni che vengono a far parte della costituzione della personalità e dell'identità di un individuo. Il processo di costruzione dell'identità, sempre secondo Grinberg è legato all'interazione tra:
1-il legame tra le diverse parti del sè e la differenziazione dal non sè (individuazione)
2-il legame temporale tra le diverse rappresentazioni del sè (continuità dell'essere sè stessi)
3-la relazione sociale con sè e con gli altri (appartenenza)
L'esperienza della migrazione è un esperienza che mette a rischio il sentimento di identità perchè avviene una rottura dei tre vincoli (spaziale, temporale e sociale) che consentono al soggetto di dare continuità alla sua esperienza, di relazionarsi con oggetti e persone familiari. Nel processo di costruzione dell'identità e di crescita è fondamentale l'esperienza del tempo come accettazione del principio di realtà, che risiede nel superamento dell'onnipotenza infantile, degli appagamenti immaginari in luogo di quelli reali. Nell'accettazione del principio di realtà il soggetto incontra l'altro come realtà psichica distinta e in questo modo realizza il senso interno dell'esserci, costruisce una memoria che è luogo di significato, vissuto connettivo della realtà: è in questo senso che Di Carlo definisce la memoria e il tempo come luoghi dell'identità. L'identità si nutre della memoria in quanto contenitore di esperienze vitali che danno significato alla vita, in quanto sempre nuova conquista di significati e estensione di quella mappa simbolica che ci permette di leggere e interpretare il mondo. La memoria sempre secondo Di Carlo, è luogo di senso, di riconoscimento e protezione dell'identità proprio per il suo essere unificazione e reintegrazione delle relazioni oggettuali che ormai simbolizzate ritrovano identità nel mondo dei singoli individui e delle rappresentazioni collettive dei gruppi sociali. nL'identità è qualcosa che si lega indissolubilmente alla nostra soggettività, al nostro essere liberi creatori della nostra vita, della nostra storia: si tratta di un identità del soggetto che rappresenta il substarto a cui si rimane sempre legati.
Secondo Terranova l'identità che ciascuno si vede riconosciuta è quella derivante dalla sua appartenenza per nascita, per storia, per caratteristische biologiche a gruppi determinati: questa identità è quella che la pedagogia interculturale e l'antropologia identificano nei concetti di identità etnica e identità culturale. La costruzione dell'identità culturale comincia ovviamente fin dalla nascita, si alimenta dei modelli che costituiscono il tessuto culturale di una comunità di persone, mentre l'identità etnica è considerata come un dato biologico, anche se vedremo in questo capitolo come essa risponda all'esigenza di un gruppo di persone di autorappresentarsi in funzione di un confine etnico che viene a stabilirsi tra gruppi di persone che non hanno lo stesso potere all'interno della società in cui sono costretti a convivere. L'identità culturale e quella etnica non esauriscono nelle loro categorie la definizione dell'identità personale in quanto nessuno di noi ha una singola identità: come mebro della società ognuno di noi porta contemporaneamente su di sè tutta una serie di identità multidimensionali e composite che rimandano oltre che alla cultura originaria, all'etnia, anche alle molte appartenenze non obbligate, ma scelte dal soggetto che l'aiutano a definirsi come soggettività autonoma, creativa e capace di progettualità. L'identità personale non è una struttura stabile e rigida, ma una realtà aperta a nuove ristrutturazioni, articolazioni, complessificazioni in modo tale che vi sia continuità tra il nostro essere e i nostri mutamenti.
2.1.1 Identità e gruppo sociale di riferimento
Abbiamo visto nel precedente paragrafo come nella definizione dell'identità sia importante, anzi fondante da un punto di vista psicoanalitico, il concetto di relazione. L'identità è qualcosa che si costruisce anche attraverso gli altri, nelle differenze, nelle somiglianze, nell'abbracciare significati condivisi e nel rifiutarne altri, nel sviluppare un senso comune del mondo perchè in esso sio inscrive quello privato, il nostro intimo e personale taglio visuale.
Ogni io è imprescindibilmente dentro un noi: il gruppo sociale di riferimento. Secondo Terranova: "Ogni gruppo sociale, per rimanere coeso e avere continuità, esige l'omologazione dei suoi membri e il loro reciproco riconoscimento intorno ad alcuni elementi comuni". Questo è un primo importante dato che ci può servire nell'analisi del concetto di identità all'interno dei gruppi sociali, in quanto evidenzia la dimensione di specificità che ogni gruppo richiede per potersi definire in opposizione a altri gruppi. Il gruppo sociale è quindi un contenitore di identità che si definisce, a sua volta, in funzione delle sue diversità, in funzione di ciò che si differenzia rispetto agli altri gruppi. Ciò perchè il gruppo stesso per definirsi e costruirsi necessita di un'identità comune cui far riferimento, su cui uniformare i suoi membri e rispetto alla quale questi ricavano la propria specificità, in quanto soggettività che si uniformano, ma che sono anche in grado di far emergere le proprie differenze. Nel gruppo il soggetto ha dunque la possibilità di vivere l'esperienza di appartenenza in un duplice modo: come perdita della propria identità, o come cpacità di entrare in comunicazione con altri soggetti salvaguardando la propria distinta soggettività. L'identità di un gruppo si organizza intorno alla capacità di elaborare allo stesso tempo identità e cambiamento, divivere una memoria culturale rinnovandola e partecipandola. La costruzione dell'identità vista nel contesto di appartenenza dei gruppi sociali pone allora il problema del sistema simbolico e della cultura entro cui i gruppi sociali esistono vivono e si definiscono, definendo al tempo stesso la vita dei singoli. E' possibile quindi affermare che le culture con il sistema simbolico che le ineriscono conferiscono identità organizzando il tempo, lo spazio, le relazioni, le abitudini. La ricchezza e la forza di una cultura è nella sua capacità di differenziare e integrare, nella sua capacità di elaborare il tempo passato, di vivere spazi diversi di esperienza e di memoria, di sperimentare la distanza e la continuità, di trovare aree di emergenza per i sentimenti più profondi e primordiali e per i linguaggi che li esprimono. E' in questo modo che le culture si fanno protettive del sentimento di identità dei singoli, facendosi contenitori dei loro bisogni profondi.
In termini collettivi l'identità dei gruppi vive di una memoria culturale capace di ripensare antichi oggetti e luoghi di identificazione. L'identità ha bisogno di costruirsi intorno alla memoria culturale di luoghi, pensieri e linguaggi che vivono nel tempo grazie ad una continua separazione e riparazione. Ogni identità vive nella percezione delle differenze, ma vive grazie sopratutto ad un mondo simbolico che ripensa antichi linguaggi e ripensandoli li rinnova accettandone la trasformazione che il tempo opera su di essi.La condizione di straniero è qualcosa che non pertiene solo all'ordine del simbolico, ma riguarda anche i luoghi in cui si ha questo sentirsi altri: non è più soltanto un fatto soggettivo, ma diventa spazio di sofferenza e di conflitto, sopratutto nei luoghi formali, della mediazione istituzionale, molto più settoriali e complessi che nei paesi d'origine. In questi luoghi la difficoltà del contatto non è soltanto legata alla diversità di ordine linguistico, alla diversità degli schemi culturali di riferimento, ma sopratutto alla difficoltà degli stranieri di mentalizzare oggetti sociali spesso molto complessi. Le dimensioni istituzionali della società di accoglimento pretendono rapporti intersoggettivi molto impersonali che risultano poco comprensibili agli occhi di soggetti che provengono da ambienti più semplici in cui le relazioni sociali non sono così rigide e istituzionalizzate a qualunque livello.
Sono queste in genere le condizioni di chi vive in un contesto di marginalità sociale: dover sopportare tra i modelli culturali ufficiali dominanti e quelli della propria comunità, dover affrontare anche il senso di estraneità derivante dall'incomprensione e dal fraintendimento dei riferimenti culturali e dei messaggi linguistici. Ciò produce quello che è stato definito con il concetto di estraniamento etnico, che esprime l'incapacità di costruire un 'identità bilanciata tra le due culture in cui se vi è da un lato la capacità di ricordare, dall'altro vi è il desiderio di smarrire la propria memoria collettiva, di separarsi dalle origini, per avviare un dialogo dentro un contesto modificato. C'è chi per superare questo disagio, si rifugia nel recupero della propria storia e nella riproposizione delle tradizioni culturali, riannodando così la continuità della propria esperienza attraverso la rievocazione della comunità di appartenenza originaria, ora assente. REcupera così la propria identità culturale opponendosi all'assimilazione del nuovo e ancorandosi al passato (identità esibita). C'è invece chi assume la cultura del paese d'accoglienza e rinnega la propria cultura d'origine, teso in uno sforzo di mimetizzazione e di rimozione dei legami originari (identità negata). Ma c'è anche chi tenta di costruire una nuova cultura operando una mediazione nella continuità della propria esperienza in cui trovino posto e si coordinino le due culture cui ormai si appartiene.
Come sostiene Todorov, "la coesistenza di due voci diventa una minaccia, porta alla schizo frenia sociale quando quelle due voci sono in competizione: ma se si inseriscono in una gerarchia il cui principio è stato liberamente scelto allora si possono superare le angoscie da sdoppiamento e la coesistenza diventa il terreno di una esperienza nuova". E' questa l'esperienza che lui chiama della transculturazione,concetto che definisce l'acquisizione di un nuovo codice senza la perdita del precedente. Essa consente al soggetto un utile esperienza di spaesamento, di distacco da tutte le forme culturali, vissute sempre come realtà particolari. In questo modo per il soggetto, per quanto riguarda l'identità, ci sarà la possibilità di scegliere le appartenenze, i prestiti culturali, i distanziamenti e i rifiuti in modo tale che rimanga al soggetto quindi la possibilità di autodefinire e orientare i propri percorsi identitari. Se si vuol realmente comprendere l'identità degli stranieri non la si può quindi astrarre dai contesti in cui questi vivono nei paesi d'accoglienza, dalle relazioni che vi hanno stabilito, dalle modificazioni che vi hanno subito, ma anche che vi hanno indotto. Analizzare l'identità culturale dello straniero significa quindi anche comprendere a quale livello culturale la società di accoglienza cerca di omologarlo al suo interno e attraverso quali canali (giuridici, economici, legislativi). E' evidente come l'omologazione avvenga al livello culturale più basso, quasi marginale, quello culturalmente più depotenziato ai fini del potere contrattuale nella società. E' su questo livello che lo straniero scopre, per effetto del conflitto culturale, la differenza, la diversità dei propri modelli culturali da quelli che è costretto a incontrare. Su questo confronto costruirà un processo di identificazione, che non sarà mai frutto nè della sola cultura d'origine, nè della cultura del paese d'accoglienza, ma dell'incontro delle due dimensioni socio- culturali in cui si trova a vivere: la propria cmunità d'origine e le fasce sociali marginali e subalterne del paese ospitante, società complessa in cui il potere culturale come spazio di contrattazione simbolica dei modelli è quasi inesistente.
2.2.2 Assimilazione e integrazione
La condizione di straniero non esiste nella realtà quanto negli sguardi degli altri: è questo sentirsi altro che sostiene e rinforza lo stratificarsi della differenza che vizia spesso i rapporti tra immigrati e autoctoni, facendosi portatore di stereotipi, pregiudizi che producono a loro volta distanza e non comunicazione. L'elaborazione dell'identità culturale da parte degli stranieri è un processo che passa attraverso una dinamica che si instaura tra le radici etniche di un gruppo e i modelli culturali di una società di accoglimento. L'ambiente culturale della società ospitante viene filtrato attraverso la assoluta unicitò di ciascun soggetto: tale unicità-identità è uno stato potenziale altamente plastico che può essere capace sia di staticità che di mutamento. Se prevale il primo atteggiamento emergeranno tra gli emigrati dinamiche di resistenza, irrigidimento e quindi di conflitto tra i modelli culturali che si propongono al soggetto. La scelta di identificazione è allora prevalentemente regressiva, di pura opposizione. Secondo Todorov questo potrà portare o a una appartenenza simbiotica del soggetto, ripiegato sulla propria cultura d'origine e incapace di cambiamento, crescita,che produce processi di assimilazione identificativa, così come c'è la possibilità di un appartenenza negata che porta il soggetto a rifiutare il proprio passato e le prorie radici e ad assumere identità precarie e transitorie. Se invece prevale la scleta di entrare nelle dinamiche della cultura ospitante e dunque di una sua accettazione e liberazione, l'identità culturale e la cultura dei gruppi di stranieri diventa più diffusiva, dinamica e allo stesso tempo meno oppositiva e rigida. Il rischio di questo secondo atteggiamento nei processi di costruzione dell'identità può essere quello del frammentarsi della coscienza tra le tante modalità culturali, funzioni esse stesse dei diversi ambienti formali e informali. L'appartenenza matura, secondo Terranova, invece è quella che si definisce come scelta, compito consapevole e creativo di cambiamento e costruisce una più originale e complessa identità a partire da quella che è la cultura di ciascuno. Si tratta di definirsi in un orizzonte più ampio di quello che lega la persona nei suoi rapporti con la realtà fisica e sociale. Per spiegare i fenomeni di adattamento sociale degli stranieri sono stati spesso usati i concetti di assimilazione e integrazione, nati e sviluppati dall'antropologia classica che ha definito il primo come conformitò in ogni area sociale e culturale, mentre il secondo come pluralismo culturale da parte degli immigrati. Questa distinzione è stata ripresa attualmente dalla pedagogia interculturale per sostenere la tesi che l'assimilazione doveva essere respinta, mentre l'integrazione doveva essere auspicata, in quanto questo approccio implica la persistenza di differenze culturali tra immigrati e non immigrati e riposa sulla credenza dell'importanza della differenziazione culturale in un quadro generale di unità sociale poichè riconosce il diritto di gruppi di individui di essere diversi. In questo senso la pedagogia interculturale respinge ogni nozione di differenza e somiglianza, di cui è portatore il concetto di assimilazione, che giustificherebbe così una distinzione tra immigrati assimilabili oppure no.
2.2.3 L'immagine di sè come spazio simbolico dell'identità
Il presente lavoro vuole essere una ricerca sull'elaborazione e percezione del concetto di identità nei minori stranieri attraverso l'utilizzo del metodo autobiografico. Nel primo capitolo sono state delineate le linee teoriche e i relativi riferimenti concettuali inerenti la produzione di materiale autobiografico, attraverso la considerazione delle narrazioni come testi che possiedono specifiche proprietà di riferimento, dei processi cognitivi messi in atto nella produzione di narrazioni e delle dinamiche relazionali che sono agite dal soggetto che narra la propria storia di vita nei confronti del ricercatore che ne raccoglie e stimola la narrazione. Un 'ultima parte è stata dedicata agli strumenti tecnici necessari per la creazione del setting adeguato per un laboratorio di indagine autobiografica.
Nel secondo capitolo sono state delineate le dimensioni concettuali attorno alle quali si è poi concentrata l'indagine di ricerca: è stato analizzato il concetto di identità nelle sue implicazioni e problematiche connesse all'esperienza dell'emigrazione e quindi legato ai concetti di etnia e cultura, ne è stato evidenziato sopratutto il carattere di dimensione simbolica cui fare riferimento nella misura in cui l'indagine si proponeva di analizzare la percezione che i soggetti stessi avevano della propria identità, come costruzione di una propria visione di sè e del mondo.
Del concetto di identità si è voluto indagare anche la dimensione processuale e maturativa, essendo l'indagine concentrata su minori adolescenti e quindi, da un punto di vista evolutivo, già fortemente attraversati dai conflitti e dalle dinamiche di costruzione della propria identità. Le categorie elaborate nel corso di questo secondo capitolo hanno costituito poi una griglia ( a maglie larghe s'intende, dato che l'indagine è di tipo qualitativo), cui si è fatto riferimento nella fase di lettura e restituzione delle narrazioni prodotte. Le dimensioni individuate sono quelle dell'identità come spazio simbolico di riconoscimento, dell'identità in relazione all'appartenenza sociale, dell'identità culturale e di quella etnica, secondo un procedimento di dilatazione del contesto indagato.
Nel terzo capitolo viene illustrato il contesto della ricerca (una Comunità per minori stranieri di Milano), con una breve panoramica sull'organizzazione della comunità, sul tipo di utenza presa in carico e sulle aree geografiche di appartenenza per introdurre gli elementi necessari per avere uno sguardo completo e particolareggiato sulla ricerca svolta. E' stata indicata inoltre la metodologia seguita nella costruzione delle interviste, le aree tematiche di indagine individuate e il setting predisposto. Interviste che sono state poi riportate quasi interamente e che sono state oggetto di una lettura trasversale e comparata da parte di chi scrive. La restituzione finale si è concentrata sulla relazione tra cultura del Paese d'origine e modelli culturali dominanti, presupponendo che in questo dualismo vi potesse essere una contrapposizione fortemente agente nei percorsi di elaborazione della propria identità. In questo senso ci si è chiesti come venissero interiorizzati e armonizzati i diversi codici culturali di riferimento. Ci si è voluti concentrare sopratutto sull'esperienza della migrazione, presupponendo che vi fossero dei modelli di emigrazione cui i minori stranieri hanno attinto nel costruire il loro bagaglio di aspettative enel motivare la loro scelta di affrontare l'esperienza dell'emigrazione stessa.
NARRAZIONE DI STORIE E AUTOBIOGRAFIA COME METODO
Le storie di vita costituiscono inventari di testimonianze che, nella loro evidenza esistenziale, nel loro costruire la memoria di eventi personali, collettivi e anche storico sociali, nella ricostruzione dei ricordi si pongono come un momento di riconciliazione con il passato, con la storia personale e collettiva. Una storia che, nel caso si tratti di una storia di emigrazione, separazione da affetti, volti luoghi e abitudini non può che essere una storia di frammentazione e dispersione. L'autobiografia si pone quindi come momento di produzione autonoma e liberatoria rapportabile rapportabile all'esigenza intrinsecamente umana di narrare di sè e di auto-riflettere. Ed è proprio in rapporto a tali processi cognitivi, evocatori e identificatori che l'autobiografia viene riscoperta e studiata come approccio e come metodo in grado di stimolare domini mentali, capacità dell'individuo di ritrovare una appartenenza sia individuale che sociale.
E' un percorso di scoperta progressiva di sè, quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto creiamo un altro da noi, ci sdoppiamo in un altro io che vediamo agire, recitare, sbagliare. Ogni nostro ricordo è una pallida immagine di azioni di vita e scelte che nel metodo autobiografico si ricompongono e si ridefinisocono in quanto vengono portate a livello cosciente le azioni mentali di cui il soggetto si serve per spiegarsi e interpretare la realtà. Soltanto il costruttore e protagonista della propria storia sa come ha messo insieme le varie parti di sè e questo metodo si incarica di aiutare i narratori a individuare gli elementi e i collegamenti che restituiscono loro la rappresentazione complessa della loro storia. L'autobiografia è un materiale storiografico inerente il tragitto esistenziale di un singolo individuo. Ciò che conta nell'autobiografia è la possibilità che questa sia metafora, simbolo, raffigurazione di quanto la stessa autobiografia non sa o non intende dire. E' il biografo, lo scienziato sociale, che trasforma il testo autobiografico e gli attribuisce significati che quella vita, anche nella scarsa rilevanza degli eventi che l'hanno cointrassegnata, non saprebbe esprimere. Egli, in tal modo, si rende formatore della vita altrui. Il suo compito,consiste nel comporre, o meglio ricomporre, i frammenti esistenziali che la fenomenologia storica e psicoanalitica definiscono un "vissuto". Ogni vissuto biografico è sempre un ri-vissuto, nel senso che il biografo cede sempre una parte di sè alla biografia di cui è autore. Non necessariamente mistificando, stravolgendo i fatti, occultando o enfatizzando a seconda dei casi, ma attraverso i processi cognitivi che adotta, lo stile mentale che utilizza, le scelte che compie per descrivere, collegare episodi, stabilire coerenze.
La scrittura biografica è quindi contrassegnata dalla presenza di una marcata traccia interpretativa che trasfigura la storia di vita da cronaca a mytos. Il concetto di interpretazione trova qui la sua etimologia originaria: interpretare è un atto della mente che connette attraverso un nesso logico o analogico fra le parti di quell'intero esistenziale, affinchè la loro interazione conferisca un senso alla vita, anche la più scomposta.L'interpretazione in campo biografico consiste sempre nella sincresi di due mondi: quello del biografo, con la sua storia mentale e culturale, e quello di colui sul quale ha scritto o narrato. Il metodo autobiografico si definisce quindi come accoppiamento cognitivo: colui che fa autobiografia congiunge il proprio pensiero a quello del soggetto preso in esame, attraverso delle dinamiche in cui la fantasia dell'analista percorre, insieme alle narrazioni del soggetto, i luoghi storici della memoria ricchi di eventi di scelte e di rapporti fondanti e dove si comincia già a fare storia perchè si cercano le ragioni delle vicende trascorse e attuali nel passato.
Importante nella definizione di una metodologia autobiografica è l'idea di relazione. La relazione è il momento originario di ogni evento che può trasformarsi in educativo se genera variazioni nella struttura psichica di un individuo e quindi si genera un cambiamento. Il cambiamento appartiene in generale all'esperienza del vivere ed è evidente che le esperienze di cambiamento siano più formatrici di altre in quanto portatrici di passaggi, transizioni, scelte.Le operazioni di adattamento, assuefazione, assimilazione, sostituzione di linguaggi identitari, cambio di mondi sono un processo difficile, di abbandono di tutto un patrimonio di suoni, colori, immagini, miti e credenze in cui le molteplici tensioni operanti(di resistenza o assimilazione della nuova cultura e rifiuto o chiusura su quella d'origine) possono produrre frammentazione o dispersione e abbandono di tracce di sè. Attraverso il metodo autobiografico si vuole attuare questa ricomposizione, ricostruzione: l'obbiettivo è di evitare una rimozione forzata della propria cultura d'origine e allo stesso tempo creare i presupposti per un equilibrata percezione di sè nel nuovo contesto culturale in virtù di una lenta, progressiva trasformazione della propria identità.
1.1.1 Gli elementi di una storia: testo e contesto
Raccontare una storia significa porsi su un piano narrativo, ed è importante evidenziare come nel raccontare una storia si utilizzino categorie mentali e strategie cognitive che rispondono all'esigenza del soggetto di dare un senso, una coerenza strutturale alla narrazione della storia. Il concetto di narrazione non è semplice da definire perchè travalica i confini del pensiero e del linguaggio e giunge a sovrapporsi alla vita stessa. Andrea Smorti parla della narrazione come di una percezione di eventi umani connessi in modo non casuale. In questa definizione ci sono due aspetti impliciti utili alla nostra riflessione: il primo è che la durata di una storia non si esaurisce in una semplice successione di eventi umani, ma in un legame tra fatti che hanno tra loro somiglianze e differenze perechè sono tra loro collegati da un processo trasformativo. Quindi la narrazione non è solo un contenitore di eventi, ma ha una sua organizzazione interna che consiste nel legame tra i vari fatti raccontati. Il secondo aspetto risiede nel fatto che la sequenza di eventi è tale in quanto viene percepita: e questo dipende dal punto di vista di chi costruisce la storia o di chi la ascolta. Questi due nelementi si riferiscono dunque a due aspetti diversi delle narrazioni di storie di vita: il primo riguarda la struttura interna il secondo la relazione. I formalisti russi hanno riformulato questi due aspetti della narrazione nei termini di fabula e sjzhet: il primo si riferisce alla descrizione essenziale degli eventi della storia, nella loro cronologia e sequenzialità, alla caraterizzazione di base dei personaggi e dei loro ruoli, mentre il secondo definisce tutte quelle tecniche che l'autore usa per presentare la storia e tutti i processi mentali da lui impiegati nella costruzione della narrazione.
La fabula si colloca, secondo il formalismo russo, a un livello paradigmatico o verticale della narrazione: ciò significa che il soggetto presta attenzione più al materiale narrativo della storia( gli eventi, i personaggi) che alla loro concatenazione o sequenzialità. Il sjuzet , o discorso, coglie invece tutte le differenti modulazioni espressive, le ambiguità delle connotazioni, la poliedricità dei personaggi e la complessità degli intrecci. Nel sjuzet si palesano gli aspetti più co9ntestuali della narrazione legati alla sua funzione comunicte la nozione di testo come realtà a sè stante, oggettiva, statica. In questo senso si può introdurre il concetto di focalizzazione per indicare che la narrazione si ha comunque a partire da un determinato punto di vista e che questo definisce una prospettiva relazionale nella narrazione stessa. Quindi la narrazione presenta due livelli tra loro articolati, uno relativamente a-contestuale, rappresentato dal testo narrativo nei suoi aspetti più propriamente strutturali, che assolve a una funzione referenziale e di ricapitolazione dell'esperienza, ed uno più pragmatico e relazioanale legato al contesto. Testo e contesto hanno un rapporto tra loro circolare quindi, in quanto è impossibile analizzare una storia, senza considerare appunto il contesto nel quale è stata prodotta. La narrazione è un discorso, la storia è il risultato di una relazione tra le intenzionalità del narrante e dell'ascoltatore: il significato di un testo che viene prodotto è quindi la risultante della interazione di simboli e linguaggi di autore e lettore. Questa funzione trasformativa della relazione diadica tra gli interlocutori è definita dal concetto di ipertesto, modificando profondaamente la nozione di testo come realtà a sè stante, oggettiva, statica. Le storie non sono quindi dotate solo di un testo, ma implicano anche un contesto relazionale; la comprensione di una storia esige quindi un doppio livello di analisi, tra loro così interconnessi che la divisione qui presentata è solo un fatto concettuale. Il testo, come storia ha una struttura, una grammatica. Innanzi tutto la storia si esprime attraverso un linguaggio, comporta il ricorso alla memoria episodica degli eventi passati, l'uso della memoria semantica e delle conoscenze su come il mondo funziona, l'attivazione delle aspettative sulle conseguenze e sugli sviluppi futuri delle azioni. La presenza nel soggetto di una grammatica interna della storia è il prodotto di uno sviluppo cognitivo, della crescita mentale di un individuo e implica lo sviluppo delle capacità simboliche, degli schemi mentali, della capacità di elaborazione della realtà, che viene descritta in una dimensione temporale e spiegata attraverso rapporti di causa-effetto. Nella ricognizione autobiografica ciò significa una traslazione verso una dimensione ideale della propria storia: i rapporti temporali vengono modificati in modo da assumere una struttura causale (situazione iniziale, complicazione, reazione del soggetto).
1.1.2 Pensiero narrativo
Secondo Jerome Bruner la forma di pensiero sottostante alla produzione di storie è il "pensiero narrativo" . Il pensiero narrativo viene impiegato prevalentemente nell'ambito del discorso e del ragionamento quotidiano: si tratta di un particolare tipo di pensiero che ha la funzione di dare una interpretazione ai fatti umani creando una storia basata sulla intenzionalità degli attori e sulla sensibilità del contesto.
La storia costituisce quindi un modello di interpretazione delle azioni umane. Nel cercare di spiegare la logica delle azioni sociali umane, il pensiero narrativo si muove al livello della intensionalità dei significati, ricostruendo la particolarità del caso singolo ricercandone le leggi fondanti: la specificità delo caso singolo, le sue differenze rispetto agli altri, la ricchezza qualitativa dei suoi attributi vengono sopravalutate a scapito delle somiglianze e delle generalità. Nella narrazione vengono presentati i punti di vista e le credenze altrui e queste credenze vengono presentate come rappresentazioni. Una narrazione presuppone che possa essere sospeso il valore convenzionale della realtà, quindi la narrazione contiene un criterio di referenza, che è quello limitato al mondo possibile della storia che viene raccontata.
1.1.3 Proprietà delle narrazioni
Jerome Bruner ha elaborato una sintesi delle proprietà principali delle narrazioni. Tali proprietà sono: sequenzialità, particolarità e concretezza, intenzionalità, opacità referenziale, componibilità ermeneutica, violazione della canonicità, incertezza. Esaminiamole qui brevemente: le categorie elaborate da Jerome Bruner sono utilizzabili all'interno di un approccio autobiografico nella misura in cui definiscono una griglia di lettura capace di far emergere le strategie cognitive che il soggetto mette in atto nella produzione di storie. L'importanza dell'evidenziare queste strategie sta nel fatto che permettono di leggere anche quei momenti critici di una narrazione (i vuoti, i silenzi, le deviazioni dalle sollecitazioni narrative) alla luce di una griglia che non sia solo un elenco delle proprietà ndi ciò che viene prodotto e che noi chiamiamo testo, ma anche una schematizzazione dei processi mentali che sottostanno al momento della verbalizzazione: ciò consente di leggere nelle narrazioni anche quelle dinamiche autoreferenziali che sottostanno alla costruzione di storie da parte di un soggetto che, nel raccontarsi, rielabora e dà nuove significazioni ai propri vissuti.
1.2 Atto interpretativo e dinamiche relazionali
Attraverso il metodo autobiografico si instaura una relazione diadica tra l'educatore-ricercatore che, mentre assiste con domande discrete e interventi discorsivi all'evolversi del pensiero autoreferenziale, stimola altre modalità di pensiero e significazione. Ciò produce trasformazioni da un esperienza di tipo cognitivo a un'altra di tipo affettivo e relazionale, in virtù del lavoro non soltanto sulla memoria, ma sulla memorizzazione del presente. Chi pensa di avere un sè frammentato e disperso, attraverso il metodo autobiografico impara a darsi un metodo per insegnarlo. Un metodo che si sviluppa attraverso un momento di retrospezione, di sguardo al passato cui segue uno di interpretazione della propria storia e infine uno di ricostruzione-creazione delle proprie vicende e personaggi: altri io che diventeranno altro da noi. Un lavoro che si realizza attraverso esperienze concrete, partecipate e volte a riempire vite che paiano vuote e che si percepiscono come tali. La ricerca delle ragioni stabilisce (anzi istituisce) l'atto interpretativo che consente al ricercatore di riaggregare un materiale disperso attorno a qualche tema dominante che costituirà la trama attribuita a quell'esistenza. Allo stesso tempo, questo modo di procedere può risultare autolimitante se non vi è sufficiente consapevolezza dello scopo difensivo di questa prassi, quello di ridurre la propria angoscia. Il ricercatore è sottoposto alla tentazione di eccedere nell'accoppiamento interpretativo, per l'inevitabile bisogno di conferire una forma accettabile e non ambigua alla storia di cui sta sperimentando la comprensione. Per far rientrare il materiale biografico nel quadro prestabilito, si finisce col decontaminarlo, isolando e negando alcuni aspetti che rimangono al di qua del filtro e in sostanza non accogliendo dentro di sè quell'ambiguità suscitata dalle opposizioni e dai conflitti che il testo stesso viene a sollecitare. Il ricercatore, nell'utilizzo del metodo autobiografico dve attuare una sorveglianza su sè stesso, per evitare il rischio di sostituirsi del tutto a colui del quale racconta, affinchè la mente non sia tentata di trasformare quella storia di vita in un prodotto finito, concluso. Su un piano etico la responsabilità del biografo è quella di evitare una sovrapposizione biografica, pur considerando che è accettabile che il tentativo di interpretare una storia altrui sia sempre viziato dalla rappresentazione che l'interprete adotta, e che ci obbliga a risalire alla sua storia. Tale evento si verifica ogni qualvolta l'ansia interpretativa di colui che analizza le storie-il suo bisogno di mettere ordine in una vita confusa, classificare episodi, far rientrare il mondo degli affetti e dei pensieri dell'altro in schemi-lo abbia condotto a imprigionare il vissuto altrui nel suo modello mentale. Il prodotto biografico-in tal modo- pur rispettando la corretta giustapposizione di fatti e movimenti in senso cronologico risente sopratutto del lavoro mentale del biografo. Il metodo autobiografico viene inteso come una griglia a cui uniformare ogni esperienza individuale; una griglia rigida che assume un carattere oggettivo e oggettivante della realtà e che fornisce spiegazioni di tipo razionalistico; l'azione interpretativa si riduce in tal modo alla ricerca di nessi causali, di fatti originari,ai quali ricondurre ogni avvenimento successivo, di tendenze evidenziate nella ricostruzione di quanto il soggetto ha fatto, pensato, deciso e agito nel corso della sua vita.
Nel metodo autobiografico il limite è quindi rappresentato dal silenzio dell'attore principale e dalla talvolta eccessiva facondia del suo attore (il biografo), la cui parola rischia di occupare ogni anfratto dello spazio esistenziale del soggetto e, dove, l'interpretazione diventa una giustapposizione di senso per reagire ai non sensi della vita altrui.L'inconoscibile e la sua accettazione diventa in quanto spazio interpretativo incolmabile il tema specifico della ricerca biografica che cerca nell'inconoscibilità di ogni vissuto quell'insondabile la cui enigmaticità fa di ogni biografia una regione a sè stante. Il ricercatore si trova quindi a svolgere un ruolo di co-autore della storia di vita mentale di un individuo, perchè con le domande stimola il soggetto a ritrovare nel proprio passato le origini di taluni eventi e a riscriverli, dando a essi un ordine sia cronologico che esistenziale. Il metodo non si prefigge di interpretare la storia mentale di un individuo, ma soltanto di ricostruirla per cogliere in essa continuità, costanti, fratture e passaggi significativi. Ricostruzione che induce, di per sè, un 'educazione della memoria e del pensiero introspettivo e retrospettivo. Tutto ciò che viene trasmesso attraverso la materia auto-biografica ha un suo referente, un lettore immaginario sul quale si modella l'immagine di sè che si vuole proporre esternamente. Nella vita quotidiana noi raccontiamo continuamente delle storie su noi stessi e ciò fa parte della nostra esigenza di spiegarci il mondo e di rappresentarci in esso e lo stesso sviluppo personale di un individuo passa attraverso il cambiamento delle domande a cui è più urgente dare risposta.
Il referente autobiografico è un referente esterno se esiste e comunque un referente interno, un sè cui la narrazione è affidata: è evidente come siano importanti, a un livello di analisi psicoanalitica, gli elementi difensivi, in prima istanza l'elusione e la negazione. Quella indulgenza verso sè stessi e le proprie scelte o non scelte, si gonfia ulteriormente fino a coprirci del tutto, a non lasciare nessun elemento che ci possa tradire. Questo vale per le autobiografie, ma gli elementi di differenza che le separano dalle biografie sono minimi. Nell'autobiografia il narratore è come sdoppiato e la sua figura (scissa in quel momento fra un soggetto narrante e un oggetto narrato) subisce, nella riflessione della sua vita l'azione ulteriormente dividente del tempo. Il narratore autobiografico cerca in un secondo momento, a posteriori di dare un senso compiuto a una trama rendendola significativa secondo la necessità del momento: l'immagine della propria storia, del proprio passato è stata ricomposta con quegli aspetti del sè che la persona vuole presentare agli altri. Quindi dal momento che la autobiografia di un racconto non è il risultato di una ricostruzione operata da un autore esterno (il biografo), ma da colui che ne ha fatto esperienza, è evidente che più appropriata è apparsa la nozione di autobiografia. L'autobiografia è infatti un racconto retrospettivo che una persona fa della propria vita, è sempre una psico-storia: in tal caso da sè stessi per sè stessi. L'autobiografia è un testo narrativo, un racconto organico o frammentato che si basa su un senso di sguardo sul proprio passato, su un trascolorare della propria vita.
L'autobiografia è la ricostruzione della memoria personale che passa dal desiderio dell'autore di conoscersi e di farsi conoscere: solo apparentemente è una narrazione privata, infatti essa è in realtà specchio di eventi condivisi da altri, soggettivamente reinterpretati, ed è quindi desiderio di auto-presentazione. L'autobiografo parla di sè, ma parla invariabilmente di qualcun'altro, di quell'altro di cui ora è alla ricerca per accettarlo, come per fargli spazio ora per tenerlo rinchiuso in qualche parte di sè, in nome di una unicità che si impone di perseguire. Ciò determina pertanto nella struttura comunicativa di tipo autobiografico, un continuo alternarsi di personaggi e di molte vite in una stessa unica esistenza: questo è maggiormente evidente nelle biografie dove evidente sia il desiderio di risalire alle origini per imparare dalla propria memoria chi si è stati e, al presente si è ancora e non si è più. Nel metodo autobiografico il materiale che si produce, la narrazione, il racconto viene collocato nell'ambito di un rapporto, di un interazione e questa relazione stessa entra a far parte del materiale oggetto di indagine del metodo. Quello che questo metodo offre non è un modello del funzionamento mentale, ma l'opportunità di attrezzare e far crescere al nostro interno un assetto emotivo e mentale che consente questa esperienza, di favorire l'apertura di uno spazio interno per l'altro. In tal senso si ha la costruzione di un modello atipico, che rifugge dalla concezione tradizionale di modello stesso: non si tratta più di una conoscenza su, ma di un esperienza con.
E' la creazione di uno spazio relazionale, diverso dal sè e dall'altro, che è caratterizzato dall'incontro dinamico tra due persone e dalla storia della loro relazione dove ogni frammento di emozione del ricercatore entra a far parte di ciò che il metodo autobiografico produce e che merita la stessa attenzione della storia individuale, che si pone quindi non come tessuto esclusivo del materiale. In questo modo lo spazio dell'interpretazione è accettato, vissuto dal ricercatore come un qualcosa che non può esaurire in una struttura organica la storia del soggetto: il materiale analitico, collocato nell'ambito di un rapporto, suscita infinite possibilità che diventano un' unica risposta che in quel preciso contesto può concretizzarsi. Quindi va ridimensionata quella sorta di "onnipotenza interpretativa" cui i ricercatori sono spesso soggetti: è la dimensione del possibile che ci deve interessare non quella del certo. Inoltre non si può pretendere di raggiungere un elaborato che sia lineare e coerente, privo di vuoti e contraddizioni. Quello che è possibile è sviluppare un atteggiamento di ascolto e di reale interesse per l'altro che accolga nel proprio universo emozionale quella storia di vita. Bisogna inoltre abbandonare l'illusione dell'esistenza di una trama autobiografica e delle ragioni della sua costruzione come dato in sè: ciò di cui si dispone sono frammenti di persone, relazioni, eventi e scelte, sarà il ricercatore a ricostruire il quadro biografico e la storia cercando di dare quello che per lui è un senso alle vicende spezzettate a cui si trova di fronte. Tutto questo ovviamente non esclude l'esistenza di un quadro biografico in sè; di una progettualità e in ultima istanza dell'autonomia di un soggetto storico da colui che , a distanza di tempo, ne valuta i comportamenti e le azioni.
Nello svilupparsi della relazione, la storia di vita passata viene riplasmata in un unico corpo che è quello del presente più immediato: il primo atto è quello di attualizzare la funzione storica, di eliminare all'interno del quadro narrativo le scansioni proprie di tempo lineare: il passato e il presente coesistono, sono quindi senza tempo. Nel proporre la propria storia da parte del soggetto vi è una tensione propositiva, il desiderio che quell'attività relazionale cambi e che con essa muti anche il racconto della propria storia: all'analista viene affidata la memoria ella propria storia in modo che il ricordo venga da lui contenuto e custodito fino ad assumere un significato nuovo perchè interamente calato in quella storia relazionale. E' il racconto che diventa una storia a sè, dove il passato diventa storia di quella relazione. In tal senso la storia biografica, la propria presentazione, si confronta con le nuove elaborazioni che di sè si sono costruite. Con un andamento discontinuo e non prevedibile le nuove narrazioni conquistano il loro spazio in alternanza con quelle originarie che tornano continuamente nella narrazione e ripetono sè stesse: così mentre ciò che Starace chiama la narrazione originaria custodisce desideri, nostalgie e in qualche modo garantisce la possibilità di una ripetizione difensiva necessaria, la storia all'interno di questa unità descrittiva, si reifica e diventa il principio attivo dello stato soggettivo presente, fino a diventare altro da sè. La narrazione della propria vita, attraverso la relazione diadica, consente la riappropriazione di un mai possibile, di un racconto mai raccontato e di una storia non più altra, ma generata dallo stesso soggetto in quel tempo come hic et nunc.
1.3 Processi cognitivi: sdoppiamento e bilocazione
Nell'autobiografia, come nella biografia, si risale alle origini del proprio presente attraverso un atto mentale peculiare costituito dallo sdoppiamento, come se si stesse ragionando della vita di qualcun'altro. Secondo D. Demetrio "nell'istante in cui parliamo della nostra persona essa sembra sfuggirci in quanto, anzichè apparire l'unità coesa e compatta che ordinatamente crediamo, essa manifesta un campo di tensioni e incoerenze che rivelano il carattere paradossale della nostra esistenza". L'autobiografia ha l'umore di una conversazione con sè stessi pressochè indefinita e indefinibile. Questa conversazione, come ogni auto-rappresentazione, intento auto centrato alla descrizione di sè si avvale di una tecnica mentaledefinita di bilocazione cognitiva.La bilocazione cognitiva è la capacità di scoprirsi dotati della capacità di dividersi senza annullarsi, disperdersi, autonegarsi: è la capacità di essere qui e "nell'allora" della reminescenza di sè, di abitare il presente e contemporaneamente il passato, di riscoprire l'immagine di un altro o di altri sè. La conversazione con sè stessi significa elaborare il proprio testo: elaborare un testo narrativo dedicato a sè stessi equivale a diventare un altro e contemporaneamente a riscoprirsi, a perseguire una ricomposizione delle parti che dovevamo separare per comprenderci e sfuggire alla tentazione della singolarità. L'autobiografo scopre che molteplici sono le sue autobiografie, che in una stessa vita talvolta sono ancora vitali e in fase di scrittura, mentre altre volte sono smarrite o interrotte. La bilocazione cognitiva è la separazione indispensabile cui attende l'autobiografo e che ci insegna a praticare una via che è, al contempo,un attività della mente e una possibilità di benessere. Un processo che si compie attraverso la scoperta della nostra alterità e dove quella che è una finzione (lo sdoppiamento) ci aiuta a trovare una pluralità identitaria.L'autobiografo scoprendo di aver posseduto, non una ma molteplici identità, si conosce di più per il solo fatto di aver vissuto ciò che può ancora in parte far rivivere. Per tale motivo la nozione di identità, si conosce di più per il solo fatto di aver vissuto ciò che può in parte ancora far rivivere. Per tale motivo la nozione di identità narrativa appartiene di diritto al procedere auto-biografico e si configura come interpretazione di sè resa possibile da un processo di estraniamento attraverso cui l'autobiografo diventa qualcun altro: da un lato c'è la sua storia, dall'altro c'è la finzione )ciò che non è più e ciò che avrebbe voluto essere).
Ma a questo punto, come ancora evidenzia Duccio Demetrio, si determina una seconda bi-locazionecognitiva che non concerne più soltanto il ridefinirsi identitario, ma che ci consente di rivisitare il presente attraverso la ricostruzione del passato, come un ritorno su ciò che si è e si conosce di sè più maturo e consapevole proprio perchè si è passati attraverso un processo di destrutturazione, frammentazione del sè: così del passato si individueranno le continuità e le fratture, le discontinuità e il riproporsi costante di motivi. Tutto questo richiede una ridescrizione di sè che obbliga l'autobiografo a distinguere le procedure cognitive necessarie ad accedere ai due luoghi della vita interiore e di quella reale: mentre nella prima si ha la ricerca del dettaglio, all'interno del nostro mosaico interiore e di quella reale: mentre nella prima si ha la ricerca del dettaglio all'interno del nostro mosaico interiore, nel dividere, segmentare la nostra esistenza, la seconda pertiene alla visione complessiva di ciò che si è o si è stati, all'esito dei nostri frammenti che si sono composti in una unità di disegno e di progetto a cui si è attribuita una logica. Il dettaglio, anzi l'insieme dei dettagli fatti affiorare nel corso delle descrizioni biografiche ci consente di discuterli e analizzarli, di reinventarli in un processo che si sottrae alla temporalità e che tutto riattualizza.
1.3.1 Memoria e reminiscenza
Secondo Duccio Demetrio il metodo autobiografico implica l'utilizzo sia di processi di memoria (una persistenza, una realtà in qualche modo integra e continua) che di reminiscenza (che rinvia alla capacità di nrecuperare qualcosa che prima si possedeva e che ora è stato invece dimenticato) attraverso cui recuperare ciò che si credeva di non possedere più. E' la memoria che, configurandosi come il nostro testo esistenziale di cui si avverte la perdita, rende possibile l'attivarsi della rievocazione. La rievocazione nasce quindi da questa consapevolezza: per ricordare occorre avere dimenticato qualcosa e sapere di averlo dimenticato.Il lavoro autobiografico sulla memoria è però anche un contributo alla educazione esperienziale del presente, è il fare e rifare esperienza di sè attraverso una frequentazione con il proprio passato. L'autobiografia non è soltanto quindi la sede del ritorno a ciò che siamo stati, a ciò che abbiamo perso, bensì il desiderio di nuove esplorazioni. Il meotodo della memoria e della reminiscenza si attua attraverso il processo cognitivo della retrospezione: è un contenitore di fatti, episodi, eventi, percezioni e emozioni. Questo contenitore ha due facce, ci rappresenta in due sensi:
-longitudinalmente (in base a fasi, scansioni temporali, momenti significativi, incontri decisivi per la propria storia di formazione )
-simbolicamente(i segni, i significati, i rimandi le assenze e le presenze)
Secondo Duccio Demetrio" La retrospezione si incarica di evidenziare i vuoti oltre che i pieni dell'esistenza, solleva interrogativi irrisolti, problemi che emergono inevitabilmente più o meno dolorosi, ma anche pensiero vitale che ci salva dal rischio del ripiegamento". Un pensiero che scavando nella memoria possa ricondurci a formulare nuove tracce, nuove vie, connessioni tra parti di sè che facciano della nostra storia una delle storie possibili e non necessariamente quella storia che ci sentiamo cuciti addosso. Per poter ricostruire la propria storia è necessario avere gli strumenti necessari a riconnettersi a essa, raccontarsi implica un linguaggio complesso, fatto di idee e rappresentazioni di sè, degli altri, di emozioni, di valutazioni del proprio agire e delle proprie scelte. Questi strumenti poi sono in un'adolescente ancora in fase di costruzione, elaborazione e sperimentazione e in questo senso le pratiche autobiografiche diventano un'esercizio di adultità, dove la restrospezione è un processo che sottende più alla dimensione della progettualità, della costruzione di sè stessi.
Le pratiche autobiografiche hanno quindi una finalità trasformativa, educativa per il soggetto; la possibilità di rivedersi come soggetto di una storia significativa viene prodotta dal soggetto stesso, di raccontarsi e attraverso questo racconto costruire senso. Quindi non si tratta di autovalutarsi nè di descriversi in modo oggettivo, nè di fare un elencazione di fatti e cronologie: è anche uno strumento per raccogliere informazioni,ma questo è inerente solo una prima fase progettuale di reciproca conoscenza tra soggetto e operatore,e ciò non toglie nulla al fatto che come storia è sempre trasformabile, riscrivibile e mai definitva.
1.4 Metodologia dell'indagine autobiografica
L'indagine autobiografica è una pratica, un attività concreta che richiede un impegno personale del singolo. E' importante questo aspetto perchè sottolinea come il metodo autobiografico non si definisca riduttivamente come riflessione speculativa o verbalizzazione, ma nel senso di un sapere che il soggetto stesso produce attraverso la verbalizzazione delle proprie emozioni, rappresentazioni. Queste pratiche sono anche sociali nel senso che presuppongono un soggetto la cui storia è anche una storia di relazioni (significative che siano state o meno) e quindi il soggetto ha la possibilità di vedersi in connessione con un tutto e di comprendere alcune determinanti sociali che ne hanno marcato la biografia cognitiva. La frequentazione di queste pratiche implica quindi una presa di distanza necessaria per rivedere lo svolgersi della nostra storia personale e farne una narrazione che si apra alla comprensione degli altri, una responsabilizzazione del soggetto stesso rispetto alla propria auto-formazione la costruzione di un orientamento significativo di vita che possa costituire un germe di trasformazione nella storia di ciascuno, preludendone la continuazione.
In un 'autobiografia non è possibile utilizzare questionari o strumenti di rilevazione come i test propri della ricerca quantitativa. Dal momento che si tratta di un indagine qualitativa non è importante il numero delle biografie raccolte, nè si dovrà operare nel senso di una comparazione fra di esse nei termini di una rilevazione statistica dei dati. Ciò che importa è la rilevazione dei vissuti dell'intervistato riguardo a specifiche dimensioni stabilite dall'intervistatore. In questo senso la ricognizione autobiografica può avvenire attraverso l'assegnazione di temi da esplorare in senso longitudinale, attraverso la scelta di episodi in cui siano evidenziate le relazioni significative per il soggetto da analizzare più in profondità, oppure ancora la proposta di considerare la storia di vita come un tutto e cercare al suo interno strutture, motivi, intrecci, con l'ausilio di strumenti che esplorino il mondo simbolico del soggetto. In questo senso gli obbiettivi dell'educatore-ricercatore sono, secondo la Favaro:
a- L'induzione di nuova narratività e conversazionalità ( il soggetto evidenzia durante e dopo il trattamento autobiografico un incremento delle competenze discorsive)
b- L'induzione di atteggiamenti che alimentino la capacità di autodescrizione, autorappresentazione in forme verbali, ma non solo (il soggetto scopre che la prima storia di vita si costruisce anche attraverso quella degli altri ed è quindi una microstoria sociale)
L'inclusione del ricercatore nell'esperimento pedagogico, oltre a essere una condizione epistemologica indispensabile, induce significati di appartenenza a quella storia relazionale che comporta una costante supervisione in itinere su quanto sta emergendo sulla relazione e che esige quindi una metacognizione degli eventi nella raccolta delle storie nella raccolta delle storie. E' importante che il ricercatore si doti di una strumentazione atta alla rilevazione: lo scopo sarà quello di individuare, adottando una tecnica non direttiva (basata su uno stile conversazionale e colloquiale) particolari momenti di vita e rappresentazioni di persone, circostanze, sè stessi e la memoria del proprio passato. E' possibile ipotizzare inoltre una applicazione del colloquio ripetuto nel tempo (detto diacronico o panel): in tal modo è possibile raccogliere punti di vista in evoluzione che permettono di documentare i processi evolutivi attivati dal progetto educativo. Con il panel si raccolgono anche mutamenti di atteggiamento e consentono quindi di monitorare l'avanzamento dei processi di verbalizzazione e di pensiero, consegnando al ricercatore i segni e i simboli che attengono all'evoluzione della mente e del sè.
Dal momento che è impossibile accedere, solo attraverso la verbalizzazione al mondo interno delle persone fatto di immagini e simboli, la ricerca pedagogica ha individuato in talune sollecitazioni un metodo di ascolto che consente di avvicinarsi a ciò che non è immediatamente visibile. Secondo Gardner ciascuno di noi racconta con le parole il suo mondo letterale e il suo mondo metaforico: se per un verso ciò che raccontiamo è il risultato di un attività descrittiva tesa a restituire a sè stessi e all'ascoltatore una realtà secondo un principio di fedeltà letterale, per l'altro all'interno di ogni discorso è possibile ritrovare un senso ulteriore nella narrazione. Per far emergere quanto appartiene al nostro universo inconscio in psicopedagogia ci si serve della tecnica proiettiva (perchè ci proietta oltre il ragionamento logico e consapevole) della metafora; in tal modo alla descrizione letterale si aggiunge la descrizione metaforica che esprime qualche cosa di diverso o di più, di quanto non emerga con il primo procedimento discorsivo.Secondo D. Demetrio "la narratività, stimolata o libera è sempre un processo che attribuisce significati, in quanto la significatività è prodotta dalla mente che si sforza di spiegare e spiegarsi mediante letterarietà e metaforicità, perchè quando raccontiamo una storia noi esprimiamo ciò che siamo-facciamo (il reale) è ciò che non riusciamo a dire se non servendoci di mezzi linguistici trasfiguranti (il possibile, il generale, l'astrazione). Se la prima logica ci rivela nella nostra immagine fisica, cronachistica, fattuale e esperenziale, la seconda ci presenta in un trascendimento, in un immaginario, capace di dirci ben di più di quello che è in grado di dirci il pensiero letterale. L'attività metaforica- simbolica è l'attività mentale dello sperimentare e del creare; inoltre il far produrre metafore significa sviluppare ideazioni e connessioni originali, indurre un pensiero autoriferito che è così cruciale per i processi di riconoscimento di chi si è e di chi si vorrebbe essere.
1.4.2 Il colloquio
La pratica del metodo auto-biografico richiede l'esercizio di quella che Demetrio chiama "conversazione collaborativa": ognuno viene responsabilizzato rispetto alla conversazione in atto, c'è massima libertà di materia e di tono (linguaggi, metafore, interpretazioni, premesse vengono rispettati e non giudicati) in cui si assume una posizione di ascolto attivo, accettante e critico allo stesso tempo. Non si utilizzano modalità che distanzino in qualche modo i due interlocutori nello scambio verbale: il fatto che il ricercatore sia incluso nell'esperimento pedagogico implica che egli non solo potrà, ma dovrà parlare della propria storia e in questo senso il colloquio avrà più il sapore di uno scambio di esperienze che quello di una intervista. E' necessario quindi riprodurre un clima relazionale che faciliti questa spontanea produzione di narratività. Secondo la Castiglioni nello svolgimento di un intervista semi-strutturata condotta in modo non direttivo sono importanti alcune attenzioni che ineriscono i luoghi e tempi del colloquio, ad atteggiamenti e interventi da evitare e a quelli da mantenere che possono influenzare positivamente sulla creazione di un clima relazionale favorevole alla narrazione.
2 LA DIMENSIONE DELL'INDAGINE AUTOBIOGRAFICA: IL CONCETTO DI IDENTITA' NEGLI IMMIGRATI STRANIERI
2.1 identità
L'identità è qualcosa che sopravvive al tempo, ma anche e sopratutto qualcosa che si sottrae al mutamento che si salva dal tempo. L'identità di un soggetto è considerata come una struttura stabile, come un qualcosa che rimane al di là del fluire delle vicende e delle circostanze, degli atteggiamenti e degli avvenimenti e questo rimanere non è visto come una categoria residuale, ma è la struttura fondante della vita di ciascuno. Una definizione del concetto di identità richiede innanzitutto una prospettiva evolutiva che ne indaghi le dimensioni del suo costituirsi come processo di sviluppo e elaborazione di parti del sè, del suo essere esperienza di un analisi del senso oggettivo di coerenza e continuità del suo definirsi come processo maturativo caratterizzato dalla progressiva costruzione di un sè individuale autonomo e definito. Questo senso di continuità e coerenza si costruisce attraverso i processi di individuazione-separazione in cui il soggetto sperimenta l'integrazione di identificazioni frammentarie e scisse nelle relazioni oggettuali in modo tale da porre una distaznza tra il sè e l'oggetto. In questo modo secondo la teoria dell'identificazione di Grinberg, il soggetto non proietta più il suo sè nell'oggetto, ma inizia a percepirlo come realtà psichica distinta. Le identificazioni introiettive assimilate sono considerate il fondamento del sentimento di identità e della sua continuità. Sono identificazioni che vengono a far parte della costituzione della personalità e dell'identità di un individuo. Il processo di costruzione dell'identità, sempre secondo Grinberg è legato all'interazione tra:
1-il legame tra le diverse parti del sè e la differenziazione dal non sè (individuazione)
2-il legame temporale tra le diverse rappresentazioni del sè (continuità dell'essere sè stessi)
3-la relazione sociale con sè e con gli altri (appartenenza)
L'esperienza della migrazione è un esperienza che mette a rischio il sentimento di identità perchè avviene una rottura dei tre vincoli (spaziale, temporale e sociale) che consentono al soggetto di dare continuità alla sua esperienza, di relazionarsi con oggetti e persone familiari. Nel processo di costruzione dell'identità e di crescita è fondamentale l'esperienza del tempo come accettazione del principio di realtà, che risiede nel superamento dell'onnipotenza infantile, degli appagamenti immaginari in luogo di quelli reali. Nell'accettazione del principio di realtà il soggetto incontra l'altro come realtà psichica distinta e in questo modo realizza il senso interno dell'esserci, costruisce una memoria che è luogo di significato, vissuto connettivo della realtà: è in questo senso che Di Carlo definisce la memoria e il tempo come luoghi dell'identità. L'identità si nutre della memoria in quanto contenitore di esperienze vitali che danno significato alla vita, in quanto sempre nuova conquista di significati e estensione di quella mappa simbolica che ci permette di leggere e interpretare il mondo. La memoria sempre secondo Di Carlo, è luogo di senso, di riconoscimento e protezione dell'identità proprio per il suo essere unificazione e reintegrazione delle relazioni oggettuali che ormai simbolizzate ritrovano identità nel mondo dei singoli individui e delle rappresentazioni collettive dei gruppi sociali. nL'identità è qualcosa che si lega indissolubilmente alla nostra soggettività, al nostro essere liberi creatori della nostra vita, della nostra storia: si tratta di un identità del soggetto che rappresenta il substarto a cui si rimane sempre legati.
Secondo Terranova l'identità che ciascuno si vede riconosciuta è quella derivante dalla sua appartenenza per nascita, per storia, per caratteristische biologiche a gruppi determinati: questa identità è quella che la pedagogia interculturale e l'antropologia identificano nei concetti di identità etnica e identità culturale. La costruzione dell'identità culturale comincia ovviamente fin dalla nascita, si alimenta dei modelli che costituiscono il tessuto culturale di una comunità di persone, mentre l'identità etnica è considerata come un dato biologico, anche se vedremo in questo capitolo come essa risponda all'esigenza di un gruppo di persone di autorappresentarsi in funzione di un confine etnico che viene a stabilirsi tra gruppi di persone che non hanno lo stesso potere all'interno della società in cui sono costretti a convivere. L'identità culturale e quella etnica non esauriscono nelle loro categorie la definizione dell'identità personale in quanto nessuno di noi ha una singola identità: come mebro della società ognuno di noi porta contemporaneamente su di sè tutta una serie di identità multidimensionali e composite che rimandano oltre che alla cultura originaria, all'etnia, anche alle molte appartenenze non obbligate, ma scelte dal soggetto che l'aiutano a definirsi come soggettività autonoma, creativa e capace di progettualità. L'identità personale non è una struttura stabile e rigida, ma una realtà aperta a nuove ristrutturazioni, articolazioni, complessificazioni in modo tale che vi sia continuità tra il nostro essere e i nostri mutamenti.
2.1.1 Identità e gruppo sociale di riferimento
Abbiamo visto nel precedente paragrafo come nella definizione dell'identità sia importante, anzi fondante da un punto di vista psicoanalitico, il concetto di relazione. L'identità è qualcosa che si costruisce anche attraverso gli altri, nelle differenze, nelle somiglianze, nell'abbracciare significati condivisi e nel rifiutarne altri, nel sviluppare un senso comune del mondo perchè in esso sio inscrive quello privato, il nostro intimo e personale taglio visuale.
Ogni io è imprescindibilmente dentro un noi: il gruppo sociale di riferimento. Secondo Terranova: "Ogni gruppo sociale, per rimanere coeso e avere continuità, esige l'omologazione dei suoi membri e il loro reciproco riconoscimento intorno ad alcuni elementi comuni". Questo è un primo importante dato che ci può servire nell'analisi del concetto di identità all'interno dei gruppi sociali, in quanto evidenzia la dimensione di specificità che ogni gruppo richiede per potersi definire in opposizione a altri gruppi. Il gruppo sociale è quindi un contenitore di identità che si definisce, a sua volta, in funzione delle sue diversità, in funzione di ciò che si differenzia rispetto agli altri gruppi. Ciò perchè il gruppo stesso per definirsi e costruirsi necessita di un'identità comune cui far riferimento, su cui uniformare i suoi membri e rispetto alla quale questi ricavano la propria specificità, in quanto soggettività che si uniformano, ma che sono anche in grado di far emergere le proprie differenze. Nel gruppo il soggetto ha dunque la possibilità di vivere l'esperienza di appartenenza in un duplice modo: come perdita della propria identità, o come cpacità di entrare in comunicazione con altri soggetti salvaguardando la propria distinta soggettività. L'identità di un gruppo si organizza intorno alla capacità di elaborare allo stesso tempo identità e cambiamento, divivere una memoria culturale rinnovandola e partecipandola. La costruzione dell'identità vista nel contesto di appartenenza dei gruppi sociali pone allora il problema del sistema simbolico e della cultura entro cui i gruppi sociali esistono vivono e si definiscono, definendo al tempo stesso la vita dei singoli. E' possibile quindi affermare che le culture con il sistema simbolico che le ineriscono conferiscono identità organizzando il tempo, lo spazio, le relazioni, le abitudini. La ricchezza e la forza di una cultura è nella sua capacità di differenziare e integrare, nella sua capacità di elaborare il tempo passato, di vivere spazi diversi di esperienza e di memoria, di sperimentare la distanza e la continuità, di trovare aree di emergenza per i sentimenti più profondi e primordiali e per i linguaggi che li esprimono. E' in questo modo che le culture si fanno protettive del sentimento di identità dei singoli, facendosi contenitori dei loro bisogni profondi.
In termini collettivi l'identità dei gruppi vive di una memoria culturale capace di ripensare antichi oggetti e luoghi di identificazione. L'identità ha bisogno di costruirsi intorno alla memoria culturale di luoghi, pensieri e linguaggi che vivono nel tempo grazie ad una continua separazione e riparazione. Ogni identità vive nella percezione delle differenze, ma vive grazie sopratutto ad un mondo simbolico che ripensa antichi linguaggi e ripensandoli li rinnova accettandone la trasformazione che il tempo opera su di essi.La condizione di straniero è qualcosa che non pertiene solo all'ordine del simbolico, ma riguarda anche i luoghi in cui si ha questo sentirsi altri: non è più soltanto un fatto soggettivo, ma diventa spazio di sofferenza e di conflitto, sopratutto nei luoghi formali, della mediazione istituzionale, molto più settoriali e complessi che nei paesi d'origine. In questi luoghi la difficoltà del contatto non è soltanto legata alla diversità di ordine linguistico, alla diversità degli schemi culturali di riferimento, ma sopratutto alla difficoltà degli stranieri di mentalizzare oggetti sociali spesso molto complessi. Le dimensioni istituzionali della società di accoglimento pretendono rapporti intersoggettivi molto impersonali che risultano poco comprensibili agli occhi di soggetti che provengono da ambienti più semplici in cui le relazioni sociali non sono così rigide e istituzionalizzate a qualunque livello.
Sono queste in genere le condizioni di chi vive in un contesto di marginalità sociale: dover sopportare tra i modelli culturali ufficiali dominanti e quelli della propria comunità, dover affrontare anche il senso di estraneità derivante dall'incomprensione e dal fraintendimento dei riferimenti culturali e dei messaggi linguistici. Ciò produce quello che è stato definito con il concetto di estraniamento etnico, che esprime l'incapacità di costruire un 'identità bilanciata tra le due culture in cui se vi è da un lato la capacità di ricordare, dall'altro vi è il desiderio di smarrire la propria memoria collettiva, di separarsi dalle origini, per avviare un dialogo dentro un contesto modificato. C'è chi per superare questo disagio, si rifugia nel recupero della propria storia e nella riproposizione delle tradizioni culturali, riannodando così la continuità della propria esperienza attraverso la rievocazione della comunità di appartenenza originaria, ora assente. REcupera così la propria identità culturale opponendosi all'assimilazione del nuovo e ancorandosi al passato (identità esibita). C'è invece chi assume la cultura del paese d'accoglienza e rinnega la propria cultura d'origine, teso in uno sforzo di mimetizzazione e di rimozione dei legami originari (identità negata). Ma c'è anche chi tenta di costruire una nuova cultura operando una mediazione nella continuità della propria esperienza in cui trovino posto e si coordinino le due culture cui ormai si appartiene.
Come sostiene Todorov, "la coesistenza di due voci diventa una minaccia, porta alla schizo frenia sociale quando quelle due voci sono in competizione: ma se si inseriscono in una gerarchia il cui principio è stato liberamente scelto allora si possono superare le angoscie da sdoppiamento e la coesistenza diventa il terreno di una esperienza nuova". E' questa l'esperienza che lui chiama della transculturazione,concetto che definisce l'acquisizione di un nuovo codice senza la perdita del precedente. Essa consente al soggetto un utile esperienza di spaesamento, di distacco da tutte le forme culturali, vissute sempre come realtà particolari. In questo modo per il soggetto, per quanto riguarda l'identità, ci sarà la possibilità di scegliere le appartenenze, i prestiti culturali, i distanziamenti e i rifiuti in modo tale che rimanga al soggetto quindi la possibilità di autodefinire e orientare i propri percorsi identitari. Se si vuol realmente comprendere l'identità degli stranieri non la si può quindi astrarre dai contesti in cui questi vivono nei paesi d'accoglienza, dalle relazioni che vi hanno stabilito, dalle modificazioni che vi hanno subito, ma anche che vi hanno indotto. Analizzare l'identità culturale dello straniero significa quindi anche comprendere a quale livello culturale la società di accoglienza cerca di omologarlo al suo interno e attraverso quali canali (giuridici, economici, legislativi). E' evidente come l'omologazione avvenga al livello culturale più basso, quasi marginale, quello culturalmente più depotenziato ai fini del potere contrattuale nella società. E' su questo livello che lo straniero scopre, per effetto del conflitto culturale, la differenza, la diversità dei propri modelli culturali da quelli che è costretto a incontrare. Su questo confronto costruirà un processo di identificazione, che non sarà mai frutto nè della sola cultura d'origine, nè della cultura del paese d'accoglienza, ma dell'incontro delle due dimensioni socio- culturali in cui si trova a vivere: la propria cmunità d'origine e le fasce sociali marginali e subalterne del paese ospitante, società complessa in cui il potere culturale come spazio di contrattazione simbolica dei modelli è quasi inesistente.
2.2.2 Assimilazione e integrazione
La condizione di straniero non esiste nella realtà quanto negli sguardi degli altri: è questo sentirsi altro che sostiene e rinforza lo stratificarsi della differenza che vizia spesso i rapporti tra immigrati e autoctoni, facendosi portatore di stereotipi, pregiudizi che producono a loro volta distanza e non comunicazione. L'elaborazione dell'identità culturale da parte degli stranieri è un processo che passa attraverso una dinamica che si instaura tra le radici etniche di un gruppo e i modelli culturali di una società di accoglimento. L'ambiente culturale della società ospitante viene filtrato attraverso la assoluta unicitò di ciascun soggetto: tale unicità-identità è uno stato potenziale altamente plastico che può essere capace sia di staticità che di mutamento. Se prevale il primo atteggiamento emergeranno tra gli emigrati dinamiche di resistenza, irrigidimento e quindi di conflitto tra i modelli culturali che si propongono al soggetto. La scelta di identificazione è allora prevalentemente regressiva, di pura opposizione. Secondo Todorov questo potrà portare o a una appartenenza simbiotica del soggetto, ripiegato sulla propria cultura d'origine e incapace di cambiamento, crescita,che produce processi di assimilazione identificativa, così come c'è la possibilità di un appartenenza negata che porta il soggetto a rifiutare il proprio passato e le prorie radici e ad assumere identità precarie e transitorie. Se invece prevale la scleta di entrare nelle dinamiche della cultura ospitante e dunque di una sua accettazione e liberazione, l'identità culturale e la cultura dei gruppi di stranieri diventa più diffusiva, dinamica e allo stesso tempo meno oppositiva e rigida. Il rischio di questo secondo atteggiamento nei processi di costruzione dell'identità può essere quello del frammentarsi della coscienza tra le tante modalità culturali, funzioni esse stesse dei diversi ambienti formali e informali. L'appartenenza matura, secondo Terranova, invece è quella che si definisce come scelta, compito consapevole e creativo di cambiamento e costruisce una più originale e complessa identità a partire da quella che è la cultura di ciascuno. Si tratta di definirsi in un orizzonte più ampio di quello che lega la persona nei suoi rapporti con la realtà fisica e sociale. Per spiegare i fenomeni di adattamento sociale degli stranieri sono stati spesso usati i concetti di assimilazione e integrazione, nati e sviluppati dall'antropologia classica che ha definito il primo come conformitò in ogni area sociale e culturale, mentre il secondo come pluralismo culturale da parte degli immigrati. Questa distinzione è stata ripresa attualmente dalla pedagogia interculturale per sostenere la tesi che l'assimilazione doveva essere respinta, mentre l'integrazione doveva essere auspicata, in quanto questo approccio implica la persistenza di differenze culturali tra immigrati e non immigrati e riposa sulla credenza dell'importanza della differenziazione culturale in un quadro generale di unità sociale poichè riconosce il diritto di gruppi di individui di essere diversi. In questo senso la pedagogia interculturale respinge ogni nozione di differenza e somiglianza, di cui è portatore il concetto di assimilazione, che giustificherebbe così una distinzione tra immigrati assimilabili oppure no.
2.2.3 L'immagine di sè come spazio simbolico dell'identità
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