La breve storia di un pomeriggio morituro di segni e denso di sogni. Era un periodo così, non che avessi avuto tutto dalla vita, anzi la vita mi aveva tolto molto, una sorella, la sanità mentale, una certa tranquillità economica però in quei pomeriggi, con il bar sotto casa sempre chiuso per fallimento, di tranquillità e pace avvertivo qualcosa che non andava. In realtà era molto tempo che avvertivo che qualcosa non andasse per il verso giusto, ma erano i miei sogni pomeridiani a parlare. Mi lasciavano sempre una certa angoscia addosso, perchè quando riaprivo gli occhi era quasi come un sussulto e non un lento dispiegarsi di palpebre. Nei sogni mi apparivano amori giovanili, vecchie case in cui avevo abitato, da quella molto grande & antica di Salerno della nonna con un androne enorme e dei grossi vasi da cui uscivano delle belle agavi sulle scale, a quelle di Milano. Poi nei sogni queste case si mischiavano, si affollavano di personaggi nuovi, recenti, mentre quelli antichi scomparivano dietro l'ombra dei ricordi. In queste case perdevo cose, trovavo oggetti a volte preziosi, ritrovavo amori perduti e incontravo fanciulle sconosciute dai baci languidi e gli occhi dolci. In queste case poi avvenivano storie, si sviluppavano intrecci che non ricordavo mai, al momento del risveglio, ma che erano sempre contorti, ambivalenti. Erano le case dei sogni, asomigliavano a delle opere di Escher e non c'era un sopra e un sotto, nè un prima o un dopo, ma tutto avveniva in una certa contemporaneità. Incontravo spesso Monica in quelle case, segno che il mio amore per lei non si fosse ancora spento, anche se si trattava di un amore che funzionava bene soltanto a distanza, perchè nella vita reale questo amore , questo sesso senza mai interruzioni, questo continuo bisogno di avere la pelle dell'altro attaccata alla propria si era trasformato in odio, odio viscerale & incompatibilità di caratteri. In sogno facevamo l'amore e lei mentre lo faceva socchiudeva gli occhi e si avvinghiava su sè stessa come una chioccia e sembrava veramente tutto reale , a dispetto del fatto che quando mi svegliavo era come una brutta doccia fredda. La tua vita schifosa ti guardava e ti chiedeva come avevi fatto a ridurti così. Gli errori certo, le donne sbagliate, le scelte sbagliate, la deriva psichiatrica come tentativo ultimo di rimanere aggrappati alla realtà o di uscirne fuori definitivamente dopo una vita da border line. Ogni giorno più vecchio, ogni giorno più stanco, mi guardavo allo specchio e cercavo di trovare un motivo per esistere ancora. Ancora certo, perchè di anni felici ce ne erano stati tanti, ma molti di più erano stati quelli infelici o semplicemente scialbi, senza colore e senz'anima. Erano gli anni in cui si indugiava tra il vizio del bere e quello del fumare continuamente sigarette americane, in cui il sole sembrava splendere di meno, la barba più ispida, le occhiaie più profonde. Quando passeggiavo da giovane vedevo molti sguardi di donne incollati su di me, ora ero io a guardare loro e loro neanche si curavano di uno come me. In pomeriggi vuoti di senso mi aggiravo per le strade, piene di cicche di sigaretta, sputi, carte abbandonate, vecchi solitari o in gruppo, ragazzine dalle risate stridule e piene di vita ed era allora che mi mettevo a pensare ai miei 14 anni a quando era nato mio fratello, quasi a supplire una mancanza,quasi che fosse un dono di Dio a dare nuova spranza alle nostre vite. Mio fratello è importante per me, rappresenta il mio passato e da piccolo era veramente un bambino allegro aperto e felice a cui non facevamo mancare nulla. Poi quando si è fatto adolescente è cambiato: aveva visto suo fratello star male e impazzire per colpa di una donna che lo aveva costretto a scelte sbagliate e portato alla follia consapevolmente. Era stato male per questo, era qualcosa che non accettava di vedere il proprio fratello maggiore ridotto così. Così mise le distanze, senza compatimento, come facevano i suoi amici, ma le mise e tirò dritto per la sua strada si laureò, trovò un lavoro e si lasciò il fratello maggiore alle spalle che in tutti quegli anni non aveva saputo fare molto per combattere il suo vuoto interiore che lo divorava tranne bere e fumare. Lui lo sapeva e da cattolico praticante quale era se ne vergognava, quindi prese le distanze. Si vergognava di molte cose della sua famiglia, che il padre bevesse, che il fratello andava a puttane, che la madre non pagava le tasse. Era molto rigido su tutto e disprezzava profondamente le donne, anche se avrebbe tanto voluto averne una. Ma non riusciva mai a trovare quella giusta, ma aveva ancora un età in cui poteva ancora sperare di trovarla, il fratello maggiore si era già rassegnato, senza soldi, senza un lavoro, senza la bellezza di un tempo perchè un pò la gioventu' era andata, un pò la malattia che lasciava i suoi segni anno dopo anno, era veramente difficile trovare una donna che lo accogliesse e lo accettasse per quello che era. Doveva fingere sempre quando conoscieva una donna: fingere di essere meno povero di quello che era, fingere di avere meno problemi di quelli che aveva in realtà e più spigliatezza con il gentil sesso. La sua vita era diventata una finzione. E questi erano i pomeriggi vuoti di senso e pregni del Nulla più assoluto che egli si viveva così, se li lasciava vivere addosso, lo asfaltavano alla sua esistenza alla sua essenza anzi e non ne poteva uscire fuori che uno scheletro deforme. La luce arrivava flebile dall'androne del reparto di psichiatria. Le veneziane erano socchiuse, le finestre erano blindate, qualcuno litigava in corridoio, gli infermieri intervenivano. Io chiusi gli occhi e mi lasciai baciare dal sole che attraversava il vetro fino alla mia pelle.
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