È un sabato pomeriggio d'autunno, sono circa le due del pomeriggio e sto aspettando che il Cieco passi a trovarmi,come da accordi telefonici, nella speranza che porti qualcosa con sé. Nulla di particolare da segnalare, il cielo di Milano è grigio come sempre, il livello di noia della mia vita è quello di sempre. Tutto normale,se non che sento di iniziare a provare un certo odio strisciante nei confronti dell'altro mio amico ,Carlos, che sembra proprio non poterne fare più a meno di passare di qui tutti i giorni. Scroccandomi soldi,sigarette,birre di cui va pazzo. Comunque è un buon amico, nel senso che è sempre qui, nel bene e nel male. Oggi siamo a condividere la stessa noia, anche se l'unico che sembra veramente non reggere le ingiurie del tempo sono io. Lui sembra più tranquillo e appagato dalla serata che abbiamo trascorso insieme. Il Cieco alla fine non è passato. Perso nei suoi giri. L'album ideale per questo genere di tempo è Meddle dei Pink Floyd. Stavo pensando che l'unico idiota su questa terra che non apprezza i Pink Floyd è Fritz. Lui e la sua musica da balera romagnola. Carlos è arrivato,si fa un caffè come se nulla fosse e già che c'è mi scrocca una tabaccata. Niente, è uno che non ce la fa in generale nella vita. Dai sobborghi dì Caracas in Venezuela,orfano,viene adottato da una ricca famiglia sandonatese insieme al fratello. Il padre di Carlos è benestante e lui un po'se ne approfitta,un po' si dà da fare. Echoes,ultima traccia dell'album sfuma lentamente. È proprio una giornata senza senso di esistere e noi la affrontiamo così. Verso sera va meglio: io e Carlos ci siamo guardati un film,poi io ho dormito un po'con lui accanto. È andato via,mi sveglio in piena notte. Penso che sia il momento migliore per ascoltare Jeff Buckley e la sua voce graffiante e maledetta. Ho ancora gli occhi semichiusi dal sonno e quindi ci vuole un buon caffè. Guardo la notte piovosa e le luci della città che si riflettono nelle pozzanghere.Mi sono svegliato con in testa una canzone di Jeff Buckley e ora scrivo con lui in sottofondo. Pensavo che questa convivenza con Carlos,anche se in fondo è un bravo ragazzo un po'mi avvilisce. Non mantiene mai le promesse, ti chiede sempre qualcosa e non capisce che io non sono suo padre a cui uno chiede incondizionatamente. Qualsiasi padre si sarebbe già stancato di lui. Pensavo anche che ci sono delle cose di cui mi fa troppa rabbia scrivere. Una che mi fa proprio uscire di senno è Anna e la sua aria fintamente innocente.In realtà è una persona subdola che vende debolezze per ottenere vantaggi dalla vita, vantaggi che non le spettano. Non si merita niente quella donna, solo di essere trattata con disprezzo, come una puttana qualsiasi. Come una puttana che ti scopi e poi la lasci così,con le mutande alle ginocchia e le gambe aperte,avvolte in un vestito rosso a fiori. Fiori maledetti che si mangiano l'un l'altro, divorandosi. Come abbiamo fatto io e lei. A volte mi accorgo che mi mancano esperienze di vita per poter scrivere decentemente.Molte cose che ho fatto, le ho dimenticate ,ad altre non do la giusta importanza, e rispetto ad alcuni anni trascorsi insieme ai miei è come se avessi cancellato tutto. Ma proprio tutto. Rimane qualche straccio di ricordo. Mi ricordo quando, da giovane , studiavo all'Università e pur facendo lettere sapevo che non volevo né scrivere, né insegnare. Alla fine mi sono ritrovato a scrivere, mantenendo la promessa che non avrei insegnato un bel niente di niente a nessuno. Odio la viltà e la codardia dell'essere umano. Anna è una persona così e non posso che odiarla. È un odio profondo, non è nemmeno il contrario dell'amore è soltanto odio nudo e puro. Siamo al sabato pomeriggio successivo e la situazione non è cambiata di molto. Sono qui con Carlos che per quanto ne abbia parlato male è pur sempre il migliore amico che ho. Rispetto ai pomeriggi che passavo qualche anno fa, quando mi alcolizzavo da solo o con qualche personaggio improbabile trovato in strada, va già meglio. Ma ancora non ci siamo.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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