Il viaggio è una metamorfosi. Il viaggio è una droga talmente tanto forte che anche quando non puoi praticarlo, almeno io faccio finta di essere da un altra parte e non qui a San Giuliano. Mi immagino in una stanza di un hotel di Kathmandu o più semplicemente e tristemente nella mia casa di Pokhara,da solo al ristorante a mangiare un piatto di spaghetti ( in Nepal) e una bella birra fredda, mentre aspetto che Erika arrivi dall'Italia,dopo la sua avventura,per capire che cosa avrei dovuto fare. Se lasciarla o meno,se farmi lasciare o meno. Poi non si capi',tra le riottosità di entrambi chi dei due,ma il fatto importante fu che ci lasciammo. È incredibile che io ne riesca a parlare chiaramente solo a quasi vent'anni di distanza. Perché questo fatto ebbe delle conseguenze e le conseguenze,altre conseguenze, che mi hanno tenuto impegnata la testa per anni. E così siamo arrivati fino a qui,alle porte dell'estate 2023: esattamente 20 anni fa ero in Nepal a soffrire come un cane bastardo. Me la ricordo quella sofferenza,ma non voglio parlarne, perché già pensarci,non mi fa stare bene. Molte serate lì a Pokhara erano contraddistinte da una sensazione di essere in balia degli eventi. Come se io non potessi arginare più le situazioni che oramai erano destinate a decadere. Interne ed esterne. Emozioni e fatti di vita. Così si è dipanata la matassa in questi venti anni. E così riesco a parlarne. Quando ero solo in Nepal, durante il periodo dei monsoni,ed Erika era a Milano e avevo pure litigato con la capoprogetto mi ritrovai da solo nella mia casa di Pokhara. Ogni tanto da solo mi facevo da Kathmandu a Pokhara con la jeep della associazione per cui lavoravo. Erano circa 200 km che si snodavano lungo un fiume,di cui non ricordo il nome,che da Pokhara sgorgava fino alla valle di Kathmandu. Ma era una strada stretta piena di piccoli autobus,van stracarichi di persone, lenti camion che sbuffavano nero. Questa strada,durante il monsone, veniva invasa da slavine di fango e pietre. Quindi,bisognava aggirarle passando dai villaggi e il viaggio poteva durare anche otto ore. Ma non è questo il punto. Il punto è che in certi momenti,in genere pioveva il pomeriggio,sembrava che il cielo si dovesse squarciate e che Dio in persona ti stesse venendo a prendere con le sue mani. Un Dio severo e arrabbiato. Ma il Nepal ovviamente non è soltanto questo: ci sono dei templi buddisti bellissimi arrampicati sulle montagne più alte del mondo,dove io e la capoprogetto siamo stati insieme. Abbiamo pregato insieme ai monaci, scalzi e assorti nel loro mantra, con la tunica rossa e i loro strumenti musicali che scandivano la preghiera. Io e Valeria sognavamo e vagamente pianificavamo una fuga d'amore a Lhasa in Tibet. Ma ciò non accadde, ma era bello il primo periodo prima che Erika le sapesse, quando sugli sterrati di Pokhara e dei suoi dintorni vedevamo le montagne ergersi di fronte a noi.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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