L'ex bar di Patrice è chiuso il lunedì mattina e io non so dove andare. È l'unico bar tranquillo, dove si possa scrivere senza troppo chiasso attorno di vociare e risate. Ho anche finito il caffè. E dovrò aspettare ora di pranzo per ritirare il solito pacco spesa dai miei. Il caffè è importante per uno scrittore, almeno per me. Gli sguardi più arditi si compiono sotto le ali di un caffè. Mi manca Patrice, mi mancano quelle mattine trascorse a parlare con lui, quando era libero, perché quando era indaffarato giravo al largo, lasciandolo stare.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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