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Marzo

 Oggi faremo un esperimento, un esperimento strano. Parleremo del vicendevole destino, dell'utile e del dilettevole che la vita ci porta e delle infauste notizie che ogni tanto il messaggero del destino reca con sè. Cercheremo di trovare un antidoto contro l'odio degli uomini per gli uomini e cercheremo di capire una volta di più perchè l'uomo ha queste ambizioni, per così dire, di eternità. Ci sono diversi approcci alla vita, e come un vestito li cambiamo a ogni occasione, senza rigore spesso, non curandoci del fatto che cambiare amante spesso possa portarci alla solitudine più nera. Squillano i telefoni, si sentono tutte tradite e tu che non sei altro che un falso impostore, che stava improvvisando per di più, ti ritovi al bar con gli amici a berti una birra e a raccontare come è andata. Ma è l'improvvisazione che ci rende sovrani, padroni del tempo. Svuotiamo l'armadio dai ricordi. Trovo una vecchia maglietta di quando suonavo. Non mi sta più ed è un pò lisa sul collo. A un certo punto, spesso, mi accorgo che i pensieri svaniscono nel nulla e mi chiedo sempre dove possano essere finiti. E' notte, una notte di marzo. Aggrappato all'esistenza con le unghie cerco di non scivolare in sonni troppo profondi. Capisco che in fondo è tutto già finito. Giochi di prestigio e di equilibrio, mazzi di carte senza jolly e l'immancabile Burgos che lecca il culo di ogni docente che capita sul suo prestigioso percorso accademico. Non si fa scrupoli pur di giungere al successo. Io contemplo qui invece il mio fallimento, ma in fondo un grande successo umano. Ho il cuore e gli occhi colmi di tutti i luoghi che ho attraversato, abitato, vissuto. E questo mi basta. Sono riuscito, per il momento a proteggere la mia vita dagli artigli di quella massa: sono riusciti ancora una volta, una volta di più a farmi capire quanto in fondo siamo diversi. Stare all'Estero mi ha cambiato, mi ha fatto capire cosa vale la pena fare e cosa non valeva la pena fare più. Le meschine logiche del gerarca Burgos, schiavo del frigorifero sempre pieno e del "la mia vita è bellissima" detto così spesso che non gli credo neanche un pò. Sembra che sia lui a doversi convincere per primo di questa cosa. Perseguitato per anni, capisco che il massimo che posso ottenere qui è un pò di pace. I sogni possono aspettare per alcuni anni e quando i sogni si avvereranno, comparirà Burgos, a cercare di rovinarti la vita. Se non è lui sarà Ebrea di Merda, se non sarà Ebrea di merda, saranno i sufi che girando e senza farti capire più nulla ti porteranno via tutto. Dopo che gli hai portato via la casa, i soldi, il lavoro e la donna cosa puoi prendere ancora a un uomo che solo resiste contro tutto e contro tutti? La sua felicità, ecco cosa gli puoi prendere. Tutti sistemati e borghesizzati ora finalmente stanno tra loro e non vengono più da te a cercare di capire come fare e non fare nella vita. Tutti spariti. Quindi è il momento di fare un pò il punto della situazione. La pistola è carica, gli indirizzi ce li ho, il vecchio idiota di Varzi starà oliando la rivoltella, ma non ha ancora capito che la sua cara bambina è già una donna morta. Guardo ancora nell'armadio e trovo i vestiti comprati in questa mia seconda vita. La mia quinta casa, il mio decimo stereo e poi di tutte le chitarre che mi hanno distrutto in una vita me ne sono rimaste un paio. Giusto per lasciare qualche segno ogni tanto. Andrea adesso è stanco e vi ha preparato una bella lista di cose che mi dovete comprare, così come voi avete fatto con me con il vostro elenco di pretese, di debiti, di cosa voglio fare non voglio fare nella vita, devo sistemarmi la casa e così via. Ebrea di merda controlla il mappamondo e si conquista la vita così, con i soldi, e poi con dovizia di particolari ti viene a dire cosa fare e cosa non fare, cosa fare e non fare, come se tu fossi una marionetta. La bambina di Varzi si permette di dirti anche che la tua famiglia è ignorante: già noi siamo dei poveri idioti, non me n'ero mai accorto. Ma tu, figlia di una bottegaia e di un laccaculo di Berlusconi non potevi ambire a molto. State tra di voi, state sereni e iniziate a pensare alla vecchiaia che per qualcuno non ci sarà neanche. Io sono troppo libero per voi e anche troppo vero, voi non avete qualità umane accettabili, ma avete solo i soldi. Solo quelli. Quando ero in Nepal, ho conosciuto un uomo, un grande uomo, certo un pò scontroso e viziato dal successo, ma ancora grande. Questo era Miloud, il clown di Bucarest, quello che con quattro palline ha cambiato la sua vita e quella di tanti bambini rumeni. E anche la mia. Mi sono accorto, vedendolo lavorare, che esistono ancora delle persone vere e coraggiose, oltre che capaci. Lui ha seguito la sua traiettoria e ha fatto cose molto belle, degne di nota e il suo successo è sotto gli occhi di tutti. Ma lasciamo stare il caro Miloud che non so più dove sia finito e torniamo alla nebbia di questa città che finalmente dopo tutti questi anni sono riuscito a domare. Certo, ci voleva un pò di stomaco e un pò di cognizione di causa per farsi largo in questo scenario squallido. Poi mi viene in mente l'impareggiabile William: l'idiota in bretelle che ti scalda i panini ammuffiti, vende storie che non ha mai vissuto, la sa sempre lunga su tutto e su tutti e lui sì che un uomo: sempre sconnesso, sempre aggiornato, sempre informato. Questi sono i fantasmi della mia vecchia vita che spesso e volentieri si fanno largo tra i miei giorni presenti. Io ho fatto tutto quello che potevo fare, ma non posso spostare anche le montagne per non avere più a che fare con voi. Se avessi i soldi e le forze per costruirmi una nuova vita lo avrei già fatto, ma il mio psichiatra mi dice che devo riposarmi, stare tranquillo e non accelerare troppo sulle cose. "Prima o poi ne uscirai" mi dice. Passano gli anni, passano i mesi, passano i giorni e qualcosa impercettibilmente cambia. Lento come il vento che erode le montagne, scaltro come un lampo, mi tuffo in un mare blu e cristallino che ti lascia il sale sulla pelle. Quel sole è un ricordo lontano. Mentre scendo in profondità non sento più un rumore provenire da sopra di me. E' una sensazione bellissima. Tutto il mondo fuori. Scopro, giorno dopo giorno, che ho cose più vere tra le mani e l'esperienza mi ha insegnato a renderle inviolabili. Come diceva l'idiota in mutande? "Esperienza". E poi il mercatino delle pulci. Ecco dove sono stato. Con il cantante della nuova band che cercava qualcosa, andrà a Bilbao tra un anno e noi avremo un anno a disposizione per provare e riprovare le mi poesie in forma di canzone. Dopo l'anno e più di prigionia e più di 50 poesie scritte nelle gelide notti di Gavirate, forse si può chiudere un capitolo. Poi si andrà a Bilbao a bere il calimocio e a raccontarci la vita da vecchi guasconi quali siamo. Sperando di aprire scenari nuovi. Ma io c'ero già stato a Bilbao e mi ricordo che una sera due ragazze, non una ma due, una mora e una bionda mi guardavano. Come erano belle. "Let's go, let's go". Parte la musica, sono già le cinque di mattina e decideremo di andarci a vedere l'alba in spiaggia. Qualche fuoco nella notte e poi abbracciati aspettiamo di andare a fare colazione in qualche bar, pigri e assolati come un giorno messicano, aspettiamo il caffè e il cornetto e non abbiamo niente da dirci perchè è tutto così bello che ogni parola sarebbe semplicemente inutile. Gli lasciamo un pò di mancia, loro i soldi li hanno, poi mi portano a casa loro dove tra stanze dipinte di verde smeraldo c'è un grande letto, pieno di morbidi cuscini e possiamo dormire tranquilli con le persiane abbassate e un rubinetto che sgocciola in cucina. Prendiamo un ritmo di vita che ci piace e ci rende vere le cose più semplici. E poi Comfortably Nunb tra le cascine di Torino in mezzo a feste che non avete mai visto prima. Io sembro Gilmour in pensione, tra un risotto e un bonarda e tanti discorsi letterari, sulla vita, la rivoluzione culturale, la scena indie torinese. E poi tipe ubriache che ballano scalze e l'amplificatore che aun certo punto va a fuoco. E' successo anche questo. Mi aveva invitato Erika, conosciuta in un rave a Zurigo qualche mese prima. Io soltanto a guardarla stavo male. Quella carne così bianca (è Ebrea di merda che in genere si esprime così, parlando delle mie donne), anzi quella pelle così bianca, lei che studia ancora e io che ho quasi 40 anni. Ci sarebbe da vergognarsi direbbe qualcuno. Eppure non ci potevo fare proprio niente, era pura e semplice attrazione. Lei che balla ormai da ore musica techno, poi compare un furgone, un amplificatore e una chitarra e la batteria e io non posso fare altro se non suonare per lei guardandola ballare mentre si sveste, sempre più ubriaca fino a rimanere in mutande. E' sulla bocca di tutti il fatto che poi si sia finiti nel fienile a fare l'amore che poi lei sia rimasta in cinta, ho dovuto conoscere i genitori e andare ai servizi sociali a decidere cosa fare. "Ma non si vergogna lei? Ma lei cosa fa nella vita a parte ubriacarsi e andare in giro?" " A me piace vivere così". La madre aveva la mia età e per poco il padre, un vecchio alcolizzato in pensione, ex carabiniere, ex guardaboschi ed ex finanziere, non mi invitava a cena. Erika evita tutto questo e mi porta a farmi un giro ai murazzi. E' così bella che non ci credo. Sono un uomo fortunato, sono decisamente un uomo fortunato oggi. Il Po scorre placido e tranquillo, c'è il sole di Marzo e la città con il suo fare decadente mi sembra ancora in pieno Risorgimento. E' qui che si è fatta la storia d'Italia, penso e intanto la accarezzo un pò. Lei mi dà dei baci distratti da 18enne in vacanza dalla vita e poi tutto finisce. Come era iniziato. Ma torniamo alla Liguria dei vecchi gioiellieri barocchi e patetici millantatori di inezie. C'è chi vende le spezie. Ma qui siamo ormai a Bombay, di cui non voglio parlare più. Andiamo con ordine: prima c'è stato il Vecchio Testamento, poi Baz che pensa di aver inventato il cellulare. Io gliel'ho detto che passare troppo tempo davanti al computer gli avrebbe fatto male, agli occhi e al cuore. Va spesso a Bratislava e ha una donna lì, anche se non ne vuole parlare mai. E' riservato, molto riservato sul suo amore. Fa la sua vita che è tutto un programma: vende cucine e aspirapolveri, poi al baretto medioorientale a farsi un caffè arabo insieme, poi io devo andare a lavorare al Centro giovani di San Giuliano. Ci saremmo rivisti per la cena, frugale, un tè con i biscotti e qualcosa da fumare. Gli faccio notare che la nostra alla fine è una vita fantastica, anche se non viviamo insieme è praticamente la stessa cosa, abito a due passi da lui e Jim è poco più in là. Siamo un pò più in là del limite e non ci importa niente di niente, non a me almeno. Non posso processare tutte queste informazioni, non posso proprio, Baz, non ce la faccio, il mio cervello non è strutturato così. Mi serve un manager ormai Baz e tu puoi essere l'uomo giusto per me. Avevamo altre idee per la testa, non volevo diventare famoso eppure sta andando così Baz. A Bombay ci ho lasciato il cuore, quel odore acre che ti assale non appena scendi dall'aereo, un umidità pesante che ti ancora al terreno e poi quegli sguardi delle donne indiane, così forti, così vivi. La loro calma, loro che ti spiegano che alla fine la vita non è così difficile, basta aspettare che Dio lasci i suoi segni sul nostro cammino. Ma perchè parlo così tanto di Dio in questo periodo? Non saprei, non saprei dirlo, forse è l'ultimo degli stadi della conoscenza, che la coscienza ci pone. A cosa ci serve leggere libri e andare ai vernissage se poi non siamo più nemmeno capaci di pensarlo Dio? Non lo so, sto forse delirando e non posso darvi torto. Un brivido freddo mi assale, vedo qualcosa che attraversa la stanza, ma non so ben cosa sia. "Baz sei tu? Mi hai tracciato il cellulare così da poter essere sempre rintracciabile?" Lasciami stare Baz, lasciami stare davvero, ho le mie cose a cui pensare, ho i mie problemi di quotidianità e voglio tanto tempo libero per osservare il mondo. E da quando sono bambino che guardo il mondo con lo stesso sguardo, io sono cresciuto, il mondo è cambiato, siamo vestiti diversamente, non più di stracci anni '70. Me lo ricordo mio padre con i jeans anni '70, a zampa di elefante, io in tricilo rosso e ruote bianche, lui dormiva di giorno perchè faceva i turni di notte, la casa piccola e poi la domenica dai nonni, dopo la partita di calcio con l'oratorio. L'amico prete, le ragazze a guardarci giocare. Che belli gli anni dell'oratorio: le caramelle gommose, le partite a calcetto, il campo di calcio sempre infangato. No, tu hai infangato il mio nome standotene lì ad aspettare. Poi i nonni sono morti, prima la nonna e dopo qualche anno anche il nonno che però prima di lasciarci si è risposato con una vecchia signora di Salerno ed ha trascorso lì gli ultimi anni di vita. In riva al mare di Salerno. Io lo andavo a trovare quando stavo con Daniela, lui mi ospitava per settimane intere e io e Daniela andavamo in costiera a bagnarci nel mare. Lei leggeva Kipling e mi scriveva infinite e struggenti lettere d'amore, bellissime e profumate, di un profumo nuovo. Non era più l'incenso dell'oratorio, avevo finalmente trovato un amore puro. Mio nonno mi dava 10000 lire e così io e Daniela potevamo uscire e farci un giro sul corso, in Via Verdi, tra i locali e il lungomare. Passeggiavamo, eravamo sempre in vacanza, come in una stanza di ricordi, perchè io lì ci ero stato anche da bambino ed essere lì con una ragazza che conosceva ogni posto, ogni anfratto era fantastico. Mio padre seguiva le cose da qui e si informava sempre se stessi bene con lei. Lui si preoccupava per me, sempre, mi diceva sempre la cosa giusta mi voleva, mi vuole e mi vorrà sempre un gran bene. Come quando eravamo all'oratorio e mi diceva cosa fare e cosa non fare in mezzo al campo di calcio. Poi divenni un bravo calciatore, lui mi incitava, scivolavo nel fango, tutti i numero 9 avversari erano miei. A pranzo parlavamo della partita e lui era sempre fiero di me. Era, ed è un padre fantastico, dopo anni in cui vedevo solo un odio antico, posso finalmente dire a tutti quanto mio padre sia una grande persona e un grande uomo che ha saputo affrontare cose difficili e delicate della vita, con lo sguardo basso e umile, senza presunzione, mai stato arrogante. Aveva sempre una massima e una metafora per spiegarti delle cose importanti della vita. Io gli dicevo che avevo litigato con questo o con quello, che la ragazza del momento mi aveva lasciato e lui voleva sapere cosa era successo, come era potuto accadere. Non era un padre distante, anzi forse a volte era fin troppo presente, generoso, umile, grande come il sole che splende nel cielo. E' ancora qui con me, un pò invecchiato, un pò provato anche dalla mia malattia,ma è sempre lui. Cloud tutto questo lavoro sui sogni ci porterà un giorno a impazzire. In dimesioni oniriche separate possiamo dare libero sfogo alla nostra unione. Io non ricordo quello che sogno, raramente, mi basta fumarmi una sigaretta e il sogno svanisce, così come era apparso. Luoghi che non esistono se non in sogno che diventano reali, luoghi che ricorrono poi, come se fossero stati realmente abitati o vissuti.Luoghi che scivolano nel subconscio dove strati di pensieri si accumulano formando nodi, matasse, che poi scioglieremo certo, col tempo e con la pazienza. Cloud tu che sei la mia musa dovresti sapere quanto i luoghi che frequentiamo di notte possano essere avversi e ostili, la dimensione del sogno ci puo' portare a porte di luce che danno sull'Universo come in luoghi tetri e sinistri dove abitano i nostri nemici, i nostri detrattori, quelli che non si limitano a vivere la propria vita, ma vogliono decidere anche per la tua. Gente che si impossessa dei tuoi giorni fino a strangolarti l'anima, fino a farti soffocare. Cosa appare e cosa non appare da quell'immagine fissa. Niente, assolutamente niente. Tu non devi pensare a me che sto scrivendo, ma a me che vivo queste cose. Poi le scrivo. Come sono ora? In camicia, tv, sigarette sul tavolo. No, non sono un brigastista, non sparerò. Io sono per viverci una vita tranquilla. Senza compromessi, certo, ma è così. Camica Hawaiana, il maledetto figlio di puttana e tutto senza anima nè corpo. Morto, corto, storto e contorto. Andiamocene tutti via, da questa volgarità domenicale, un pensiero mi assale, e mi distoglie dalle mille voglie che solo una moglie ti può provocare. Ma parliamo di politica internazionale, di cui non so ancora molto, ma su cui posso certamente lavorare. L'Iran contemporaneo, storia di un paese millenario, in crescita demografica e come economia. L'unica porta occidentale su un Islam moderato. Anche stamattina mi sveglio con la faccia da idiota di Burgos il figlio di puttana. Non è un bel risveglio, ma adesso gli mando una bella mail e gielo dico proprio che è un figlio di puttana. Uno che sta zitto per anni, perchè lo hai messo sotto con la tua arte e il tuo stile e poi deve aspettare che tu venga ricoverato per dirti quello che di te ha pensato sempre e che non ha mai avuto il coraggio di dirti. La banda dei figli di puttana prolifica, fa figli e vive in pace col proprio portafoglio e allora scivolando in una depressione di anni, non per il portafoglio, ma perchè non mi posso più esprimere liberamente, perchè tanto lo sapete che potrei vivere di arte e distruggervi. Non ho parole per definire tutto questo. Per scrivere devo inventare dei giochetti mentali che mi portano a isolarmi da questi idioti, cercare un pò di sereno nella mia mente e nel mio cuore e se lo riesco a trovare riesco a trovare anche parole che non siano di odio. Riesco a vedere qualcos'altro che non sia la loro foto di gruppo trionfante dopo aver saputo che mi hanno ricoverato. Credetemi, miei cari lettori, dentro di me ci sono spazi sconfinati, deserti, mari e oceani di parole dove nuotano pesci dai mille colori e tutte le città attraversate in viaggio,da quelle polverose del Messico, alla Manhattan dei bar e delle mille prostitute. Mi fumo una sigaretta sulle scale di emergenza di un edificio, la casa del mio amico David Bowie. Gli stanno facendo un servizio fotografico, c'è anche Bono che è venuto a trovarlo e io ne approfitto per esprimergli tutta la mia gratitudine e tutta la mia ammirazione. Gli parlo del fatto che la sua musica mi ha aiutato a uscire dalla depressione. Lui mi guarda un pò così, è già alla terza birra e sono solo le dieci del mattino e mi fa. "Mr Scarano. Lo scrittore?" "Certo, sono io" "Ho letto le tue cose, alcune sono veramente degne di nota". A quel tempo il successo sembrava sorridermi, avevo venduto quattro milioni di copie con il mio ultimo romanzo, The Fly, e da una baracca in riva al mare in Messico mi ero potuto trasferirmi in un elegante appartamento di Manhattan. Proprio vicino a casa di David Bowie, che avevo incontrato per caso un giorno di pioggia, lui a spasso col cane e io in cerca di un tabaccaio aperto. "Ehi, mr Scarano? The Fly" . Mi offri un caffè a casa sua conobbi la sua bellissima moglie e vidi la sua fantastica casa, piena di arazzi e quadri del postmodernismo del '900. Stava lavorando al suo ultimo album, diventammo amici e gli dedicai anche un paio di poesie, scritte nel salotto di casa sua, mentre il cane dormiva sul divano e lui guardava il mio modo di scrivere. Bono non sembrò considerarmi molto quando mi conobbe, anche lui scriveva e anche bene, ma ormai era dentro il circus musicale ed era qualcosa di inarrivabile per tutti. Lui aveva ancora voglia di girare il mondo, fare dischi e tournee, Bowie, aveva una certa età aveva già fatto tutto ed era un mostro sacro di quella strada di Manhattan, aveva i suoi tempi lenti e i suoi rituali e io sapevo quando incontrarlo e quando potevo rivolgergli la parola: lui era sempre gentile, affabile. Un giorno lo invitai a vedere il mio modesto, ma decoroso appartamento. Lui mi disse che uno come me forse meritava qualcosa di più di questo, gli dissi anche che sapevo suonare la chitarra e gli feci sentire qualche nota. Fu sorpreso dal mio modo di suonare. Gli dissi che in dieci anni di vita in Messico ne avevo avuto di tempo per stare al mare, suonare in spiaggia e nel pomeriggio mettermi a scrivere. Cloud faceva avanti e indietro tra Acapulco e Berlino dove aveva il suo atelier e io la aspettavo in spiaggia. Il discorso cadde su Bono e su Berlino, di quanto quella città fosse magnetica e di come fosse stata importante sia per Bowie negli anni' 70 che per Bono negli anni '90. Un icona di tutto un fermento culturale e musicale prima soltanto europeo e poi globale. Tutti andavano a Berlino a cercare qualcosa, un pò di arte, pezzi di muro in svendita, casermoni bolscevichi da comprare, sistemare e poi trasformare in centri culturali, musei, discoteche o semplicemente bar. Questa era Berlino:ormai Est e Ovest si erano uniformati e tutto aveva assunto un tono un pò più europeo, dando un calcio alla storia, alle architetture staliniane, al punk anni '70, ai centri sociali che cadevano a pezzi, all'eroina e alla facile letteratura delle donne Berlinesi. Noi scrittori abbiamo un estetica, oltre a un cuore facile al consenso. Non ci interessa vendere, non solo diciamo, ma anche essere dove vogliamo essere almeno con il pensiero e essere con chi vogliamo essere. Le donne possiamo ancora scegliercele anche se non abbiamo i soldi, abbiamo l'arte, un arte infinita che non svendiamo così , non a tutti, non a te idiota decerebrato che stai lì ad ascoltarmi come se fossi una venere senza braccia. Io posso scrivere anche senza braccia e senza occhi, senza un motivo per esistere he non sia il solo fatto di resistere. Bono mi capiva quando gli parlavo di questo, il chitarrista sbadigliava annoiato,ma lui mi stava a sentire. Non era d'accordo. Presto mi mischiai alla scena NewYorkese grazie a Bowie che mi fece conoscere un pò di gente, scrittori, modelle e tanti artisti per la gioa di Cloud che si traferì da me e iniziammo una nuova vita. La mia decima vita. Ci trovammo in case ricche e piene di stile e di quadri alle pareti dove i calici erano sempre pieni e i cervelli sempre in funzione. Non c'era noia, non c'era una storia da rispettare, ma la storia era quella gente lì, un pò sballata, un pò alla moda, sempre in voga e noi che eravamo gli ultimi arrivati eravamo i più umili di tutti. Ci stupivamo di tutto e non ci stupivamo più di nulla dopo un pò. Ci invitavano, noi andavamo e tornavamo sempre più ricchi, di idee, di colori, di sapori nuovi che venivano dal lontano Oriente che tutti ormai conoscevano. Apprezzavano la cucina italiana e così facemmo una cena, piena di gente importante, tutti nella nostra piccola casa. Le candele alla finestra, la città illuminata, Cloud imbarazzata e la luna sola e complice. "Dove ci porterà questa vita, Cloud?"Le dissi sorridendogli e abbracciandola" A Dio direttamente, senza altri affanni e altre preoccupazioni". A un certo punto di questo scritto e della mia inaferrabile vita, come se nulla fosse compare Ebrea di merda nel salone della nostra casa di New York. Ha sempre qualcosa da ridire su tutto e su tutti e su di me in particolare. Gli faccio notare che lei non c'entra nulla in questo racconto che il suo posto è la banca e non saloni dove depredare ancora una volta gli altri delle proprie certezze e restituirgli angoscie. Ecco perchè Ebrea di merda si era messa a studiare la psicologia degli altri. Per indagare, capire, sviscerare una volta di più l'animo umano e farlo a pezzi se possibile con la sua ascia, Erika ( non Erika la 18enne) se ne va in giro e fa a pezzi che ha più idee di lei. A un certo punto scopro che si sono imbucate a una festa che io e Cloud stavamo dando in onore di Bowie e della sua immortalità. Le buttiamo fuori a calci e Bowie ci fa: " Ma chi sono quelle ?" " Niente, due imbucate di merda, ma non c'entrano nulla in questo racconto". La festa prosegue e Bowie intona una canzone, c'è anche Adam Clayton che dopo aver finito lo champagne guarda Larry, tutto è pronto, la band può inizare a suonare. Non avrei mai pensato che me li sarei trovati a suonare a casa mia i quattro irlandesi più famosi del mondo. Dopo un paio di pezzi mi invitano a suonare con loro. Sono emozionato e teso come un bambino, quasi piango e poi sparo un assolo dei miei, ma cerco di non farmi notare troppo. Cloud applaude in vestito di strass, continua a portare da bere. Poi continua a venire gente su gente, richiamata dalla musica e allora ci trasferiamo a casa di Bowie che è più grande e spaziosa e c'è anche una piscina sul terrazzo. Cloud va direttamente a buttarsi in acqu, dopo essersi svestita, mentre io parlo un pò con Larry del più o del meno e mi dice con sincero affetto che per essere uno scrittore non me la cavo male con la chitarra. Allora io inizio a parlargli del fatto che quando ero giovane avevo un gruppo, ma lui si stanca subito della questione e con uno spintone mi butta in acqua e mi ritrovo con Cloud che mi bacia sulla bocca, sul collo e dappertutto. Bono sta parlando con Bowie, mi guarda e mi sorride, mentre Bowie si tiene compagnia con l'immancabile sigaretta. La festa finirà all'alba, Bowie congeda tutti verso le sette di mattina, gli irlandesi vanno via in limousine e noi torniamo a casa stanchi e ubriachi. Dormiamo per tutto il giorno e quando ci svegliamo dopo un bel caffè diamo un 'occhiata alla casa tutta da pulire e sistemare. Il giorno dopo incontriamo Bowie in brasserie e mi dice: "Andrea, sei bravo con la chitarra, facciamo qualcosa insieme, una cosa piccola tipo un jingle, ti va?" Gli dico che per me va bene e che anzi ne sono entusiasta. Si tratta di fare uno spot di trenta secondi per una nota casa di automobili americana, io alla chitarra e gli altri musicisti li avrebbe chiamati lui dalla sua band. La settimana successiva eravamo in studio dove in un giorno realizzammo il jingle, io insieme a musicisti neri, con le chitarre prestatimi dal baldo Edge, che tra un sorrisetto e montagne di pop corn mi stava a sentire suonare. " Not so bad, not so bad". Lui curò la produzione e i suoni della mia chitarra. Con i soldi del jingle io e Cloud decidemmo di farci un viaggio, così tanto per spezzare il freddo inverno NewYorkese. Ce ne andammo ai Caraibi quell'anno, lei splendida e sempre più innamorata e io sempre più felice. Non sono cose che capitano tutti i giorni penso e Cloud per ricambiare fece due grosse tele di due metri per quattro in stile Mirò: una per Bowie e una per Edge. Bowie la appese in salotto, Edge proprio non sapeva come trasportarsela fino a Dublino, allora dato che loro avevano uno studio anche a New York la usò per arredare la cabina regia. Oltre agli immancabili tappeti ora c'era anche un quadro di Cloud. Qualche amico di Edge notò la tela e chiese chi la avesse realizzata, il giorno dopo mi telefona un gallerista, io passo la telefonata a Cloud che si ritrova così dal nulla venti tele da realizzare per una famosa galleria NewYorkese. Ci metterà sei mesi a realizzarle e la casa è troppo piccola per ospitare la realizzazione delle tele. Così decidiamo di affittare uno scantinato dove lei possa lavorare in maniera serena e tranquilla. Io intanto, tornato dalla nostra vacanza ai Caraibi, decido che è il momento di rimettersi a scrivere un pò. Scriverò poesie per alcuni mesi sorseggiando vino e passando un pò di tempo al telefono con Adam, che mi raccontava sempre tutto di tutti e mi diede degli spunti interessanti su cui rifllettere e scrivere. Finita la tourneè, dopo un periodo di dovuto riposo ci invitarono a trascorrere un periodo a Dublino a casa di Adam. Cloud finì le tele, allestì la mostra e poi potemmo partire per Dublino. Eisenhover infelice, povero e meschino morì in miseria. Burgos per 40 anni fece il tragitto casa-laboratorio e poi morì come un idiota al mare con la chitarrina comprata insieme in Messimo. W. l'idiota passò la vita a studiare le contromosse e lui che viveva solo di rancore, ora che ero a New York non mi poteva più raggiungere. Si buttò dal sesto piano della sua casa e si sfracellò il cervello su una panchina, dove stava dormendo un barbone. Morirono entrambi e io potei trascorrere finalmente una vecchiaia felice con Cloud, Adam e Bowie che diventarono i miei migliori amici. E così tra feste, tanto amore per me e per lei finì la mia vita. Mi ritrovo al buio. Sono dentro un ventre materno, poi uno squarcio di luce. Inizio a piangere come tutti in certi momenti. Mi ritrovo in una baracca di ospedale in India. Sono il figlio di una donna di 18anni e l'uomo è un ricco commerciante di tessuti è molto più vecchio di lei. Mi è andata bene, penso, sono in India, ma non sono così povero. Almeno non morirò di fame. Passerò la maggior parte della mi infanzia scalzo a giocare a pallone tra i vicoli di Bombay, in una casa bella e accogliente dove riceverò un istruzione, cure e tanto affetto. C'è una bambina molto carina che mi guarda spesso mentre gioco a pallone. Abbiamo 8 anni e si chiama Cloud. Ci conosciamo, vuole giocare anche lei, ma le dico che è un gioco solo per maschi. Io che sono, un pò viziato le dico che se vuole può darmi qualche bacetto sulle guancie. Lei accetta a patto che poi si giochi un pò a pallone. E cosi' diventammo amici. Lei iniziò a frequentare la mia casa con grande disappunto di mia madre e poi quando fummo più grandi iniziammo a dormire assieme. Mio padre era conciliante con lei. Mia madre voleva che studiassi che andassi all'Università a Nuova Delhi, ma io non avevo tanta voglia di studiare avevo soltanto voglia di stare con lei. Facemmo l'amore a tredici anni e da quel momento in poi i nostri corpi scuri appartenevano l'uno all'altro. Fummo per sempre legati da un amiciza che poi divenna amore. Verso i 40 anni mia madre morì di tubercolosi, malattia in India ancora mortale. Mio padre rimase solo e Cloud si trasferì a vivere da noi. Mio padre era molto vecchio, frequentava il tempio, c'era la servitù che preparava da mangiare e pensava a ogni cosa in casa. Ormai stava diventando troppo vecchio per curare i suoi affari e così mi nominò suo successore. Dovetti imparare tutto sul commercio delle stoffe, ma non ero così smaliziato nè abile, così chiesi a Cloud di aiutarmi nelle faccende più pratiche. Andavamo al mercato insieme, fumavamo di nascosto dai baba e fracevamo in fondo una vita rilassata e senza disagi particolari. Poi a 70 anni, morì anche mio padre e così ci ritrovammo un bel negozio da dover gestire e un pò di rupie da parte per viverci la vita come più ci piaceva. Ci sposammo, i suoi occhi neri mi penetravano e poi decidemmo di metter al mondo un figlio che crebbe bene, in salute e senza nessuna preoccupazione, nè affanno. Verso metà della nostra vita decidemmo che dovevamo cambiare città, non volevamo più stare lì a Bombay, ma traseferici. Scegliemmo Kochin dove la vita era più rilassata e tranquilla. Poi non successe più nulla. Ma torniamo al buon vecchio Bowie. Tutto era bello e felice nella sua vita e nella nostra vita. Improvvisamente mi viene in mente una camerierera di un bar in viale Montenero dove andavo spesso. Mi sorrideva sempre. Era bella come poche ho conosciuto in vita mia e alla terza birra gli sguardi si facevano più complici e semplici le parole per avvicinarci a vicenda. Intensi gli sguardi: lei aveva due occhi molto forti e intensi. Non riusciì mai a portamela a letto, non ci provai neanche in fondo. Ma un giorno me la ritrovai a passeggiare per le vie di New York, chiusa in un cappotto scuro, che sorrideva guardando la strada. Incrociò il mio sguardo, le sembrai familiare, ma non ebbe il coraggio di salutarmi. Lo feci io per primo. Le chiesi cosa facesse lì in quel freddo inverno del 2001. Mi disse che lavorava in un bar a Manhattan, serviva cocktail e frequentava ambienti vagamente legati alla moda Newyorkese. Voleva provare a fare la modella, non si sentiva molto all'altezza (in tutti i sensi: circa 1e70) ma mentre aspettava il suo momento e la sua occasione lavorava in quel bar: l'Empty Bar. Mi invitò a venirla a trovare un giorno, inizava alle 18 e finiva alle 3 del mattino. Mi diede un bigliettino da visita e sempre sorridendo, ripose le sue mani perfette e lisce nel cappotto e scomparse nel nulla così come era apparsa. Tornai a a casa, Cloud era al telefono con un gallerista che voleva commissionarle delle tele per appartamenti di lusso, era un lavoro come dire secondario, ma ben pagato. Mi svestii e presi una birra dal frigorifero. Guardai fuori dalla vetrata, finii la birra e poi mi misi a dare un occhiata ad alcuni appunti che avevo accumulato in vista della stesura del mio prossimo romanzo. Cloud terminò la telefonata e poi mi guardò un momento, mi diede un bacio, mi sporcò di rossetto le labbra e poi mi chiese che programmi avevo per la serata. " Nessuno, in particolare: ho incontrato una vecchia amica di quando vivevamo a Milano che lavora in un bar qui vicino che mi ha invitato ad andare lì". " Mi porti con te?" " No, preferirei di no, vorrei andarci da solo: è molto che non la vedo e vorrei starmene un pò solo stasera, mi porto dietro anche qualche appunto per il mio prossimo romanzo e gli dò un occhiata". "Ok, come vuoi, gli altri davano una festa, ci andrò da sola". "Ok, amore, non ti preoccupare tornerò presto e non combinerò casini, promesso, magari vi raggiungo". Verso le 21 mi incammino verso l'Empty Bar e quando arrivo davanti alla vetrina le vedo preparare cocktail da dietro il bancone, mi sorride, ci salutiamo con un sorriso e poi. E poi mi trascina con le sue mani ed i suoi occhi in un vortice di sensazioni nuove che non provavo da molto tempo. Erano 5 anni che io e Cloud stavamo insieme e in fondo ci eravamo un pò abituati l'uno all'altro, i nostri corpi si conoscevano a perfezione. Alle 3 quando l'Empty chiude, io ho bevuto tre birre e qualche cocktail, la aspetto fuori dal locale fumandomi una sigaretta un pò barcollante. Lei arriva e poi decidiamo di passeggiare un pò. Sempre bracollando a un certo punto le cingo la vita e la stringo a me. Mi dice che non abita molto distante, la accompagno a casa, mi invita a salire e poi mi ricordo solo che abbiamo inizato a baciarci e a svestirci, con calma. Poi più nulla. Mi sveglio che è quasi mezzogiorno, sono nudo e lei anche. Un forte mal di testa mi aggredisce le tempie, vedo se ha qualcosa in cucina che possa aiutarmi a rimettermi in piedi. Poi compare lei, si è rimessa un qualcosa addosso e sorride sempre, un pò assonata. Corro verso casa, cercando di dimenticarla più in fretta che posso e intanto penso a cosa inventarmi da dire a Cloud. Cloud non c'è. Trovo un bigliettino in cui mi dice che è partita, per sempre. Che non mi ama più. Che se na va a Dublino a curare una personale e che sarebbe tornata tra sei mesi per quell'altro lavoro qui a New York. Guardo nell'armadio, molti dei suoi vestiti non ci sono più, qualcuno è rimasto. Chiamo Adam a Dublino, mi dice che non sa niente. Chiedo a Bowie se Cloud era alla festa la sera prima. Mi dice che non l'aveva vista. Nero profondo, come il cajal che circondava i suoi occhi neri in India. Me la ricordavo e me la ricorderò per sempre così. In preda a una forte angoscia parto per Dublino, prendo il primo volo e appena arrivato lì mi metto a cercarla ovunque ma non la trovo da nessuna parte. Torno a New York una settimana dopo, ho girato praticamente tutte le gallerie di Dublino senza esito. Adam mi ospitò per una settimana e fu una settimana triste e angosciante. Torno a New York con la morte nel cuore. Non riesco a prendere sonno di notte e mi sbronzo di continuo a casa da solo. Dopo un mese di questa vita in cui non riesco a mettere insieme due parole su un foglio, decido di andare all'Empty bar a trovare la mia vecchia amica. Sorride come sempre, nota subito che ho uno sguardo diverso. Le racconto tutto, che sono molto triste e le chiedo se può venire a dormire da me questa notte. Lei dice che per lei va bene. "Se proprio sei così triste, magari ti posso dare una mano a cancellare il passato". E sorride. Occhi pieni di promesse i suoi, disperati i miei. Non c'era nessuno che potesse sostituire Cloud. Dormimmo insieme, abbracciati, ai piedi del letto bottiglie di whisky vuote e sonniferi sul comodino. Al mattino le preparo la colazione, gliela porto a letto, cerco di pensare che sia Cloud, ma non è lei. subito dopo colazione se ne va un pò infastidita dal mio sconquasso interiore. Sulla porta riesco soltanto a dire: "Scusami" " Non fa niente, ero preparata a tutto questo" Mi dà un leggero bacio e chiude la porta dietro di sè. Rimango da solo, mi bevo il mio caffè con calma, dopodiche' mi faccio una bella doccia. Dopo la doccia, tutto sembra un pò meno doloroso: il sole fa capolino in salotto. Mi metto a pensare che in fondo era venuta anche qui a dormire da me, che non avevano neanche fatto l'amore e che nonstante tutto era ancora lì. Un pò rincuorato mi metto a dare una nuova disposizione alla casa. Non voglio che tutto sia come prima, come se non fosse successo niente, voglio che lo scenario, come dicono gli americani, cambi. Cambia la donna, che cambi lo scenario e dopo di questo verranno altre e nuove parole. Le ferite dentro rimangono, ma con una nuova platea, avremo parole più degne per i nostri discorsi e per i nostri interlocutori, veri o finti che siano. Nel pomeriggio passai a trovare Bowie, sempre preso mi fece sentire delle cose nuove che stava realizzando in studio. Molto belle. In serata andai all'Empty, portai qualcosa con me e durante una pausa sigaretta io e lei andammo in bagno e non potemmo più trattenerci. Fu così per tutta la sera e tutta la notte e per tutta la settimana successiva. Le più profonde e recondite aspetità dell'animo umano nessuno le puà conoscere veramente. Nemmeno Dio puà sapere, capire o pensare perchè Burgos in fondo sia così vile nella vita.Io devo stare ad aspettare devo sempre ad aspettare i comodi degli altri nella vita, devo stare ad ascoltare Eishenovere e magari trasferirmi dall'Empty bar a una fabbrica di dolci e così impacchettare dolci tutto il giorno per te che sei stupido e indigesto come un mattone e magari ingrassare e esplodere come te. Non dire agli altri cosa devono fare, non dire davvero agli altri cosa devono fare o non devono fare, lo sapranno loro, per Dio, cosa è giusto o meno. Perchè l'ambizione umana si nutre di cadaveri e vittime innocenti e io che sono uno dei più grandi scrittori viventi devo ancora una volta stare qui a dimostrarvi il mio valore, come se non fosse già abbastanza chiaro. Il valore è valore e noi chiudiamo la porta in faccia al destino se ascoltiamo chiunque ci distolga da ogni intento.La donna ti dissuade dall'avere altre donne, il collega onnivoro di libri dal esprimere qualunque pensiero che non sia il suo e Dio dall'avere una tua visione del mondo e della vita che non sia la sua, con le sue gerarchie e tutto il resto. Quanti anni persi stupidamente, però qualcosa ho imparato, ho imparato davvero. A detestare l'umanità con tutto il cuore e con tutto l'odio di cui sono capace mi fido solo di incontri occasionali, perchè tanto non mi convincerete mai che il vostro è amore, dedizione, senso delle cose nel loro significato più vero e intrinseco. Ma spariranno tutti prima o poi da questa città invivibile, spariranno nelle coltri delle nebbie della memoria, non si ricorderanno più nemmeno il loro nome. Vagheranno in cerca di qualcosa di cui hanno scoperto di avere bisogno. La verità, ma no, voi le cose volete capirle soltanto quando sarà troppo tardi per poterle usare nella vostra vita e peggio per voi. Mi dedico a me e rinasco giorno dopo giorno, mi aspetto che Cloud, anche lei faccia partire i suoi fendenti come tutte quando mi inizano a vedere volare alto e perchè no mi distruggerò con le droghe e dieci ore di Tv al giorno.Chiuso tra pareti che trasudano stupidità, mi accorgo che è il vostro stesso respiro a ferirmi come viltà di vita, viltà che mi viene chiesto di accettare. Da Eishenover, che come capostipite dei vili ha una condotta che soltanto a respirane l'odore mi fa tremare i polsi. Spiegami perchè dovrei vederti, perchè dovrei capirti, quando tu non hai fatto il minmo sforzo nei tuoi confronti, perchè non dovrei pensare che le tue parole sono soltanto merda per cervelli deboli? E così, pensando alla mia vecchia vita mi ritrovo all'Empty bar, ancora una volta, una notte con lei. Quella notte dopo aver fatto sesso con la perfetta sconosciuta in giarrettiere rosa sognerò Cloud, che andava a letto con un altro. Fu una notte orribile, ho ancora impresse nella mente le immagini di lei che sdolcinata e sorridente passeggia mano nella mano con un perfetto sconosciuto: Non bello in realtà. Poi mi sveglio e sono ancora le cinque del mattino, è buio e fa ancora decisamente freddo. Lei dorme, abbracciata al cuscino. Io la guardo: è così bella, dolce, delicata, ma Cloud è Cloud. Lei si sveglia verso le undici, io ho già fatto colazione, la doccia e comprato il New York Times. Niente di interessante, a parte lei che dorme e dorme come un angelo caduto dal cielo. Le guardo il didietro: è bello, tondo, perfetto e la bocca, bella, carnosa e liscia. Non so più chi volere in realtà, ma Cloud mi era apparsa così vivida in sogno che per diversi giorni non avrei potuto fare altro che pensare a lei. Lei si sveglia. "Andrea, ci sei?" " Ci sono piccola, ci sono" Un bacio, colazione a letto, un pò abbracciati, il sesso mi si gonfia: facciamo di nuovo l'amore. La inchiodo al letto e non ho nessuna pietà di lei, proprio nessuna. Alla fine lei sta quasi urlando: dolore, piacere, dolore, piacere, in spasmi e contrazioni. Alla fine crolla esasuta e mi lancia delle occhiate di fuoco, quasi avesse la benzina nelle pupille. Degli occhi, fissi, intensi e spiritati come non li avevo visti mai prima. Nemmeno quegli occhi dimenticherò mai. Provero' a fare a meno di lei nei giorni seguenti, ma non ci riuscirò in nessun modo. Inizia a nevicare fuori, mi viene in mente Adam e tutta la band che suona nella neve e chissà dove era finita Cloud. In India probabilmente a cercare il mio me precedente. Lei. Lei non vi ho ancora detto come si chiama. Lei si chiama Sara e ha 30 anni, io in quel periodo Newyorkese già 40. La sua pelle liscia e morbida, i seni piccoli, lei che si aggiusta i capelli in bagno si infila le scarpe col tacco, si rifà il trucco leggero e poi mi sorride. "Io vado amore, devo passare da casa devo sbrigare delle cose e poi magari ci vediamo stasera?" "Ok" le rispondo in mutande e sguardo malinconico. La porta si chiude dietro di lei. Apro il frigorifero, per fortuna ho almeno 5 litri di succo d'arancia, le ciambelle al cioccolato e poi mi viene una fitta al cuore. Come un intuizione fulminante capisco dove possa essere Cloud: E' in Messico col sole a godersi i soldi dell'ultimo lavoro che aveva fatto. ma perchè non mi aveva lasciato un recapito, un telefono, perchè non voleva farsi trovare? il sesso ispido e duro, il sesso ispido e duro. Smette di nevicare compare un pò di sole, la casa è vuota, poi sento un rumore di passi e poi la porta si apre. E' Cloud. Appoggia le chiavi nell'ingresso, ha uno sguardo basso e triste. Mi avvicino a lei e senza indugiare troppo le dico: " Dove sei stata Cloud, tutti questi giorni?" "E tu con chi sei stato in queste notti, senza di me ?" Rispondimi prima tu, poi ti dirò cosa ho fatto io. "Ho conosciuto un uomo qualche giorno fa a un vernissage e sono stata qualche giorno a casa sua in Florida." Non aveva neanche finito di parlare che iniziai a scagliarle contro tutto ciò che mi capitava a tiro. Una lampada, il vassoio della colazione e tutto il resto. "COME HAi POTUTo FARMi QUESTo? COMe HAi POTUTo?" le urlo in faccia. "E' successo così, Andrea, è stata una sbandata, una sbandata che è finita male. Non urlare ti prego". Inizia a piangere, prima sommessamente e poi sempre più forte fino a singhiozzare. Io non posso vedere il mio amore in questo stato e quindi la abbraccio forte e cerco di fare in modo che le mie mani le trasmettano tutto l'amore che provo per lei. Ci sono tante di quelle cose che non vanno a questo mondo che istintivo mi viene da incrociare le braccia per mesi, per anni, superando incubi allucinatori e persone quantomeno sgradevoli e inappropriate. Aveva ragione Gilmour con la metafora dell'uomo che animale che fondamentalmente soddisfa i propri bisogni. Tutti corrono e se non sai correre o semplicemente non ne hai voglia rimani indietro e nessuno ti starà mai più ad ascoltare. Il circolo vizioso si compie in un certo qualmodo e le persone che hanno trovato lo spazio e il tempo per urlarti addosso passeranno la vita urlare sempre di più. Mi muovo tra tutte queste urla e io che sono un musicista e ho il dono di trasformare il suono in parola vorrei spazzare via da queste terra certe persone che sono come un cancro dei miei giorni come direbbe Miller. Il grande Miller, anche lui viveva così, tra sbronze, puttane e appartamenti sfitti. Io vivo tra amici improbabili, donne accoglienti e finalmente un pò di luce. Ma chi è che mi ha gettato in questo buio durato anni? Erika e i suoi amici imbecilli. Loro passano la vita a urlarti addosso, loro vivono a scapito della tua di vita. Bisogna rassegnarsi, semplicemente rassegnarsi. Oppure combattere, sparare, distruggere. La stupidità e l'ignoranza regnano in questo regno fatto di incubi su misura. Credo che mi rimetterò a leggere un pò il grande Bukowsky e poi continueremo a fare i nostri reading musicali con i Polly Magoo. Erika grande idiota dal culo abnorme, guarda che la tua ambizione da coltivatrice di fottuti disegni per bambini idioti è pari soltanto alla tua presunzione. Non sei nessuno, non vali un cazzo agli occhi di nessuno e nemmeno ti accorgi che la gente ti frequenta soltanto per pietà. Adesso basta torniamo a New York. E' arrivata finalmente la Primavera, non quella araba , ma quella New Yorkese e tutti dopo un inverno rigido e severo, si buttano in strada a festeggiare il cambio di stagione. Me compreso. Finalmente qualche idea per il mio prossimo libro riesco a trovarla e tra mille notti d'amore con Cloud e il parque rigato dal fedele gatto di Cloud passiamo da una mostra a un reading a feste di più alto rango con Bowie e tutti i suoi amici. Ma New York ci sta iniziando a stancare, io parlo spesso a Cloud del medio-oriente e anche se lei ha paura a muoversi in quei territori, le parlo continuamente di Gerusalemme e di come sia una città stupenda ricca di fascino e di seduzione, sicuramente molto pericolosa, ma ricca di storia. E' qui che si è fatta la storia del mondo, è qui che puoi vedere la lapide di Cristo, il quartier generale di Arafat, il muro che divide i territori, gli israeliani che costruiscono case per loro e i loro fottuti figli. E i palestinesi senza acqua, senza istruzione nè dignità. Solo a parlarne mi viene su una grande rabbia, ma quel libro su Gerusalemme è ancora un idea. Devo documentarmi ancora sulla storia di questa città e poi senza presunzione iniziare a scriver qualcosa degno dei grandi poeti palestinesi di cui neppure conosco il nome. Eppure Amos Oz non è un idiota che racconta storie senza senso, ma è di famiglia ebrea, racconta una parte della storia, che non è la completa verità. Anche la cultura e la produzione di cultura è a senso unico. L'oligarchia intellettuale israeliana e quindi mondiale si alimenta di storie che traggono la loro linfa e il loro nutrimento dallo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Tutto questo, per non dimenticare certo, ma anche per legittimare il loro di sterminio ed andare avanti così nella storia a recriminare sempre di più. E intanto quel popolo maledetto prolifica con l'appoggio degli Stati Uniti, i Palestinesi fuggono in Giordania, la Siria si distrugge e l'Iran si scalda le mani con l'atomica. Detto questo e fatto il quadro della situazione medio-orientale decidiamo di andare a Istambul, sicuramente più tranquilla e romantica. Trascorriamo lì un paio di settimane, settimane felici e tranquille. Capire ciò che sta accadendo in Palestina non è facile, anche perché i grandi mezzi di comunicazione, in particolare la televisione, non ci aiutano. Ignorano o rimuovono deliberatamente le complesse radici del conflitto in atto, affidandosi esclusivamente alle cronache degli inviati speciali o alle dubbie competenze di «esperti» politici o militari, che danno spesso l'impressione di non aver mai messo piede in Palestina. Per di più, il riferimento emotivo al tema dell'antisemitismo e dell'Olocausto e una latente ostilità nei confronti del mondo islamico impediscono a molti europei una valutazione razionale delle responsabilità politiche degli attori coinvolti: gli Stati Uniti, Israele, i paesi arabi, le organizzazioni palestinesi. Nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento, periodo nel quale le potenze europee, in primis l'Inghilterra, decidevano le sorti della Palestina e incoraggiavano il movimento sionista ad occuparla, la Palestina non era un deserto. Era, al contrario, un paese dove viveva una comunità politica e civile composta di oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio ed in cui viveva da millenni. I palestinesi parlavano l'arabo ed erano in gran parte mussulmani sunniti, con la presenza di minoranze cristiane, druse e sciite, che usavano anch'esse la lingua araba. Grazie al suo elevato grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva una élite della regione mediorientale: intellettuali, imprenditori e banchieri palestinesi occupavamo posti chiave nel mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie petrolifere del Golfo Persico. Questa era la situazione sociale e demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento e tale sarebbe rimasta fino a qualche settimana prima della proclamazione dello Stato d'Israele nella primavera del 1948: in quel momento in Palestina era presente una popolazione autoctona di circa un milione e mezzo di persone (mentre gli ebrei, nonostante l'imponente flusso migratorio del dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione). L'intera vicenda dell'invasione sionista della Palestina e della autoproclamazione dello Stato di Israele ruota dunque attorno ad una operazione ideologica che poi si incarnerà in una sistematica strategia politica: la negazione dell'esistenza del popolo palestinese. Nelle dichiarazioni dei maggiori leader sionisti - da Theodor Herzl a Moses Hess, a Menachem Begin, a Chaim Weizman - la popolazione nativa, quando non è totalmente ignorata, viene squalificata come barbara, indolente, venale, dissoluta. A questo diffusissimo clichet coloniale è strettamente associata l'idea che il compito degli ebrei sarebbe stato quello di occupare un territorio arretrato e semideserto per ricostruirlo dalle fondamenta e «modernizzarlo». E secondo una interpretazione radicale della «missione civilizzatrice» dell'Europa e del suo «colonialismo ricostruttivo», la nuova organizzazione politica ed economica israeliana avrebbe dovuto escludere ogni cooperazione, se non di carattere subordinato e servile, della popolazione autoctona (mentre lo Stato israeliano sarebbe rimasto aperto all'ingresso di tutti gli ebrei del mondo e soltanto degli ebrei). Non a caso, la prima grande battaglia che i palestinesi sono stati costretti a combattere per risalire la china dopo la costituzione dello Stato d'Israele è stata quella di opporsi alla loro vera e propria cancellazione storica. Il loro obiettivo primario è stato di affermare - non solo contro Israele, ma anche contro paesi arabi come l'Egitto, la Giordania, la Siria - la loro identità collettiva e il loro diritto all'autodeterminazione. Soltanto molto tardi, non prima del 1974, le Nazioni Unite prenderanno formalmente atto dell'esistenza di un soggetto internazionale chiamato Palestina e riconosceranno in Yasser Arafat il suo legittimo rappresentante. La negazione dell'esistenza di un popolo nella terra dove si intendeva installare lo Stato ebraico è lo stigma coloniale e, in definitiva, razzistico che caratterizza sin dalle sue origini il movimento sionista: un movimento del resto strettamente legato alle potenze coloniali europee e da esse sostenuto in varie forme. Dopo aver a lungo progettato di costituire in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la sede dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cade sulla Palestina non solo e non tanto per ragioni religiose, quanto perché si sostiene, assieme a Israel Zangwill, che la Palestina è «una terra senza popolo per un popolo senza terra». E' in nome di questa logica coloniale che inizia l'esodo forzato di grandi masse di palestinesi - non meno di settecentomila - grazie soprattutto al terrorismo praticato da organizzazioni sioniste come la Banda Stern, guidata da Yitzhak Shamir, e come l'Irgun Zwai Leumi, comandata da Menahem Beghin, celebre per essersi resa responsabile della strage degli abitanti - oltre 250 - del villaggio di Deir Yassin. Poi, a conclusione della prima guerra arabo-israeliana, l'area occupata dagli israeliani si espande ulteriormente, passando dal 56 per cento dei territori della Palestina mandataria, assegnati dalla raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78 per cento, includendo fra l'altro l'intera Galilea e buona parte di Gerusalemmme. Infine, a conclusione dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, come è noto, Israele si impadronisce anche del restante 22 per cento, si annette illegalmente Gerusalemme-est e impone un duro regime di occupazione militare agli oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il tutto accompagnato dalla sistematica espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall'intrusione di imponenti strutture urbane nell'area di Gerusalemme araba, oltre che in quella di Nazaret. Ma, fra tutte, è la vicenda degli insediamenti coloniali nei territori occupati della striscia di Gaza e della Cisgiordania a fornire la prova più persuasiva del buon fondamento dell'interpretazione «colonialista». Come spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver conquistato il 78 per cento del territorio della Palestina, dopo aver annesso Gerusalemme-est ed avervi insediato non meno di 180 mila cittadini ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato in una progressiva colonizzazione anche di quell'esiguo 22 per cento rimasto ai palestinesi, e già sotto occupazione militare? Come è noto, a partire dal 1968, per iniziativa dei governi sia laburisti che di destra, Israele ha confiscato circa il 52% del territorio della Cisgiordania e vi ha insediato oltre 200 colonie, mentre nella popolatissima e poverissima striscia di Gaza ha confiscato il 32 per cento del territorio, istallandovi circa 30 colonie. Complessivamente non meno di 200 mila coloni oggi risiedono nei territori occupati, in residenze militarmente blindate, collegate fra loro e con il territorio dello Stato israeliano attraverso una rete di strade (le famigerate by-pass routs) interdette ai palestinesi e che frammentano e lacerano ulteriormente ciò che rimane della loro patria. Si può dunque concludere che il «peccato originale» dello Stato di Israele è il suo carattere strutturalmente sionista: il suo rifiuto non solo di convivere pacificamente con il popolo palestinese ma persino di gestire la propria egemonia in modi non repressivi, coloniali e sostanzialmente razzisti. Ciò che l'ideologia sionista è riuscita ad ottenere - indubbiamente favorita dalla persecuzione antisemitica e dalla tragedia dell'Olocausto - è stata la progressiva conquista della Palestina dall'interno. E ciò ha dato e continua a dare al mondo - non solo a quello occidentale - l'impressione che l'elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i palestinesi. In questa anomalia sta il nucleo della tragedia che si è abbattuta sul popolo palestinese, la ragione principale delle sue molte sconfitte: il sionismo è stato molto più di una normale forma di conquista e di dominio coloniale dall'esterno. Esso ha goduto di un consenso e di un sostegno generale da parte dei governi e della opinione pubblica europea come non è accaduto per nessun'altra impresa coloniale. Ma qui sta anche il grave errore commesso dalla classe politica israeliana e dalla potente élite ebraica statunitense che ne ha sempre condiviso le scelte politico-militari. Un popolo palestinese esisteva in Palestina prima della costituzione dello Stato di Israele, continua ad esistere nonostante lo Stato di Israele ed è fermamente intenzionato a sopravvivere allo Stato di Israele, nonostante le sconfitte, le umiliazioni, la sanguinosa distruzione dei suoi beni e dei suoi valori.

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