Sono chiuso in una casa da dieci anni, penso che sto morendo oramai, non ho speranze,non ho ambizioni, non ho niente in tasca. Solo tanti amici o presunti tali. Faccio fatica a scrivere storie che siano più ampie di un ristretto orizzonte dettato da una vita di costrizioni e ripensamenti sulle cose,un tergiversare inutile come lo è quello del CPS e delle persone che ci lavorano dentro. Inizio a essere stanco di vivere, faccio proprio fatica a uscire dal mio guscio al mattino. Ed eccoci qui un giovedì di Agosto dalla psicologa che difende a spada tratta la psichiatra e le istituzioni che essa rappresenta. Stanco di avere un orizzonte così limitato dalla mia vita stessa ,dai farmaci che prendo,dal tempo che passa inutile e lento,privo di gioia e di piacere. Sono quasi le 9 ,la psicologa ancora non si vede. È arrivata però la psichiatra che chiacchiera di lavoro con gli infermieri. Non mi ha ancora notato, visto, appena mi vedrà vorrà fissare un appuntamento. Sono riuscito a evitarla per due mesi e in parte sono stato meglio,ho fatto dei passi verso una consapevole autonomia parziale. Aspettiamo la psicologa anche se ormai sono le nove e ancora non si vede. Si sente la psichiatra nell'altra stanza che chiede,si informa su questo caso oppure su quell'altro. Si parla di pazienti e dei loro problemi. Io ho capito che la cosa migliore da fare è esporre le proprie questioni senza essere aggressivi o ergendo muri di diffidenza o indifferenza che non mi possono essere utili in alcun modo. La psicoterapia va bene, meglio del solito: la dottoressa mi dà un po'di energia e spunti positivi. Mentre penso a tutto questo sono sull'autobus che da San Donato mi porta verso San Giuliano. Già sull' autobus molte facce sono poco raccomandabili: neri col cappello e il ghigno sempre pronto, mamme povere con qualche busta della spesa e passeggini carichi di bambini sempre affamati. Poi scendo a San Giuliano e le facce che incrocio sono sempre più terribilmente aggressive,povere negli sguardi,misere nelle intenzioni di salvezza che non ci sarà per loro in questa terra. Arrivo a casa,mi fumo una sigaretta,mi bevo un caffè e lavo i piatti del giorno prima. Dovrei pulire anche i pavimenti,ma lo farò oggi pomeriggio se non sarò troppo stanco. Ma cercherò di non esserlo.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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