Le bariste hanno accompagnato i miei anni universitari. Non c'era una barista di un locale che non provasse ad attaccare bottone con me. In una notte fredda e senza luna mi sono messo a cantare, ma non c'era più nessuno che volesse ascoltarmi. Allora mi sono messo a parlare con le persone, ma tutti si giravano dall'altra parte, compatendomi. Una musica triste ha iniziato a suonare dentro il mio cuore ed era la nostalgia di te. Il disprezzo di cui veniamo investiti, non è nulla in confronto alle vostre vaghe attenzioni. Le bariste vedevano che mi stavo spegnendo, notte dopo notte, sotto il peso di una relazione ormai diventata insostenibile. Le bariste sapevano che quello sguardo tagliente si sarebbe presto sciolto come neve, di fronte al sole della decadenza di un amore.
Il dado è tratto: i numeri non corrispondono alle aspettative e quindi non ci resta che disprezzare il nemico. Odiarlo fino al midollo, fino a volerne vedere il corpo sgretolarsi in un niente di polvere leggera. Mi ricorda il me stesso di 25anni fa. Quando Mojito, Cuba e Negroni erano un abitudine. Si girava per locali. Mi ricordo di aver visto serate incredibili al Trattoir di Milano. Anche il Menez suonava: il sax, e lo suonava anche molto bene. Erano serate veramente allegre, spensierate, che ti portavano dritto alle 5 del mattino. Le bariste le frequentavo soprattutto quando facevo il musicista, con la mia chitarra Samick rossa, e dal palco non si riusciva a vedere nulla, le facce delle persone, le loro espressioni, i lineamenti dei loro corpi erano disegnati dalla luce.
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