Mi ricordo dei tempi dell' oratorio, quando avevo 13-15 anni. Fu un bel periodo, di rinascita, di ardore e sudore. Fatto di squadra di calcio e ragazzine che venivano vederci giocare. Tra cui Sarà quella con il caschetto nero. Era di lei che mi ero innamorato. Quando la vedevo a bordo campo tiravo fuori un ardore antico, una rabbia elegantemente trasformata in forza. Io e Sara ci fermavano spesso a parlare sul muretto dell' oratorio. Lei incrociava le gambe e ti guardava e io oscillavo tra un evidente imbarazzo delle prime volte a baciarci a lungo a un ostentata sicurezza che lei apprezzava, ma voleva giocare a contrastarla.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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