C'era una volta una casa, la casa dei miei sogni. Non significa che fosse la mia casa ideale, ma semplicemente che mi appariva, si materializzava spesso nelle mie notti. Era sempre diversa, ma sempre molto grande e in genere sempre piena di gente. Questa volta la casa in questione era affollata da personaggi del mio recente passato. Tutti giovani & drogati. C'era evidentemente stata una festa la sera prima e tutti dormivano. Per terra, sui letti, sui divani. Molti divani disseminati nell'ampissimo salone. Era evidentemente mattina e io mi svegliai per primo, in un letto con una ragazza nuda che dormiva accanto a me. Aveva lunghi capelli neri, un bel culo ( era distesa su un fianco, al momento del mio risveglio) e una carnagione bianchissima. Mi alzo dal letto a fatica e mi sento la testa pesante. Evidentemente la sera prima dovevo aver bevuto troppo. Diciamo molto, non troppo. Sempre con la testa appesantita dal vino bevuto la sera prima mi dirigo verso la cucina per farmi un caffe' forte. Un ragazzo e una ragazza dormivano abbracciati sul pavimento. Uno di quei pavimenti antichi, di marmo, dalle mattonelle grandi, bianche & nere disposte come se il pavimento fosse una enorme scacchiera. Mi faccio il caffe' che viene su tranquillamente e placidamente, mentre tutti ancora dormono. Poi nell'immobile silenzio del mattino una telefonata( di quelle che non vorresti mai ricevere) squarcia la luce di un pallido sole che inonda tenuemente il salotto e i corpi in esso distesi. Sono i miei che mi dicono che nel pomeriggio inoltrato satebbero tornati a casa. " Ma hai bevuto? " Mi dice mia madre al telefono cogliendo nella mia voce il timbro e l'umore di una persona ancora impastata dalla sera prima. " Si mamma, un po'" Le dico.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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