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La cascina

 



La cascina era lì da chissà quanto tempo, ai margini di un bosco, con il tetto a pezzi e le finestre vuote come orbite scure. Eppure, quella notte, sembrava tornata in vita. Luci intermittenti filtravano tra le assi sgangherate, la musica rimbombava tra le mura screpolate e l'odore di erba, vino e fumo si mescolava all'aria umida di marzo. Avevo sentito parlare di questa festa per caso, da amici di amici, e avevo deciso di venire senza troppe aspettative. Le feste in posti così avevano sempre un fascino particolare: un misto di euforia e decadenza, di libertà e pericolo. Dentro, tra la folla, mi muovevo lentamente, osservando i dettagli: la polvere che si sollevava dai vecchi pavimenti, i graffiti sui muri, le fiamme tremolanti delle candele appoggiate su bottiglie vuote. In un angolo qualcuno suonava la chitarra, accompagnato da voci ubriache.

E poi la vidi. Capelli rossi ramati, raccolti in una coda alta che lasciava scoperto il collo affilato. Vestiva di nero, un vestito leggero che sembrava fuori posto in quella notte ancora fredda, ma che le cadeva addosso come una seconda pelle. Aveva gli occhi verdi o forse dorati, impossibile dirlo con le luci intermittenti e la notte scura. Mi accorsi che mi stava fissando. Sorrise, inclinando la testa di lato, come se mi avesse riconosciuto. O come se stesse decidendo se valesse la pena conoscermi. "Ti stai divertendo?" chiese, la voce bassa e vellutata, appena udibile sopra la musica. Alzai un sopracciglio." Ancora non lo so". Rise un suono leggero, quasi ironico. "Allora devi ancora scoprire il meglio". Mi porse una bottiglia, ne bevvi un sorso senza chiedere cosa fosse. Sapeva di qualcosa di forte, dolce e pericoloso. "Come ti chiami?" domandai. Lei scrollo' le spalle. "Stanotte non importa."

Era un gioco, lo capii subito. Una di quelle notti in cui le persone si concedono di essere  qualcun altro, almeno fino all'alba. "Allora dimmi almeno cos c'è di meglio" Si avvicinò di un passo, il suo respiro tiepido sulla mia pelle."Vieni con me". Uscimmo dalla  stanza principale, lasciandoci alle spalle, la folla e la musica. Il corridoio era buio, illuminato solo dalla luna che filtrava attraverso le travi spezzate del soffitto. Sentivo il battito nelle orecchie, un misto di eccitazione e inquietudine. Arrivammo in una stanza più piccola, forse una vecchia cucina. Un grande camino di pietra troneggiava contro la parete, annerito dal tempo. Lei si appoggio' al tavolo giocando con il bordo della bottiglia. "Ti piace questo posto?" domandò. "Ha il suo fascino". Mi scrutò per un lungo momento, come se cercasse di leggermi dentro. Poi sorrise di nuovo, ma questa volta il sorriso aveva un'ombra di malinconia. "Un tempo ci viveva qualcuno qui. Qualcuno che amava raccontare storie". "E tu, ne hai una da raccontare?". Si avvicinò ancora il suo viso a pochi centimetri dal mio. Potevo sentire il profumo della sua pelle, qualcosa di speziato e inebriante. "Forse sì, ma solo se resti fino all'alba". Fuori la musica continnuava a battere nel cuore della notte. Dentro, tra noi, c'era un silenzio carico di possibilità. Rimasi in silenzio per qualche secondo, catturato dal riflesso delle fiamme nelle sue iridi ambigue, verdi o dorate, a seconda di come la luce le accarezzava. La promessa implicita nelle sue parole aveva il sapore di una sfida, di quelle a cui non puoi sottrarti senza il rimpianto di non aver osato abbastanza. "E se restassi?" le chiesi, abbassando appena la voce. Lei sorrise, compiaciuta. Poi si voltò, posò la bottiglia sul tavolo e si avvicinò al camino spento. Sfiorò la pietra annerita con le dita sottili, quasi con reverenza. "Allora posso raccontarti una storia". MI avvicinai incuriosito. "Di che parla?" Lei si voltò di scatto, il rosso dei suoi capelli brillava nell'ombra. "Di una cascina e di chi non l'ha mai lasciata." Sorrisi inclinando la testa. "Quindi vuoi spaventarmi'. Lei scosse la testa seria. "No. Voglio vedere se credi nelle storie." Mi sedetti sul bordo del tavolo, pronto ad ascoltare.

"Un tempo, qui, viveva una donna". Iniziò con un tono morbido quasi ipnotico."Era giovane, bella, e aveva capelli...". Si fermò un istante, poi sorrise. "Capelli come i miei". La osservai con più attenzione. Non sapevo se fosse un dettaglio casuale o voluto. "Si dice fosse una guaritrice o forse una strega. La gente veniva da lei per chiedere erbe e rimedi, ma anche per consigli su amore, fortuna, destini incerti". Si voltò verso di me, gli occhi puntati nei miei. "E un giorno qualcuno venne a cercarla per qualcosa che non avrebbe dovuto dare". MI appoggiai meglio al tavolo, cercando di non distogliere lo sguardo. "Cosa?" Lei sorrise, enigmatica. "Un segreto troppo grande". Un soffio di vento filtrò tra le assi sconnesse della cascina, facendole scricchiolare. Istintivamente, mi voltai verso la porta aperta sul buio della notte. Quando tornai a guardarla, lei era più vicina. "Cosa successe alla donna?" chiesi quasi sussurrando. Si morse il labbro, come se stesse decidendo se dirmelo davvero. Poi si chinò leggermente verso di me e sentiì di nuovo il suo respiro sfiorarmi la pelle. "Fu tradita".

Un brivido mi percorse la schiena, senza un motivo preciso. Fu il tono con cui lo disse? O il modo in cui il suo sguardo sembrava troppo intenso, troppo reale ? Restammo così in quel limbo di silenzio e attesa. Poi lei si allontanò appena, come se avesse deciso di lasciarmi respirare. "Adesso sai la storia"disse piano. "E chi l'ha tradita?" domandai, spinto da qualcosa che non riuscivo a spiegare. Lei inclinò la testa, il sorriso enigmatico di prima tornò sulle sue labbra. "Forse lo scoprirai all'alba". Fuori la musica continuava. Ma tra noi, la notte aveva appena iniziato a svelare il suo segreto.

L'aria tra noi era densa, carica di qualcosa che non sapevo nominare, ma che sentivo sulla pelle come un formicolio elettrico. Lei mi guardava come se aspettasse una mia mossa, come se volesse vedere fino a che punto volevo seguirla. Non dissi nulla. Mi limitai a sfiorarle la mano, con cautela. Lei non si rirtasse, anzi, le sue dita risposero alle mie, intrecciandosi per un istante, prima di sciogliersi con lentezza. Poi si voltò, muovendosi con grazia verso una delle finestre rotte, dove la luna gettava la sua luce fredda sul pavimento marmoreo e polveroso. MI avvicinai, il suo profumo mi avvolse di nuovo: qualcosa di speziato, caldo, con una nota di terra bagnata e fumo lontano. "E ora?" chiesi piano. Lei si girò con quel sorriso che non svelava mai troppo. "Ora vediamo se credi davvero nelle storie". Si avvicinò di un passo, e poi un altro. Quando fu a pochi centimetri da me, sollevò una mano e la posò sul mio petto, sopra la maglia. Il tocco era leggero. Poi spinse appena, costringendomi a fare un passo indietro, fino a sentire il legno freddo del muro contro la schiena. Non ci fu più esitazione. La sua bocca trovò la mia, con una fame improvvisa, il sapore del vino ancora sulle sue labbra. Risposi al bacio con la stessa intensità, lasciando che le mani seguissero l'istinto: una sulla sua schiena, l'altra che risaliva lungo il fianco, scoprendo la pelle calda sotto il tessuto del vestito. Lei si mosse contro di me, il suo corpomorbido che premeva sul mio, le dita che si infilavano tra i miei capelli, tirandomi giù per un altro bacio più profondo.Il respiro si fece pesante. La cascina intorno a noi sembrava scomparsa, la musica lontana, il mondo ridotto al calore della sua pelle contro la mia. Le sue mani scivolarono sotto la mia maglia, le unghie tracciarono linee leggere lungo i miei fianchi. La aiutai a sfilarmi il tessuto, e le sue labbra seguirono subito il percorso delle dita., lasciando baci umidi sulla mia pelle nuda.

Non sapevo se fosse il vino, l'atmosfera surreale di quella notte, o la sua presenza magnetica, ma ogni movimento sembrava inevitabile. Come se fossimo finiti in un vortice in cui non c'era altra scelta che lasciarsi trascinare. Le sfilai il vestito con la stessa lentezza con cui si sfoglia una pagina preziosa. Il tessuto scivolò giù, rivelando curve delicate sotto la luce fioca della luna. Il mio sguardo seguì ogni linea, ogni ombra. Lei sorrise, compiaciuta della mia attenzione, e si spinse contro di me, pelle contro pelle. Le sue dita trovarono la fibbia della mia cintura, mentre le mie esploravano la sua schiena, il suo ventre, la dolce insenatura dei suoi fianchi. Ogni tocco era un gioco di provocazioni, di attese, di promesse silenziose. La cascina respirava con noi, il legno che scricchiolava sotto il peso dei nostri corpi, il vento che filtrava tra le finestre rotte come un sussurro. Il tempo sembrava essersi fermato nel momento esatto in cui ci perdevamo l'uno nell'altra. E in quel silenzio sospeso, tra la polvere e la luna, trovammo qualcosa che non aveva bisogno di parole.


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