OLTRE IL MURO
Non sempre un viaggio finisce quando torni a casa. Alcuni luoghi ti restano dentro, alcune immagini si ripresentano quando meno te lo aspetti, alcune sensazioni diventano compagne silenziose delle tue giornate. Dopo un viaggio di lavoro in Palestina, ho capito che il trauma non è solo qualcosa che accade in un momento preciso, ma anche ciò che rimane dopo. Il disturbo post traumatico da stress (PTSD) non è solo una diagnosi, ma è una realtà fatta di insonnia, flashback, ansia improvvisa. Per un pò, ho pensato fosse solo una questione di tempo, che sarei tornato alla normalità da solo. Ma il cervello non sempre si resetta come speriamo. La psichiatria e il supporto psicologico sono stati fondamentali per comprendere cosa mi stesse accadendo. Parlare con un professionista, trovarele giuste strategie, accettare che chiedere aiuto non è debolezza, ma cura di sè. Non si tratta solo di superare il trauma, ma di imparare a conviverci senza che ci domini. Oggi so che il PTSD non è qualcosa che mi definisce e mi esaurisce come persona, ma qualcosa con cui sto imparando a camminare. E se c'è una cosa che vorrei dire a chi vive un 'esperienza simile, è questa: non sei solo, e il peso si allegerisce quando scegli di condividerlo. Il mio corpo era tornato, ma la mia mente era ancora lì. I ricordi, il senso di impotenza, le immagini, i suoni: tutto si confondeva. Finchè un giorno è arrivato il crollo: un attacco psicotico acuto, seguito da un TSO. Un 'esperienza che all'inizio ho vissuto con vergogna e paura, ma che col tempo ho capito essere stato un punto di svolta. Non un fallimento, ma il primo passo verso la guarigione.
Quando Andrea arrivò a Gerusalemme, l'aria era densa di voci e storie che chiedevano di essere ascoltate. Era venuto per lavorare a un progetto di sviluppo sociale nei quartieri palestinesi della città, per dare supporto ai giovani che crescevano tra restrizioni, ingiustizie e sogni troppo grandi per i confini imposti dalla realtà. Ogni giorno attraversava i vicoli della Città Vecchia, superava i checkpoint, si sedeca nelle scuole improvvisate dove i bambini ridevano con una forza inspiegabile, nonostante tutto. Parlava con le madri, con gli insegnanti, con chi cercava di costruire un futuro in mezzo alle macerie di un presente incerto. Ma il lavoro sociale non era solo progetti e statistiche. Era anche rabbia, frustrazione, l'impotenza di fronte alle demolizioni improvvise, ai ragazzi arrestati senza motivo, agli sguardi persi di chi aveva visto troppo. E pian piano tutto questo si infilo' sotto la pelle di Andrea.Di notte non dormiva. Ogni rumore lo faceva sobbalzare. Il confine tra realtà e ricordi si fece sottile. Le immagini dei bambini si sovrapponevano a quelle dei blindati che pattugliavano le strade. Finchè un giorno al rientro in Italia, tutto collasso'.
Un attacco psicotico acuto lo colpi' all'improvviso. Voci frammenti di coversazioni in arabo e in ebraico si mescolavano nella sua mente. Sentiva di essere ancora lì tra i vicoli di Gerusalemme, con il cuore che batteva all'impazzata e il corpo paralizzato dalla paura. Il TSO arrivo' come un colpo di scena nella sua vita, un marchio che inizialmente lo fece sentire spezzato, irrimediabilmente perso. Eppure col tempo capì che quella non era la fine. Era un punto di partenza. La psichiatria, che un tempo guardava con diffidenza, divenne un ancora.Parlare,, elaborare, trovare strategie per affrontare il trauma: tutto questo gli permise di ripremdere in mano la propria storia. Non torno' più a Gerusalemme. Ma in qualche modo, non se ne andò mai del tutto. Il suo lavoro continuo' in altre forme, portando con sè la consapevolezza che il trauma non si supera dimenticando, ma imparando a camminare con esso, senza lasciarsi trascinare a fondo. E un giorno capi' che il vero confine da attraversare era dentro di sè.
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