Ci sono alcune cose che sono ormai lontane nel tempo e un pò anche nello spazio. Nella vita ci si divide anche geograficamente. Si può crescere insieme e poi vivere a migliaia di km di distanza. Bastano anche poi isolati a volte per dividersi per sempre. Konstantin è una di quelle. È una persona furba, ma onesta. Ha creduto molto in me,mi ha dato fiducia. Anzi sono io che l'ho data a lui,ospitandolo per più di un anno. Io a volte penso di essere diventato troppo intelligente anche per un lavoro di ufficio che si rivelerebbe usurante. Per sopravvivere in questa giungla umana,in questa babele di linguaggi ,dagli aperitivi mancati,le lunghe assenze. Il come sta? Cosa fa? Perché non reagisce? Perché non reagisce alle cure? E la risposta che si danno è quasi sempre la sua esclusività, la sua incapacità o più probabilmente non volontà di seguire una psicoterapia. Però parlare con un idiota che dice cose stupide e con leggerezza sulla tua vita,incurante del fatto che ti sta ferendo. Questo non se lo domandano. Io ci ho messo vent'anni a trovare la psichiatra giusta. Non ne ho avuti molti,anche perché sono pochi quelli che lavorano al CPS. Comunque solo l'ultima che è una donna è una psichiatra degna di questo nome. Il primo, un uomo,era un cane ammaestrato da libroni e libri e teorie astratte,poco applicabili alla vita di tutti i giorni. Forse perché una vita di tutti I giorni non l'avevo in quel periodo. Uscivo di pomeriggio con Konstant e andavamo a prendere il fumo fino in via Padova,per farci un giro. E poi stavamo nello stesso parco dove avevo lavorato come educatore di strada per la cooperativa Comin. Una nuova rinascita con un nuovo ruolo,lontano da Mascia che mi tenevo stretto per me. Già, perché il mio precedente lavoro era in una comunità di minori stranieri ed era il lavoro che mi portò a svolgere il mio lavoro professionale con così tanto entusiasmo che arrivai ad elaborare i concetti fondamentali della tesi. Una tesi proprio svolta con una parte teorica e una pratica concretizzata con interviste sul campo. Mi ricorda il lavoro di Gerusalemme. Un lavoro fluido, in progresso direi. Si conosce, si capisce, si individuano i problemi e si trovano le soluzioni.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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