Tornato dalla Palestina e finito in psichiatria, una volta uscito di lì, mi misi a suonare, prima a casa, poi in giro e infine in studio di registrazione. La persona più vicina a me, che aveva uno studio era il Menez. Soprattutto grande sassofonista, ma anche cantautore, chitarrista. Aveva registrato e si era prodotto un disco, che si chiamava "Le canzoni di settembre" in cui non so per quale motivo, oltre a Jim e altri musicisti e artisti in generale, citava anche me nei ringraziamenti. La cosa mi fece molto piacere all'epoca ( circa 20 anni fa) e ancora adesso ne sono felice. Andai in studio da lui per diversi mesi e per diversi mesi registrai molte cose. Sessioni di chitarra elettrica, acustica, pianoforte. Vennero fuori diverse cose interessanti e su cui non bisognava neanche lavorare tanto, ma io non avevo soldi in quel periodo. Appena avevo qualcosa, andavo in studio a registrare. Ma non potevo permettermi di rivisitare e organizzare tutta la musica prodotta. Così preferivo fare più registrazioni possibili, provando sempre cose nuove e con strumenti diversi. Monica senti' quelle registrazioni e mi sembra che le piacquero. Anche se le parti di pianoforte erano effettivamente andava volte tristi e pesanti. C'era un pezzo che suonai così, senza averlo mai provato, un pezzo di pianoforte di un 'ora. Una specie di marcia funebre, lenta, sommessamente e a tratti toccante, in alcuni passaggi. Era un pezzo che non si poteva ascoltare più di una volta. Era molto pesante e uscivi dall'ascolto del pezzo triste e avvilito. Poi c'erano altri 5 o 6 pezzi di pianoforte molto più brevi,di solo qualche minuto più disarticolati e giocati su timbri acuti. Una specie di divertissment musicale. Trascorrevo le mie giornate così, fumandomi una sigaretta fuori dallo studio per ogni ora di registrazione.
IL RUMORE DEL VUOTO L'appartamento era ancora pieno di lei. L'odore del suo balsamo aleggiava nei cuscini, la tazza con il segno del suo rossetto stava ancora sul tavolo. Eppure, lei non c'era più. Se ne era andata quella mattina, chiudendo piano la porta, senza sbatterla. Non c'erano state urla, nè pianti disperati. Solo un silenzio che aveva scavato dentro più di mille parole. Lui era rimasto lì in piedi, senza sapere cosa fare. Aveva pensato di chiamarla, ma sapeva che sarebbe stato inutile. Lei aveva deciso. E quando qualcuno decide di andarsene non c'era più niente da fare. Si era seduto sul divano, fissando un punto indefinito del muro. Il ticchettio dell'orologio sembrava scandire il tempo di una vita che da quel momento sarebbe stata diversa, ma uguale a tutte le altre.Il copione si ripeteva. L'inizio, l'entusiasmo, le promesse, le prime crepe, il dolore. E ora questo:il vuoto. Aveva amato?Si, eppure questo non bastava, non bastava mai. Il ciel...
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