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In studio con Menez

Tornato dalla Palestina e finito in psichiatria, una volta uscito di lì, mi misi a suonare, prima a casa, poi in giro e infine in studio di registrazione. La persona più vicina a me, che aveva uno studio era il Menez. Soprattutto grande sassofonista, ma anche cantautore, chitarrista. Aveva registrato e si era prodotto un disco, che si chiamava "Le canzoni di settembre" in cui non so per quale motivo, oltre a Jim e altri musicisti e artisti in generale, citava anche me nei ringraziamenti. La cosa mi fece molto piacere all'epoca ( circa 20 anni fa) e ancora adesso ne sono felice. Andai in studio da lui per diversi mesi e per diversi mesi registrai molte cose. Sessioni di chitarra elettrica, acustica, pianoforte. Vennero fuori diverse cose interessanti e su cui non bisognava neanche lavorare tanto, ma io non avevo soldi in quel periodo. Appena avevo qualcosa, andavo in studio a registrare. Ma non potevo permettermi di rivisitare e organizzare tutta la musica prodotta. Così preferivo fare più registrazioni possibili, provando sempre cose nuove e con strumenti diversi. Monica senti' quelle registrazioni e mi sembra che le piacquero. Anche se le parti di pianoforte erano effettivamente andava volte tristi e pesanti. C'era un pezzo che suonai così, senza averlo mai provato, un pezzo di pianoforte di un 'ora. Una specie di marcia funebre, lenta, sommessamente e a tratti toccante, in alcuni passaggi. Era un pezzo che non si poteva ascoltare più di una volta. Era molto pesante e uscivi dall'ascolto del pezzo triste e avvilito. Poi c'erano altri 5 o 6 pezzi di pianoforte molto più brevi,di solo qualche minuto più disarticolati e giocati su timbri acuti. Una specie di divertissment musicale. Trascorrevo le mie giornate così, fumandomi una sigaretta fuori dallo studio per ogni ora di registrazione.

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 Dopo aver vagato per anni nella mia mente e cercando nuove esperienze attraverso l'utilizzo di droghe che espandessero e dilatassero la mia coscienza, mi sono reso conto di quanto queste possono anche distorcela, rimandando una percezione alterata della realta'. Le paranoie, la rabbia presente in questi scritti, la falsa percezione della realta' derivavano tutte da quello. Alla fine sono solo un povero idiota, ma anche un grande scrittore. La rabbia sta svanendo e sta nascendo un forte bisogno, anzi non bisogno direi proprio voglia di amare: qualcuno, qualcosa, me stesso. Aveva ragione Monica che dovevo fare un lungo percorso. Chissa' se a me ogni tanto ci pensa ancora senza odiarmi o disprezzarmi. L'odio potrei anche accettarlo, perche' io stesso per primo l'ho riversato su di lei, ma il disprezzo non lo accetto. Non me lo merito. Io mi merito di essere ascoltato e letto e vissuto come un libro aperto. 

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